24/3/2012. Regista: Sebastián Boresztein. Sceneggiatura: Sebastián
Boresztein. Interpreti: Ricardo Darín, Ignacio Huang, Muriel Santa Ana, Ivan
Romanelli. 93 min. Argentina, Spagna. 2011. Giovani-adulti. (X)
Il proprietario di un piccolo negozio di ferramenta,
burbero, metodico e amareggiato, vedrà come cambia la sua vita da scapolone
misantropo dopo un incontro casuale con un giovane cinese che è appena arrivato
a Buenos Aires e non sa una parola di spagnolo. Nel passato del nuovo arrivato
c’è un sacco di dolore e di fatica nel trovare un significato alla vita.
Darin, brillante ancora una volta, è un attore con delle
risorse, un professionista che si adatta a molti modi diversi di lavorare. E’
lui a sostenere la storia, che è artificialmente allungata, come ad esempio con
due stupidi sogni erotici, per arrivare ai 93 minuti.
Il film va avanti e, a volte, è brillante, come l’inizio
in Cina e la divertente rivendicazione per i bulloni mancanti. Il personaggio
femminile è inserito a forza nella storia: se fosse stata scritta meglio, poteva
dare più peso al film. Alberto Fijo.
ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: X (ACEPRENSA)
24/3/2012. Regista: Jason Reitman. Sceneggiatura: Diablo Cody. Interpreti: Charlize Theron, Patrick
Wilson, Elizabeth Reaser, Patton Oswalt, Collette Wolfe. 94 min. USA. 2011.
Adulti. (XD).
La
coppia Jason Reitman (dietro la cinepresa) e Diablo Cody
(scrittura) diedero alla luce Juno,
una commedia indie e cool che andava contro a tre o quattro
massime del pensiero politically correct
parlando di gravidanze in età adolescenziale. Poi, separatamente, Reitman ha girato il bel film Up in the Air e Cody scrisse l’invedibile Jennifer’s Body. Ora si incontrano di nuovo in Young Adult, la storia di una bella trentenne divorziata
determinata a tornare con l’ex-boyfriend,
felicemente sposato e che è appena diventato padre.
Come nel caso di Juno,
Young Adult non nasconde le cuciture
di una scrittura agile e spensierata -non dobbiamo dimenticare che Diablo Cody
iniziò la sua carriera come autore di un blog- in una successione di eventi
apparentemente insignificanti, che però tracciano una lucida radiografia di una
società allergica all’impegno e con una seria sindrome di Peter Pan. Il personaggio di Charlize Theron -magnifica
la sua recitazione- riassume i tic
più antipatici e chiarificatori di una generazione di viziati e capricciosi
trentenni, capaci di fare qualsiasi cosa per avere quello che vogliono. E il
resto dei protagonisti? Smidollati, pieni di complessi e sopraffatti davanti l'esplosione
di cool, offrono soltanto una debole
resistenza... ma per fortuna in casa -non sia che li considerino dei cafoni- conservano
la lucidità. Suona
familiare, vero?
Come ogni film destrutturato, è irregolare, ha qualche
calo di ritmo e minaccia in un paio di momenti di cadere nel buonismo che salva
tutto. Ma Cody e Reitman nascondono l'ultima carta: un finale riuscito e
sottolineato per una commedia amara con alcuni spunti interessanti. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
25/2/2012.
Regista: Martin Scorsese. Sceneggiatura: John Logan. Interpreti: Asa Butterfield, Ben Kingsley,
Chloë Grace Moretz, Jude Law, Christopher Lee. 126 min. USA. 2011. Giovani.
Dopo aver vinto il prestigioso Caldecott e riscuotere un
successo mondiale, era prevedibile che il romanzo di fantasia per bambini La straordinaria invenzione di Hugo Cabret,
dello statunitense Brian Selznick, sarebbe stato portato sul grande schermo.
Quello che nessuno si aspettava era che lo facesse Martin Scorsese, che non
aveva mai affrontato il genere familiare, e i cui ultimi film sono stati il
duro dramma poliziesco The Departed e
il complesso psico-thriller Shutter
Island. Beh, il veterano regista di New York ha fatto un racconto
dickensiano bello e amante del cinema, che ha vinto il Golden Globe 2011 per la
migliore regia, nonché undici nomination agli Oscar, tra cui quelle più
importanti.
