7/6/2008. Regista: Steven Spielberg. Sceneggiatura: David Koepp. Interpreti: Harrison Ford, Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Karen Allen, Ray Winstone. 124 min. USA. 2008. Tutti.
Recentemente, nella recensione a un’edizione dvd de I predatori dell'arca perduta, ho scritto che questo film -distribuito nel 1981- resta uno dei migliori film di avventure della storia del cinema. Il copione di Lawrence Kasdan venne trasposto su grande schermo da Steven Spielberg, all’epoca regista trentacinquenne e già famoso per film come Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Anche allora, Spielberg si avvaleva dell’inestimabile collaborazione tecnica di George Lucas. Per il personaggio dell’archeologo Indiana Jones, si scelse un attore di 39 anni, tale Harrison Ford. Questi, a sua volta, si era imposto alla pubblica notorietà nel 1977, per aver impersonato Han Solo, il simpatico contrabbandiere di Guerre stellari. Spielberg riuscì ad ottenere un equilibrio quasi perfetto, in un film dinamico e divertente, con sequenze di azioni molto intense e creative.
Ventisei anni dopo, Spielberg realizza il quarto film della saga. Gli altri due episodi intermedi risalgono al 1984 e al 1989. Il terzo, Indiana Jones e l’ultima crociata, ottenne un’accoglienza assai favorevole dal pubblico, specie per il decisivo contributo del simpatico personaggio del padre di Indiana Jones, interpretato dallo scozzese Sean Connery, magnificamente inserito in una trama ingegnosa, di vivace esotismo: trepidante e divertente.
Il risoluto archeologo/eroe ha cercato varie cose: in primo luogo l’Arca perduta di Israele, poi un tempio maledetto di adoratori della dea Kalì; quindi, il Santo Graal. In quest’ultimo episodio, eccolo alla ricerca di un teschio intagliato in cristallo di rocca, con strani poteri, che porterà un Indiana Jones- ormai cinquantenne (l’azione è ambientata nel 1957)-, fino ad una sperduta città peruviana.
Questa introduzione era necessaria a motivare le attese dello spettatore dei precedenti episodi, che andrà ora a vedere questo film, proprio per ritrovarsi con l’Indiana Jones che ben conosce. Sarà un felice nuovo incontro, perché il film è divertente e spettacolare, pur non risultando dotato dello stesso carisma avventuroso che caratterizza il primo ed il terzo episodio. Assomiglia più a allo stile del secondo, con cui condivide parecchi elementi tematici e stilistici.
Della realizzazione bisogna segnalare come resti fedele -molto fedele- allo stile consolidato della saga. Emerge l’elegante classicismo della fotografia del tre volte vincitore dell’Oscar, Janusz Kaminski; un fluido e preciso lavoro di Michael Khan, montatore abituale di Spielberg; la popolare e orecchiabile colonna sonora di Williams, con il suo tema di “carica” e le sue melodie adatte al clima di ambienti misteriosi; infine, il magnifico lavoro sul sonoro della geniale team della IL&M, che ha rivoluzionato l’audio cinematografico, sotto l’egida del coproduttore George Lucas.
Ho voluto rivedere alcuni particolari della ricercata -e molto strategica- fedeltà stilistica, perché risulta evidente come Spielberg non abbia imitato il socio Lucas, nel modo di prolungare la saga di Guerre stellari con una rottura formale e contenutistica. Spielberg, inoltre, usa gli effetti digitali -ma con misura-, in modo da continuare a diffondere la forza della scenografia e l’estenuante lavoro delle comparse, al solo scopo di immergere lo spettatore nell’avventura, nel rischio, nella verosimile azione inverosimile: a distanza ravvicinata.
Anche il copione pare fedele allo stile e al personaggio, ma fino ad un certo punto. Si cerca la continuità con lo spirito della saga, anche riuscendovi, ma quasi per inerzia, senza particolare splendore. La sceneggiatura di David Koepp (La guerra dei mondi, Spider Man, Jurassic Park, Panic room, Carlito’s way) è meno fluida delle precedenti, in gran parte perché meno divertente. Anche se ci sono momenti riusciti, non si può negare l’esistenza di passaggi un po’ farraginosi, con noiose spiegazioni e dialoghi scontati, quasi svogliati. È evidente, d’altra parte, che Spielberg fa troppe allusioni alle precedenti realizzazioni: c’è un insistente tributo alla saga, alla carriera di Spielberg, al cinema di avventura degli anni 30-40, dichiarata fonte d’ispirazione di Spielberg e Lucas al momento di inventarsi il personaggio di Indiana Jones.
