19/6/2010. Regista: Susanna White. Sceneggiatura: Emma Thompson. Interpreti: Emma Thompson, Maggie Gyllenhaal, Maggie Smith, Ralph Fiennes, Rhys Ifans, Ewan McGregor. 117 min. GB. 2010. Tutti.
C'è la guerra e, per proteggere l'infanzia, ecco l'ordine per cui tutti i bambini devono lasciare Londra. È un buon punto di partenza. Così iniziano diversi racconti di narratori inglesi: dalle Cronache di Narnia a 5 bambini&it.
Cirillo e Celia Gray, educati e coccolati aristocratici londinesi, vengono inviati alla fattoria dalla zia Elizabeth Green. La povera signora Green ha il marito al fronte; possiede un negozio in paese, dove impiega una dipendente, la vecchia e rimbambita signora Docherthy; ha un mutuo con scadenza ravvicinata; ha un cognato mezzo gangster, che vuole obbligarla a vendere la fattoria, ed è anche madre di tre bambini, che non vanno affatto d’accordo con i cugini londinesi; ma non ammette, testardamente, di essere nei guai. Quando tutto è sull'orlo del collasso, Nanny McPhee bussa alla porta.
Nanny McPhee è un personaggio ispirato a Mary Poppins, creato negli anni Sessanta dalla scrittrice britannica Christianna Brand. Emma Thompson, che ha curato l’adattamento dei racconti di Brand al grande schermo, aveva già impersonato la “tata” magica nel primo film (http://rassegnacinema.blogspot.com/search?q=tata+matilda), ma ora ha voluto assumersi anche il ruolo di produttore della nuova realizzazione cinematografica.
Questo secondo episodio, contrariamente a casi analoghi, resta di buon livello: non ha bisogno di presentazione, poiché si presume che ormai tutti conoscano Tata Matilda. Il copione va dritto al tema dominante e sviluppa una storia dal ritmo incalzante, piena di gag, nella migliore tradizione della commedia britannica, giocando su di un esagerato realismo, ben adeguato ai film d'epoca. E tutto al servizio dei valori che la storia presenta: la trama parla di educazione alla virtù -non invano la protagonista è una bambinaia-, offre lezioni esplicite di coraggio, generosità, cameratismo... Ed altre -più indirette- sul dramma del divorzio, i vantaggi di una grande famiglia, la necessità di esigere per educare, il contrasto tra città e campagna.
Se Susanna White dirige la regia in maniera efficace, la cosa più significativa del film è il gruppo di attori coinvolti in un progetto così semplice: accanto ad una meravigliosa Maggie Gyllenhaal, ecco Emma Thompson, Rhys Ifans e la veterana Maggie Smith. Fiennes e McGregor non esitano a prestarsi a una singola comparsa, poco più di un cameo, in questo divertente e intelligente film per famiglie. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: --- (ACEPRENSA)
Prince of Persia-le sabbie del deserto
19/6/2010. Regista: Mike Newell. Sceneggiatura: Doug Miro e Carlo Bernard. Interpreti: Jake Gyllenhaal, Gemma Arterton, Alfred Molina, Ben Kingsley. 116 min. Tutti-giovani.
C'era poco da attendersi da un film, tratto da un videogioco, diretto da Mike Newell. Ma il veterano produttore Jerry Bruckheimer (Armageddon, The Quest, Pirati dei Caraibi) esibisce la cosa che sa far meglio, e non è poco: un cinema divertente e di successo. Così, non resta altro che sedersi a trascorrere un paio di ore di divertimento, senza alcun problema.
Il film non ha pretese. La storia inizia come una fiaba, quasi con il “c'era una volta...” il che conferisce allo spettacolo una logica narrativa di tipo leggendario.
Come accaduto a Pirati dei Caraibi (parecchie le analogie), il film è un classico prodotto Disney, specialmente nell'elaborazione: quasi da manuale. Un paio di personaggi simpatici e divertenti che si odiano cordialmente; un cattivo terribile e un altro un po' stupido e furfante (Alfred Molina), che interpreta una sequenza esilarante a danno di alcuni struzzi, con effetti visivi a iosa. La musica di Gregson-Williams, con un ritmo che non si ferma mai, imita bene il clima dei grandi film ambientati nel deserto. Il cast affronta il film senza complessi, con semplicità ed efficienza.
Questo film ha gli ingredienti della ricetta tradizionale del genere d'avventura: storia d'amore, battaglie, combattimenti, inseguimenti, cartongesso, morale della favola. E non manca il lieto fine. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti-giovani. Contenuti: --- (ACEPRENSA)
C'era poco da attendersi da un film, tratto da un videogioco, diretto da Mike Newell. Ma il veterano produttore Jerry Bruckheimer (Armageddon, The Quest, Pirati dei Caraibi) esibisce la cosa che sa far meglio, e non è poco: un cinema divertente e di successo. Così, non resta altro che sedersi a trascorrere un paio di ore di divertimento, senza alcun problema.