L'azione si svolge a Parigi negli anni Trenta. Nelle sale
segrete di un immensa stazione ferroviaria vegeta Hugo, un bambino intelligente
e sensibile, orfano dopo molte traversie, che continua il lavoro di suo padre: mantenere
i numerosi orologi della stazione. L'incontro con George, che possiede un
negozio di giocattoli, lo sforzo per sfuggire l’inesorabile polizia della
stazione e l'amicizia inaspettata con Isabelle, figlioccia del burbero George,
porterà Hugo a scoprire un automa che il padre lasciò incompiuto.
Più fedele al racconto grafico di Selznick -in parte
scritto, in parte disegnato-, la sceneggiatura di John Logan (The Aviator), gradua con abilità i vari
intrighi e crea una suggestiva atmosfera magica che Scorsese porta all'ennesima
potenza grazie alla direzione artistica di Dante Ferretti, i costumi di Sandy
Powell, la fotografia di Robert Richardson e una pianificazione sensazionale,
che utilizza il 3D stereoscopico con un trasbordante senso della estetica della
settima arte. Un'estetica che è omaggiata con entusiasmo da Scorsese, anche
attraverso abbondanti scene dei grandi del cinema muto, come i fratelli
Lumière, Méliès, Harold Lloyd, Buster Keaton, Charles Chaplin ...
All’interno del premeditato istrionismo tipico del genere famiglia,
il colorato cast tiene benissimo in ogni momento, con il bambino Asa
Butterfield e il veterano Ben Kingsley come leader. E il suo lavoro è accompagnato
dalla nostalgica colonna sonora di Howard Shore. Si chiude così in bellezza un
film la cui intensità narrativa tal volta scende leggermente, compensata con
una risoluzione formale schiacciante ed una emotiva rivendicazione della
fantasia, il cinema, la letteratura e il lavoro ben fatto. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
25/2/2012. Regista: Alexander Payne. Sceneggiatura: Alexander Payne, Nat Faxon, Jim Rash. Interpreti: George Clooney, Shailene Woodley, Nick Krause Judy Greer, Matthew Lillard. 115 min. USA. 2011. Adulti. (SD)
Quasi nessuno si è sorpreso quando Paradiso amaro (The
Descendants) pochi giorni fa ha vinto il Golden Globe per il miglior film
drammatico dell'anno. E questo, anche se la storia che racconta è piuttosto
convenzionale: un uomo maturo, attraente e professionale, si trova di fronte ad
una catastrofe personale e familiare, quando la moglie è in coma dopo un
incidente.
Da questo materiale, Alexander Payne (Sideways), riesce a tessere una solida galleria di personaggi e
conflitti così veri e potenti come la vita stessa. Nelle due ore di filmato non
riesci a staccarti dalla sensazione che quello che stai vedendo è molto
ordinario, quotidiano, che tra Clooney, che indossa le infradito e il tuo
vicino del quinto piano ci siano poche differenze, che la storia di infedeltà
per noia e la fragilità può essere, purtroppo, di chiunque e che il terremoto
che ha causato questo inganno colpisce tutti allo stesso modo. Eppure, forse
proprio per questo, perché i film trasuda realismo da ogni poro, non si riesce
a distogliere lo sguardo dallo schermo.
Payne mostra anche in questo film che per commuovere non
c’è bisogno di ricorrere a istrionismo o di cadere nella stranezza: è
sufficiente captare -con maestria, questo sì-, la ricchezza che contiene una persona.
Con la scienza di un bravo scrittore e il suo tradizionale e acido umore, Payne
mette ognuno dei personaggi spalle al muro ... e poi – sorpresa!- procede a
salvare tutti.
Clooney dimostra ancora una volta che è un grande attore (meritato
il suo Golden Globe). Avevamo visto che è capace di chiudere un film con un
interminabile primo piano. Ma qui mostra anche quello che sopporta una orribile
camicia hawaiana e che è tra i pochi in grado di fare una dichiarazione d'amore
melodrammatica a una moglie in coma (“il mio amore, la mia amica, il mio
dolore, la mia gioia”), senza che nessuno nella sala rilasci una risata nervosa
di imbarazzo. Infatti, al mio fianco prestigiosi critici cinematografici inghiottivano
saliva. Quasi niente. Ana Sánchez de la Nieta.ACEPRENSA.
25/2/2012. Regista: Steven Spielberg. Sceneggiatura: Richard Curtis, Lee Hall. Interpreti: David Thewlis, Benedict Cumberbatch, Emily Watson, Peter Mullan, Niels Arestrup. 145 min. USA. 2011. Giovani.