Un 7 su 10, insomma, per un film meritevole, che riflette il suo glorioso passato ma forse con più routine del lecito. Anche la recitazione degli attori risulta un po’ sotto tono (specialmente quella di Karen Allen e di Cate Blanchett, senza una proiezione di sviluppo dei personaggi: colpa dello sceneggiatore). C’è una spettacolare sequenza di inseguimento -la scena migliore del film- che dura venti minuti: al 100%, in puro stile Indiana Jones. Si svolge “nella migliore tradizione della Cavalleria”, come direbbe il maestro Ford, per bocca dell’indimenticabile John Wayne che, insieme a quella forza della natura che fu Buster Keaton, rappresenta l’humus da cui sono poi emersi i migliori eroi creati dal cinema a stelle e strisce. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: -- (ACEPRENSA)
Once
7/6/2008. Regista: John Carney. Sceneggiatura: John Carney. Interpreti: Glen Hansard, Markéta Irglová, Bill Hodnett, Danuse Ktrestova. 91 m. Irlanda. 2006. Giovani.
“La formula è molto semplice: due persone, alcuni strumenti musicali, 91 minuti, nessuna nota stonata”: così riassume Once, la critica apparsa sul The New York Times. Il film è una breve storia, girata con un budget di 180.000 euro, (ha ricavato 9 milioni di dollari negli States, e 350.000 euro in Irlanda). Vi si narra, in formato da “album musicale”, la storia di amore tra un musicista di strada irlandese, che aiuta il padre a riparare gli aspirapolvere, e una giovanissima pianista di origine ceca, che si guadagna da vivere come venditrice ambulante. Una storia che, come lo stesso John Carney –regista e sceneggiatore- confessa, voleva sviluppare in sole 20 pagine (10 fogli), perché il resto viene narrato nelle canzoni.
Questo breve film, girato con la camera a mano, in stile familiare e in un tono lontano da ogni artificio (difficile oggi trovare un musical che non accampi qualche pretesa), è un piccolo capolavoro: piccolo, ma capolavoro.
Per molti motivi: perché la musica, sensazionale, è perfettamente incastonata nella storia… Meglio: è la storia stessa. Inoltre, la recitazione degli attori -di sorprendente naturalezza- risulta splendida (i due protagonisti sono musicisti: non devono far grandi sforzi per interpretare il significato che l’arte riveste per loro). Infine, e soprattutto, perché vanta un copione di una freschezza totalmente avvincente, con una costruzione dei personaggi che rivela una visione dell’essere umano capace di comunicare un contagioso ottimismo.
Abbiamo visto migliaia di storie romantiche, centinaia di musical, decine di biopics di musicisti, ma l’originalità di Once è esemplare. John Carney (che prima di fare il regista ha suonato nei The Frames, la band del protagonista) si allontana radicalmente dai luoghi comuni, sia nel raccontare la storia d’amore, sia nello spiegare il processo di creazione musicale. Anzi, proprio grazie a questa originalità, gli si schiudono svariate possibilità: la protagonista può essere ingenua -tra l’altro ha recitato nel film con l’età propria della ingenuità, 17 anni- senza negoziare la sua integrità. Cosí che il protagonista maschile può innamorarsene, ma senza ossessioni travolgenti; e sono amici, in una banda di rock che passa la notte a registrare musica, non avendo bisogno di ricorrere alla droga; e ti lascio una registrazione: metti tu le parole; e una cosa è la canzone, un’altra la vita; mi ripari l’aspirapolvere?; e cerca di prendere l’accordo; tu piangi e io ti consolo; tu hai la tua vita e la rispetto; e nessuno si butta da un ponte….
Man mano che ci si impregna di questo puro realismo, lo spettatore s’innamora della storia, della musica, dei personaggi. È quanto avvenuto al pubblico dell’ultimo festival di Sundance, che proprio per questo ha premiato il film. Di diverso parere la critica, che sembra non apprezzare il cinema indipendente e fuori dagli schemi: ha premiato Padre nuestro. Io, sto dalla parte del pubblico. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: -- (ACEPRENSA)
“La formula è molto semplice: due persone, alcuni strumenti musicali, 91 minuti, nessuna nota stonata”: così riassume Once, la critica apparsa sul The New York Times. Il film è una breve storia, girata con un budget di 180.000 euro, (ha ricavato 9 milioni di dollari negli States, e 350.000 euro in Irlanda). Vi si narra, in formato da “album musicale”, la storia di amore tra un musicista di strada irlandese, che aiuta il padre a riparare gli aspirapolvere, e una giovanissima pianista di origine ceca, che si guadagna da vivere come venditrice ambulante. Una storia che, come lo stesso John Carney –regista e sceneggiatore- confessa, voleva sviluppare in sole 20 pagine (10 fogli), perché il resto viene narrato nelle canzoni.