Il film non ha pretese. La storia inizia come una fiaba, quasi con il “c'era una volta...” il che conferisce allo spettacolo una logica narrativa di tipo leggendario.
Come accaduto a Pirati dei Caraibi (parecchie le analogie), il film è un classico prodotto Disney, specialmente nell'elaborazione: quasi da manuale. Un paio di personaggi simpatici e divertenti che si odiano cordialmente; un cattivo terribile e un altro un po' stupido e furfante (Alfred Molina), che interpreta una sequenza esilarante a danno di alcuni struzzi, con effetti visivi a iosa. La musica di Gregson-Williams, con un ritmo che non si ferma mai, imita bene il clima dei grandi film ambientati nel deserto. Il cast affronta il film senza complessi, con semplicità ed efficienza.
Questo film ha gli ingredienti della ricetta tradizionale del genere d'avventura: storia d'amore, battaglie, combattimenti, inseguimenti, cartongesso, morale della favola. E non manca il lieto fine. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti-giovani. Contenuti: --- (ACEPRENSA)
Sex and the city 2
19/6/2010. Regista: Michael Patrick King. Sceneggiatura: Michael Patrick King. Interpreti: Sarah Jessica Parker, Kim Cattrall, Kristin Davis, Cynthia Nixon, Chris Noth, Penélope Cruz, Liza Minnelli, John Corbett,David Eigenberg, Evan Handler,Jason Lewis, Alice Eve. 146 min. USA. 2010. Adulti. (X, D).
È facile e difficile capire come un film -stupido come il precedente (Sex and the city 1)- abbia potuto realizzare oltre 400 milioni di dollari al botteghino. Dopo esser stato silurato da critici di tutto il mondo, in particolare dagli americani, eccoci alla seconda parte, 146 minuti di durata, con le passeggiate di quattro donne tutte in gara di stupidità isterica. Il commento finale della critica, scritto da Ana Sánchez de la Nieta, descrive bene la paradossale riuscita di una tale idiozia cinematografica: “più il film va avanti, più mi vergogno di esser nata donna”. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)
È facile e difficile capire come un film -stupido come il precedente (Sex and the city 1)- abbia potuto realizzare oltre 400 milioni di dollari al botteghino. Dopo esser stato silurato da critici di tutto il mondo, in particolare dagli americani, eccoci alla seconda parte, 146 minuti di durata, con le passeggiate di quattro donne tutte in gara di stupidità isterica. Il commento finale della critica, scritto da Ana Sánchez de la Nieta, descrive bene la paradossale riuscita di una tale idiozia cinematografica: “più il film va avanti, più mi vergogno di esser nata donna”. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)
La regina dei castelli di carta
19/6/2010. Regista: Daniel Alfredson. Sceneggiatura: Ulf Ryberg. Interpreti: Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Michalis Koutsogiannakis, Lena Endre, Anders Ahlbom. 148 min. Svezia, Dinamarca, Germania. 2009. Adulti. (VSD)
Vanta quasi novecento pagine il terzo e ultimo romanzo della serie Millennium. Ed è chiaro che due o trecento pagine sono totalmente sprecate. Qualcosa del genere traspare anche dal film, che poteva benissimo durare 50 o 60 minuti in meno. La protagonista si sta riavendo da orribili ferite e deve far fronte ad un processo. Vi compaiono, vari cospiratori corrotti, che aprono nuovi armadi, pieni di terribili segreti inconfessabili che forniscono svolte del tutto arbitrarie.
Meno sgradevole e sordido dei due precedenti episodi, il film -girato comunque in modo corretto e sempre con una regia più adatta a una serie televisiva di scarso budget- tratta di un dramma giudiziario piuttosto piatto. Quello che vi si racconta è di scarso interesse, ed anche forzato. È estenuante seguire i passi avanti e indietro della stravagante e inespressiva protagonista. Il resto dei personaggi ha così poca rilevanza, da risultare privi di caratterizzazione. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, S, D (ACEPRENSA)
Vanta quasi novecento pagine il terzo e ultimo romanzo della serie Millennium. Ed è chiaro che due o trecento pagine sono totalmente sprecate. Qualcosa del genere traspare anche dal film, che poteva benissimo durare 50 o 60 minuti in meno. La protagonista si sta riavendo da orribili ferite e deve far fronte ad un processo. Vi compaiono, vari cospiratori corrotti, che aprono nuovi armadi, pieni di terribili segreti inconfessabili che forniscono svolte del tutto arbitrarie.