Devon (Inghilterra). Una piccola fattoria dove Albert e i
suoi genitori riescono a malapena a sopravvivere. Hanno bisogno di un cavallo
da tiro, ma il ragazzo s’infatua di un cavallo elegante e promette che compierà
questo lavoro. Arriva la prima guerra mondiale e il cavallo viene venduto
all'esercito. Il ragazzo non si rassegna.
Il film è basato sul romanzo giovanile omonimo di Michael
Morpurgo. Ogni episodio contiene un messaggio e una lezione di buon cinema. Il
filo comune è sempre il cavallo che cambia proprietario, e che ha la fortuna di
trovare in ogni caso una persona che ama gli animali e non ha perso la sua
umanità. Le riprese sono eccellenti, ma il film si riduce ad una serie di
quadri sciolti, con un filo debole, perché un cavallo, con tutto il suo fascino
e intelligenza, è sempre un cavallo. Gli capitano cose che illustrano qualche
cosa della guerra in ciascuno dei bandi, ma queste pennellate non sono
sufficienti per parlare della guerra, e sono troppo per la storia del cavallo,
le cui pene sono quasi insopportabile per il pubblico giovane al quale sembra
destinato.
War Horse non è
il miglior film di Spielberg, ma è un buon film che può essere goduto
nonostante la sua lunghezza, la sua ambizione, e la facilità con cui sembrano
risolversi le diverse situazioni. Fernando
Gil-Delgado. ACEPRENSA.
25/2/2012. Regista: David Fincher. Sceneggiatura:
Steven Zaillian. Interpreti: Daniel Craig, Rooney Mara, Christopher Plummer,
Stellan Skarsgård, Robin Wright. 158 min. USA. 2011. Sconsigliato. (VX).
David Fincher (Seven,
Zodiac, TheSocial network), ha
diretto il remake americano del film svedese basato sul primo romanzo della
serie Millennium. Il regista canadese
dirige un film superiore alla televisiva versione svedese imprimendo ritmo alla
trama, forza visiva e un po’ più di profondità al rapporto tra i protagonisti.
Ma non supera il problema del romanzo e del film precedente: manca storia -molto
convenzionali, con i rapporti e i conflitti incassati meccanicamente-, non c'è
contrappunto nel ritratto caustico della società svedese e l'enfasi nella
morbosa truculenza è sfiancante. Ana
Sanchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Sconsigliato. Contenuti: V, X (ACEPRENSA)
25/2/2012. Regista: Bennet Miller. Sceneggiatura: Steven Zaillian, Aaron Sorkin. Interpreti: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Kerris Dorsey.133 min. USA. 2011. Giovani.
Questo grande film ha avuto una gestazione complessa. La sceneggiatura
del premio Oscar Steven Zaillian (Schindler
List, In cerca di Bobby Fischer, Awakenings) si basa su un romanzo e su un
personaggio reale, Billy Beane (Orlando, Florida, 1962), manager della squadra
di baseball di Oakland. Beane attuò una coraggiosa strategia sportiva basata su
un complesso calcolo statistico applicato alle conoscenze dei giocatori di
baseball della lega americana. Il film doveva essere stato diretto da Steven
Soderbergh, con Pitt come protagonista. Soderbergh abbandonò il progetto, ma lo
studio conservò Pitt e assunse Aaron Sorkin (creatore di The West Wing della Casa Bianca, ha vinto l'Oscar per la
sceneggiatura non originale per The
Social Network) perchè rivedesse la sceneggiatura di Zaillian. E il
risultato è sorprendente.
Un film sportivo è spesso noioso e prevedibile. Di più, se
lo sport è poco conosciuto, come il baseball in molti paesi. La sapiente guida
di Miller (ricordiamo il suo grande Truman
Capote di Philip Seymour Hoffman, che vinse l'Oscar) e un cast meraviglioso
prendono lo script (con il cesellato dialogo di Sorkin) e colpiscono la palla fino
a farla uscire del palcoscenico. La storia ha molta forza ed è molto bella. Ha
un alto grado di astrazione, cioè, più che di baseball, si parla del lavoro, della
fiducia, della famiglia, della perseveranza, il successo, il fallimento.
Raramente è stato ritratta con tanto talento la epica perdente (in questo
senso, la canzone della figlia di Beane, nella sua doppia versione, è un
diamante). Il lavoro di Pitt è ancora una volta superbo. Da anni merita
l'Oscar.