Questo breve film, girato con la camera a mano, in stile familiare e in un tono lontano da ogni artificio (difficile oggi trovare un musical che non accampi qualche pretesa), è un piccolo capolavoro: piccolo, ma capolavoro.
Per molti motivi: perché la musica, sensazionale, è perfettamente incastonata nella storia… Meglio: è la storia stessa. Inoltre, la recitazione degli attori -di sorprendente naturalezza- risulta splendida (i due protagonisti sono musicisti: non devono far grandi sforzi per interpretare il significato che l’arte riveste per loro). Infine, e soprattutto, perché vanta un copione di una freschezza totalmente avvincente, con una costruzione dei personaggi che rivela una visione dell’essere umano capace di comunicare un contagioso ottimismo.
Abbiamo visto migliaia di storie romantiche, centinaia di musical, decine di biopics di musicisti, ma l’originalità di Once è esemplare. John Carney (che prima di fare il regista ha suonato nei The Frames, la band del protagonista) si allontana radicalmente dai luoghi comuni, sia nel raccontare la storia d’amore, sia nello spiegare il processo di creazione musicale. Anzi, proprio grazie a questa originalità, gli si schiudono svariate possibilità: la protagonista può essere ingenua -tra l’altro ha recitato nel film con l’età propria della ingenuità, 17 anni- senza negoziare la sua integrità. Cosí che il protagonista maschile può innamorarsene, ma senza ossessioni travolgenti; e sono amici, in una banda di rock che passa la notte a registrare musica, non avendo bisogno di ricorrere alla droga; e ti lascio una registrazione: metti tu le parole; e una cosa è la canzone, un’altra la vita; mi ripari l’aspirapolvere?; e cerca di prendere l’accordo; tu piangi e io ti consolo; tu hai la tua vita e la rispetto; e nessuno si butta da un ponte….
Man mano che ci si impregna di questo puro realismo, lo spettatore s’innamora della storia, della musica, dei personaggi. È quanto avvenuto al pubblico dell’ultimo festival di Sundance, che proprio per questo ha premiato il film. Di diverso parere la critica, che sembra non apprezzare il cinema indipendente e fuori dagli schemi: ha premiato Padre nuestro. Io, sto dalla parte del pubblico. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: -- (ACEPRENSA)
Un amore di testimone
7/6/2008. Regista: Paul Weiland. Sceneggiatura: Adam Sztykiel, Deborah Kaplan, Harry Elfont. Interpreti: Michelle Monaghan, Patrick Dempsey, Kathleen Quinlan, Kevin McKidd, Sydney Pollack, Chris Messina, Busy Phillipps, Richmond Arquette. 101 m. USA, Gran Bretagna. 2008. Giovani-adulti. (D, S)
Tom e Hannah sono amici da anni. Tanto che, quando Hannah decide di sposarsi con un duca scozzese, chiede a Tom di farle da testimone di nozze. Il problema è che lui pensa che sia lei la donna della sua vita. Per questo, cercherà di impedirne le nozze.
Su matrimoni sbagliati, che si salvano o meno -in extremis-, e i dilemmi tra amico-disastro e fidanzato esemplare c’è un capolavoro: Scandalo a Filadelfia (Gorge Cukor, 1940). Il resto, sono tutte imitazioni. E questa, evidentemente, non risulta tra le migliori. Paul Weiland, che ha diretto quasi dieci anni fa For the love of Roseanna (molto più originale), fa leva su banali luoghi comuni -talvolta esibiti in modo dozzinale- per disegnare in questo modo i relativi personaggi: i maschi tutti donnaioli; le donne che sospirano per regali a sorpresa, ben infiocchettati. E tutti che vogliono che le cose finiscano, proprio come devono finire in un commedia.