Meno sgradevole e sordido dei due precedenti episodi, il film -girato comunque in modo corretto e sempre con una regia più adatta a una serie televisiva di scarso budget- tratta di un dramma giudiziario piuttosto piatto. Quello che vi si racconta è di scarso interesse, ed anche forzato. È estenuante seguire i passi avanti e indietro della stravagante e inespressiva protagonista. Il resto dei personaggi ha così poca rilevanza, da risultare privi di caratterizzazione. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, S, D (ACEPRENSA)
The last station
19/6/2010. Regista: Michael Hoffman. Sceneggiatura: Michael Hoffman. Interpreti: Chistopher Plummer, Helen Mirren, James McAvoy, Paul Giamatti, Kerry Condon. 112 min. Gran Bretagna, Germania, Russia. 2009. Adulti. (X)
Abituato a cambiar genere, l’americano Hoffman (Restoration, Sogno di una notte di mezza estate, Il club degli imperatori) ha adattato il romanzo di Jay Parini sull’ultimo anno di vita di Lev Tolstoj, che nel 1910 era uno scrittore di fama mondiale. Il protagonista si trova nella tenuta di Jasnaja Poljana, dove gioca a essere conte, calzolaio e profeta, predicando un utopismo da nuovo mondo, frutto di varie letture: la Bibbia, Rousseau, Proudhon, Kropotkin e Schopenhauer. Idolatrato da una corte di fan, cui appare il profeta che porterà la salvezza in Russia, Tolstoj vuole pace. Ovvero, vuole tutto rifatto a proprio piacimento: istituire un nuovo sistema educativo, trasformare i contadini in vegetariani, rinunciare al sesso e al matrimonio, ecc. Sua moglie non è disposta a che il marito sperperi il patrimonio della nutrita famiglia (i diritti di autore, in particolare) come pretende di fare il consorte, assistito da Vladimir Chertkov, prono alle sue teorie.
Il film, prodotto in Europa e girato in Germania, offre ottime prestazioni degli attori, una suggestiva messa in scena, un buon design di produzione ed una storia di grande interesse, ma -per Hoffman- la tematica è eccessiva, rispetto alle sue capacità.
Mancano sfumature (moltissime) nel ritratto del rapporto tra Lev e la moglie Sophie, presentata come una ficcanaso isterica, piuttosto che una vittima degli scrupoli e deliri messianici del marito. Lei si è sempre fatta in quattro per lui, mentre Tolstoj spesso la tratta ingiustamente, con atteggiamenti arbitrari di un machismo veramente patetico (che arriva ad esempio, a descrivere le intimità del matrimonio, consentendo di prender atto di tutto ciò che si diceva anche nell'intimità domestica).
C'è anche un ritratto delle eccentricità ed insensatezze filosofiche e politiche di un romanziere colossale, ma spesso vero egocentrico, capace di dire autentiche sciocchezze, con buona intenzione, ma per nulla coerenti con la vita da playboy spendaccione, vissuto per anni; e ovviamente vana, in un paese colpito da tremende ingiustizie come la Russia zarista. Il carattere del giovane segretario Valentin Bulgakov dovrebbe servire da ago della bilancia, ma non è ben definito, così che il film si disperde.
Comunque, chi conosce il lavoro e la vita di Tolstoj (è d'aiuto leggere le memorie di Bulgakov e i ricordi della coppia Tolstoj), vedrà il film con piacere, pur avvertendo che convivere con i geni non è affatto facile (penso al caso di Thomas Mann, trattato in modo decisamente duro, in una mini-serie tedesca). Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X (ACEPRENSA)
Abituato a cambiar genere, l’americano Hoffman (Restoration, Sogno di una notte di mezza estate, Il club degli imperatori) ha adattato il romanzo di Jay Parini sull’ultimo anno di vita di Lev Tolstoj, che nel 1910 era uno scrittore di fama mondiale. Il protagonista si trova nella tenuta di Jasnaja Poljana, dove gioca a essere conte, calzolaio e profeta, predicando un utopismo da nuovo mondo, frutto di varie letture: la Bibbia, Rousseau, Proudhon, Kropotkin e Schopenhauer. Idolatrato da una corte di fan, cui appare il profeta che porterà la salvezza in Russia, Tolstoj vuole pace. Ovvero, vuole tutto rifatto a proprio piacimento: istituire un nuovo sistema educativo, trasformare i contadini in vegetariani, rinunciare al sesso e al matrimonio, ecc. Sua moglie non è disposta a che il marito sperperi il patrimonio della nutrita famiglia (i diritti di autore, in particolare) come pretende di fare il consorte, assistito da Vladimir Chertkov, prono alle sue teorie.