Il film è dunque prevedibile fin dall’inizio. Ciononostante, si salva per “la storia universale” da cui sorge il gusto del pubblico -anche questo pressoché universale- per le commedie (é la nostalgia di questa, che ne riaccende la sete). Inoltre, emerge una coppia protagonista, che non stona. Senza peraltro arrivare a paragonare il protagonista di Grey’s Anatomy, Patrick Dempsey, e l’ingegnosa Michelle Monaghan, ad un certo Cary Grant o ad una certa Katherine Hepburn. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Tom e Hannah sono amici da anni. Tanto che, quando Hannah decide di sposarsi con un duca scozzese, chiede a Tom di farle da testimone di nozze. Il problema è che lui pensa che sia lei la donna della sua vita. Per questo, cercherà di impedirne le nozze.
Su matrimoni sbagliati, che si salvano o meno -in extremis-, e i dilemmi tra amico-disastro e fidanzato esemplare c’è un capolavoro: Scandalo a Filadelfia (Gorge Cukor, 1940). Il resto, sono tutte imitazioni. E questa, evidentemente, non risulta tra le migliori. Paul Weiland, che ha diretto quasi dieci anni fa For the love of Roseanna (molto più originale), fa leva su banali luoghi comuni -talvolta esibiti in modo dozzinale- per disegnare in questo modo i relativi personaggi: i maschi tutti donnaioli; le donne che sospirano per regali a sorpresa, ben infiocchettati. E tutti che vogliono che le cose finiscano, proprio come devono finire in un commedia.
Il film è dunque prevedibile fin dall’inizio. Ciononostante, si salva per “la storia universale” da cui sorge il gusto del pubblico -anche questo pressoché universale- per le commedie (é la nostalgia di questa, che ne riaccende la sete). Inoltre, emerge una coppia protagonista, che non stona. Senza peraltro arrivare a paragonare il protagonista di Grey’s Anatomy, Patrick Dempsey, e l’ingegnosa Michelle Monaghan, ad un certo Cary Grant o ad una certa Katherine Hepburn. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Chiamata senza risposta
7/6/08. Regista: Eric Valette. Sceneggiatura: Andrew Klavan. Interpreti: Edward Burns, Shannyn Sossamon, Ray Wise, Azura Skye, Ana Claudia Talancón, Johnny Lewis. 87 m. Giappone, USA, Germania. 2008. Adulti (VS).
Poco dopo la strana morte di una giovane in un stagno, una sua amica riceve un messaggio vocale sul proprio cellulare. Nel messaggio riconosce la sua stessa voce, che indica il giorno, l’ora e qualche dettaglio della sua prossima morte violenta. Due giorni più tardi, all’ora annunciata nel messaggio, muore anche lei, pronunciando quelle stesse parole e grida. Ed ecco che il suo cellulare si attiva ed invia un messaggio ad un amico, il cui numero si trova sull’agenda del telefonino della vittima…
Chiamata senza risposta è un remake del film del giapponese Takashi Miike, adattato -per l’occasione- al pubblico occidentale, ad opera del regista francese Eric Valette. Bisogna chiarire che il cinema del orrore giapponese difficilmente si presta a trasposizioni in stile occidentale. In questo caso, la regia risulta abbastanza piatta e l’attrice principale, inespressiva. Burns, da parte sua, è professionale. Il copione guadagna in continuità rispetto all’originale, assai slegato, ma troppo spesso è decisamente prossimo al ridicolo. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Poco dopo la strana morte di una giovane in un stagno, una sua amica riceve un messaggio vocale sul proprio cellulare. Nel messaggio riconosce la sua stessa voce, che indica il giorno, l’ora e qualche dettaglio della sua prossima morte violenta. Due giorni più tardi, all’ora annunciata nel messaggio, muore anche lei, pronunciando quelle stesse parole e grida. Ed ecco che il suo cellulare si attiva ed invia un messaggio ad un amico, il cui numero si trova sull’agenda del telefonino della vittima…
Chiamata senza risposta è un remake del film del giapponese Takashi Miike, adattato -per l’occasione- al pubblico occidentale, ad opera del regista francese Eric Valette. Bisogna chiarire che il cinema del orrore giapponese difficilmente si presta a trasposizioni in stile occidentale. In questo caso, la regia risulta abbastanza piatta e l’attrice principale, inespressiva. Burns, da parte sua, è professionale. Il copione guadagna in continuità rispetto all’originale, assai slegato, ma troppo spesso è decisamente prossimo al ridicolo. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Gomorra
7/6/2008. Regista: Matteo Garrone. Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster. 135 m. Italia. 2008. Dramma. Adulti.
Con la connivenza delle parti vitali della Nazione, uno Sato post-civile si è insediato in Campania e ha trasformato questa regione nella sentina del Belpaese. È il messaggio desolante di un film che mette il dito nella piaga camorrista perché spurghi davanti agli occhi dello spettatore. Il quartiere cementificato di Scampia, le Vele – lo sfacelo dei mega condomini-dormitorio – sono sfondo di cinque storie d'umanità derelitta. Cinque vicende di disperato degrado raccontate in parallelo. Alla loro radice, un unico male morale che detta leggi contro natura a coscienze prive di alternativa.
Poco più che bambino, come tutti i suoi coetanei, Totò (Abruzzese) è iniziato alla vita camorrista con rito barbarico: farsi sparare da pochi metri indossando un giubbotto antiproiettile. Una guerra tra clan, l'affermazione degli "Scissionisti", costringerà Totò a scegliere con chi stare, e a dimostrarlo, facendo attivamente sua la barbarie che lo ha circondato dalla nascita. La faida in corso si abbatte anche sull'esistenza di Don Ciro (Imparato), un pavido contabile. L'uomo campa distribuendo soldi per conto della Camorra alle famiglie dei carcerati. Stipendiato dal clan perdente, Don Ciro proverà a tradire, passando al clan rivale, per continuare a scamparla, mimetizzato nella sua mediocrità impiegatizia.
Le leggi di questo mondo non possono essere violate. Ci provano a violarle, assecondandone la logica fino alle estreme conseguenze, due ragazzi affascinati dal film Scarface e dal mito del boss con nessuno sopra di sé. Marco (Macor) e Ciro (Petrone), due giovani involuti, dagli atteggiamenti animaleschi, si illudono di potersi affrancare superando in spietatezza il loro capoclan. Non faranno in tempo ad accorgersi di quanto irrealistico fosse il loro sogno sbandato.
Dallo Stato nello Stato si può solo andare via, anche se il film nega ai suoi personaggi qualsiasi avvisaglia di un altrove migliore.
Se ne andrà Pasquale (Cantalupo), sarto in una manifattura ricattata e connivente con la Camorra. Prestatosi a dare lezioni di sartoria alla concorrenza cinese, scampato ad una rappresaglia, Pasquale finirà per mollare tutto e fare il camionista. Guiderà verso il Nord, dove si trovano – denuncia il film – le griffes di moda, principali committenti del lavoro nero nei laboratori campani dove Pasquale operava.
Se ne andrà anche Roberto (Paternoster), giovane tecnico illusosi di aver trovato un'occasione. E' stato assunto da Franco (Servillo), imprenditore di successo nello smaltimento dei rifiuti. Ma il titolare è proprio l'emblema del meccanismo per cui una terra dimenticata agisce per la propria autodistruzione. Gli industriali del Nord, infatti, affidano a Franco le loro scorie e fanno finta di non sapere, di essere stati convinti dalle sue assicurazioni di correttezza. Tutto, invece, finisce a riempire crateri scavati con l'appoggio della criminalità. Di fronte ad un uomo che, senza remore, avvelena la sua terra, Roberto si dimetterà: volterà le spalle a Franco, senza sapere, però, dove andare.
La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa che pedina vicinissima i personaggi e si muove come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia. Brutture fisiche e ambientali riprese con minuzia a specchio di un collasso morale. L'inquadratura si apre poche volte ad accogliere il paesaggio. Quando lo fa, è per dare l'idea di una catastrofe di proporzioni bibliche. Così è per la visione d'insieme delle Vele. Così è, soprattutto, per la discarica gestita da Franco: un gigantesco girone infernale attraversato da camion guidati da bambini involontariamente soggiogati ad un'anormalità aberrante, eppure data per scontata.
L'idea degli autori è che questo macro cosmo sia funzionale al metabolismo del Sistema Paese. La Campania è la pattumiera d'Italia. Il Nord, la cui presenza-assenza è oggetto di accenni severi (l'industriale veneto, le griffes), scarica qui i liquami del suo benessere consumistico. Di questo benessere giungono anche barlumi: il centro estetico della sparatoria d'inizio film, le magliette alla moda che seducono Totò, il piercing, le sopracciglia rasate come il tronista Costantino. Gli indigeni assimilano questi elementi nel loro stile di vita sub umano, facendolo sembrare ancora più atroce.
Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens. Il film è riuscito nel suo intento di denuncia – intento, peraltro, comune a gran parte del nostro cinema di autore –. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Paolo Braga. Per gentile concessione di FAMILYCINEMATV.
Valori/Disvalori: Il film è riuscito nel suo intento di denuncia. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens.
Si suggerisce la visione a partire da: Maggiorenni.
Elementi problematici per la visione: Una insistita scena di sesso; scene di violenza
Giudizio tecnico: ***. La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia.
Con la connivenza delle parti vitali della Nazione, uno Sato post-civile si è insediato in Campania e ha trasformato questa regione nella sentina del Belpaese. È il messaggio desolante di un film che mette il dito nella piaga camorrista perché spurghi davanti agli occhi dello spettatore. Il quartiere cementificato di Scampia, le Vele – lo sfacelo dei mega condomini-dormitorio – sono sfondo di cinque storie d'umanità derelitta. Cinque vicende di disperato degrado raccontate in parallelo. Alla loro radice, un unico male morale che detta leggi contro natura a coscienze prive di alternativa.
Poco più che bambino, come tutti i suoi coetanei, Totò (Abruzzese) è iniziato alla vita camorrista con rito barbarico: farsi sparare da pochi metri indossando un giubbotto antiproiettile. Una guerra tra clan, l'affermazione degli "Scissionisti", costringerà Totò a scegliere con chi stare, e a dimostrarlo, facendo attivamente sua la barbarie che lo ha circondato dalla nascita. La faida in corso si abbatte anche sull'esistenza di Don Ciro (Imparato), un pavido contabile. L'uomo campa distribuendo soldi per conto della Camorra alle famiglie dei carcerati. Stipendiato dal clan perdente, Don Ciro proverà a tradire, passando al clan rivale, per continuare a scamparla, mimetizzato nella sua mediocrità impiegatizia.
Le leggi di questo mondo non possono essere violate. Ci provano a violarle, assecondandone la logica fino alle estreme conseguenze, due ragazzi affascinati dal film Scarface e dal mito del boss con nessuno sopra di sé. Marco (Macor) e Ciro (Petrone), due giovani involuti, dagli atteggiamenti animaleschi, si illudono di potersi affrancare superando in spietatezza il loro capoclan. Non faranno in tempo ad accorgersi di quanto irrealistico fosse il loro sogno sbandato.
Dallo Stato nello Stato si può solo andare via, anche se il film nega ai suoi personaggi qualsiasi avvisaglia di un altrove migliore.
Se ne andrà Pasquale (Cantalupo), sarto in una manifattura ricattata e connivente con la Camorra. Prestatosi a dare lezioni di sartoria alla concorrenza cinese, scampato ad una rappresaglia, Pasquale finirà per mollare tutto e fare il camionista. Guiderà verso il Nord, dove si trovano – denuncia il film – le griffes di moda, principali committenti del lavoro nero nei laboratori campani dove Pasquale operava.
Se ne andrà anche Roberto (Paternoster), giovane tecnico illusosi di aver trovato un'occasione. E' stato assunto da Franco (Servillo), imprenditore di successo nello smaltimento dei rifiuti. Ma il titolare è proprio l'emblema del meccanismo per cui una terra dimenticata agisce per la propria autodistruzione. Gli industriali del Nord, infatti, affidano a Franco le loro scorie e fanno finta di non sapere, di essere stati convinti dalle sue assicurazioni di correttezza. Tutto, invece, finisce a riempire crateri scavati con l'appoggio della criminalità. Di fronte ad un uomo che, senza remore, avvelena la sua terra, Roberto si dimetterà: volterà le spalle a Franco, senza sapere, però, dove andare.
La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa che pedina vicinissima i personaggi e si muove come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia. Brutture fisiche e ambientali riprese con minuzia a specchio di un collasso morale. L'inquadratura si apre poche volte ad accogliere il paesaggio. Quando lo fa, è per dare l'idea di una catastrofe di proporzioni bibliche. Così è per la visione d'insieme delle Vele. Così è, soprattutto, per la discarica gestita da Franco: un gigantesco girone infernale attraversato da camion guidati da bambini involontariamente soggiogati ad un'anormalità aberrante, eppure data per scontata.
L'idea degli autori è che questo macro cosmo sia funzionale al metabolismo del Sistema Paese. La Campania è la pattumiera d'Italia. Il Nord, la cui presenza-assenza è oggetto di accenni severi (l'industriale veneto, le griffes), scarica qui i liquami del suo benessere consumistico. Di questo benessere giungono anche barlumi: il centro estetico della sparatoria d'inizio film, le magliette alla moda che seducono Totò, il piercing, le sopracciglia rasate come il tronista Costantino. Gli indigeni assimilano questi elementi nel loro stile di vita sub umano, facendolo sembrare ancora più atroce.
Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens. Il film è riuscito nel suo intento di denuncia – intento, peraltro, comune a gran parte del nostro cinema di autore –. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Paolo Braga. Per gentile concessione di FAMILYCINEMATV.
Valori/Disvalori: Il film è riuscito nel suo intento di denuncia. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens.
Si suggerisce la visione a partire da: Maggiorenni.
Elementi problematici per la visione: Una insistita scena di sesso; scene di violenza
Giudizio tecnico: ***. La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia.
Iron Man
17/5/2008. Regista: Jon Favreau. Sceneggiatura: Mark Fergus, Hawk Ostby, Art Marcum, Matt Holloway. Interpreti: Robert Downey Jr., Terrence Howard, Jeff Bridges, Shaun Toub, Gwyneth Paltrow. 126 m. USA 2008. Giovani (VS)
Jon Favreau (Elf, Zathura) dirige il suo terzo film, dopo un lungo tirocinio da attore comprimario di cinema e tv. Iron Man è l’ennesimo supereroe dei comic Marvel che passa al grande schermo. In questo caso, si tratta di un film divertente e spettacolare, con un personaggio che va oltre i cliché eroici dei fumetti scritti da Stan Lee e Jack Kirby.
Il protagonista, Tony Stark, è un brillante ingegnere, proprietario di un’industria bellica, molto ben agganciata al Pentagono. La sua vita scorre frivola, tra lusso e sfrenatezza, finché durante un viaggio intrapreso per promuovere un prodotto d’avanguardia, un missile intelligente, sorge un imprevisto.
Si avverte, nel copione, la partecipazione di due degli autori del testo del film I figli degli uomini. Infatti, il personaggio di Stark è gradevole e scintillante. Inoltre, il film non abusa (come poteva anche accadere, vantando un budget di 190 milioni di dollari) degli accorgimenti traspositivi -spesso destinati al fallimento-, usati quando si porta su grande schermo l’epica del fumetto.
Pur non essendo un capolavoro, l’argomento della trama è ben condotto, con personaggi divertenti. Come negli altri film di supereroi Marvel (Spiderman, Hulk, I Fantastici 4, Daredevil, X-Men), assistiamo alla vicenda che tempra l’eroe, che in questo caso appare come tipo un po’ mascalzone e prepotente, molto ben interpretato da Robert Downey Jr. Lo accompagnano grandi attori, come Jeff Bridges, Terrene Howard e Gwyneth Paltrow.
Certamente l’impostazione scenica è molto più vivace, rispetto alle svolte della trama ed al finale, dove si avvertono tutti i classici limiti di Favreau regista. Il cattivo è, come al solito, rozzo e schematico. Non manca nemmeno una stupida e inverosimile concessione erotica. Ma il film è ameno e divertente, con alcune gag molto riuscite.
I fan di questo prolifico sottogenere saranno contenti, poiché Hollywood non accenna a ridurne la produzione. Ecco i film di supereroi, di prossima visione: Hulk 2, con Edward Norton protagonista, Thor, e Nick Fury (uno dei personaggi più simpatici di Marvel). Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Jon Favreau (Elf, Zathura) dirige il suo terzo film, dopo un lungo tirocinio da attore comprimario di cinema e tv. Iron Man è l’ennesimo supereroe dei comic Marvel che passa al grande schermo. In questo caso, si tratta di un film divertente e spettacolare, con un personaggio che va oltre i cliché eroici dei fumetti scritti da Stan Lee e Jack Kirby.
Il protagonista, Tony Stark, è un brillante ingegnere, proprietario di un’industria bellica, molto ben agganciata al Pentagono. La sua vita scorre frivola, tra lusso e sfrenatezza, finché durante un viaggio intrapreso per promuovere un prodotto d’avanguardia, un missile intelligente, sorge un imprevisto.
Si avverte, nel copione, la partecipazione di due degli autori del testo del film I figli degli uomini. Infatti, il personaggio di Stark è gradevole e scintillante. Inoltre, il film non abusa (come poteva anche accadere, vantando un budget di 190 milioni di dollari) degli accorgimenti traspositivi -spesso destinati al fallimento-, usati quando si porta su grande schermo l’epica del fumetto.
Pur non essendo un capolavoro, l’argomento della trama è ben condotto, con personaggi divertenti. Come negli altri film di supereroi Marvel (Spiderman, Hulk, I Fantastici 4, Daredevil, X-Men), assistiamo alla vicenda che tempra l’eroe, che in questo caso appare come tipo un po’ mascalzone e prepotente, molto ben interpretato da Robert Downey Jr. Lo accompagnano grandi attori, come Jeff Bridges, Terrene Howard e Gwyneth Paltrow.
Certamente l’impostazione scenica è molto più vivace, rispetto alle svolte della trama ed al finale, dove si avvertono tutti i classici limiti di Favreau regista. Il cattivo è, come al solito, rozzo e schematico. Non manca nemmeno una stupida e inverosimile concessione erotica. Ma il film è ameno e divertente, con alcune gag molto riuscite.
I fan di questo prolifico sottogenere saranno contenti, poiché Hollywood non accenna a ridurne la produzione. Ecco i film di supereroi, di prossima visione: Hulk 2, con Edward Norton protagonista, Thor, e Nick Fury (uno dei personaggi più simpatici di Marvel). Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Notte brava a Las Vegas
17/5/2008. Regista: Tom Vaughan. Sceneggiatura: Dana Fox. Interpreti: Cameron Diaz, Ashton Kutcher, Treat Williams, Dennis Miller, Rob Corddry, Lake Bell. 99 m. USA 2008. Giovani-adulti. (DS)
Joy Mc Nally è una donna in carriera, lasciata dal fidanzato nel bel mezzo di una festa di compleanno. Jack Fuller, piccolo e simpatico furfante e scansafatiche, è stato licenziato dalla fabbrica del padre. I due viaggiano a Las Vegas per rifarsi. Dopo una notte brava, si ritrovano sposati. L’unico ostacolo al divorzio è che, nelle ore folli in cui si sono sposati, hanno vinto 3.000.000 di dollari.
Partendo dalla sceneggiatura di Dana Fox (autrice della mediocre The wedding date – L’amore ha il suo prezzo), il regista britannico Tom Vaughan, al suo secondo film, confeziona un prodotto molto commerciale che ripropone gli ingredienti vincenti della commedia romantica, da quando esiste il cinema: una coppia attraente che s’incontra, si piace, litiga, per poi scoprire che l’uno è fatto per l’altra. Forse perché il copione di Fox inizia dalla lite, il film si inserisce nell’eterna lotta dei sessi, ma lo fa con simpatia, con momenti spesso molto divertenti, talvolta un po’ grossolani e con stolido humour escatologico. Inoltre, la sceneggiatura ha il coraggio di proporre una visione positiva del matrimonio, anche se la coda finale (in linea con le mascalzonate grossolane in Tutti pazzi per Mary) sia assurda.
Tenendo conto di queste limitazioni, la commedia regge bene, grazie anche alla coppia di protagonisti. A 36 anni, Cameron Diaz continua a rivelare il suo talento comico per film fuori dalle righe; mentre Asthon Kutcher, che ha confessato di aver dovuto moderare le sue tendenze istrioniche, si rivela un partner adeguato. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Joy Mc Nally è una donna in carriera, lasciata dal fidanzato nel bel mezzo di una festa di compleanno. Jack Fuller, piccolo e simpatico furfante e scansafatiche, è stato licenziato dalla fabbrica del padre. I due viaggiano a Las Vegas per rifarsi. Dopo una notte brava, si ritrovano sposati. L’unico ostacolo al divorzio è che, nelle ore folli in cui si sono sposati, hanno vinto 3.000.000 di dollari.
Partendo dalla sceneggiatura di Dana Fox (autrice della mediocre The wedding date – L’amore ha il suo prezzo), il regista britannico Tom Vaughan, al suo secondo film, confeziona un prodotto molto commerciale che ripropone gli ingredienti vincenti della commedia romantica, da quando esiste il cinema: una coppia attraente che s’incontra, si piace, litiga, per poi scoprire che l’uno è fatto per l’altra. Forse perché il copione di Fox inizia dalla lite, il film si inserisce nell’eterna lotta dei sessi, ma lo fa con simpatia, con momenti spesso molto divertenti, talvolta un po’ grossolani e con stolido humour escatologico. Inoltre, la sceneggiatura ha il coraggio di proporre una visione positiva del matrimonio, anche se la coda finale (in linea con le mascalzonate grossolane in Tutti pazzi per Mary) sia assurda.
Tenendo conto di queste limitazioni, la commedia regge bene, grazie anche alla coppia di protagonisti. A 36 anni, Cameron Diaz continua a rivelare il suo talento comico per film fuori dalle righe; mentre Asthon Kutcher, che ha confessato di aver dovuto moderare le sue tendenze istrioniche, si rivela un partner adeguato. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Iscriviti a:
Post (Atom)