Il film, prodotto in Europa e girato in Germania, offre ottime prestazioni degli attori, una suggestiva messa in scena, un buon design di produzione ed una storia di grande interesse, ma -per Hoffman- la tematica è eccessiva, rispetto alle sue capacità.
Mancano sfumature (moltissime) nel ritratto del rapporto tra Lev e la moglie Sophie, presentata come una ficcanaso isterica, piuttosto che una vittima degli scrupoli e deliri messianici del marito. Lei si è sempre fatta in quattro per lui, mentre Tolstoj spesso la tratta ingiustamente, con atteggiamenti arbitrari di un machismo veramente patetico (che arriva ad esempio, a descrivere le intimità del matrimonio, consentendo di prender atto di tutto ciò che si diceva anche nell'intimità domestica).
C'è anche un ritratto delle eccentricità ed insensatezze filosofiche e politiche di un romanziere colossale, ma spesso vero egocentrico, capace di dire autentiche sciocchezze, con buona intenzione, ma per nulla coerenti con la vita da playboy spendaccione, vissuto per anni; e ovviamente vana, in un paese colpito da tremende ingiustizie come la Russia zarista. Il carattere del giovane segretario Valentin Bulgakov dovrebbe servire da ago della bilancia, ma non è ben definito, così che il film si disperde.
Comunque, chi conosce il lavoro e la vita di Tolstoj (è d'aiuto leggere le memorie di Bulgakov e i ricordi della coppia Tolstoj), vedrà il film con piacere, pur avvertendo che convivere con i geni non è affatto facile (penso al caso di Thomas Mann, trattato in modo decisamente duro, in una mini-serie tedesca). Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X (ACEPRENSA)
Robin Hood
22/5/2010. Regista: Ridley Scott. Sceneggiatura: Brian Helgeland. Interpreti: Russell Crowe, Cate Blanchett, William Hurt, Mark Strong, Oscar Isaac, Danny Huston, Eileen Atkins, Max Von Sydow. 141 min. USA, GB. 2010. Giovani. (VSD)
Robin Longstride è un arciere umile e coraggioso, che ha combattuto alle crociate, nell'esercito di Riccardo Cuor di Leone. Quando il re muore, lui ed alcuni amici ritornano in Inghilterra facendosi passare per uomini -in realtà morti in guerra- incaricati di riportare la corona reale nelle isole. Così, Robin si innamora di Lady Marion di Nottingham, e insieme a lei lotta contro il malvagio Sir Godfrey. Costui, al servizio del nuovo re Giovanni, sta tramando alle spalle per facilitare il futuro sbarco di truppe francesi in Inghilterra. Ed intanto provvede a riscuotere -con la forza e versando sangue- le imposte abusive stabilite dal monarca.
In questo kolossal, Ridley Scott si allontana parecchio dallo stereotipo classico dell'arciere Robin Hood e dalle sue avventure nella foresta di Sherwood -ricreate in più di trenta film e produzioni televisive diversi-, per concentrarsi su tutta un'immaginaria storia precedente, che spiega come il protagonista sia diventato il leggendario ladro che rubava ai ricchi, per dare ai poveri. Il veterano cineasta britannico ha messo da parte il tono avventuroso di Michael Curtiz, Richard Lester, Kevin Reynolds o John Irvin, e ha ripreso il tono epico storico dei suoi film Il gladiatore e Le crociate, o di altri successi del genere, come Braveheart, di Mel Gibson, o Elizabeth, di Shekhar Kapur. Ha inoltre rafforzato il carattere romantico della leggenda, grazie alla forza della solida sceneggiatura di Brian Helgeland, esaltata dalle ottime recitazioni di Russell Crowe e Cate Blanchett, che si sono confermati come due tra gli attori contemporanei più dotati di carisma e risorse.
Il risultato finale è divertente e spettacolare -sia per l’iper-realistica ambientazione storica, sia per le potenti sequenze di battaglie-, ma rare sono le emozioni e, sorprendentemente, solo nelle sequenze più intime o ritrattistiche, quali il primo incontro tra Robin e Marion, o la semina a Nottingham con le semenze rubate al vescovo di York. Risaltano gli attori e la meravigliosa colonna sonora di Marc Streitenfeld, ma talvolta risulta fragile la chiarezza e la continuità narrativa. La trama diventa talora un po' episodica, mentre persino la messa in scena di Ridley Scott, quasi mai raggiunge la potenza e la vibrazione di Mel Gibson in Braveheart. È anche convenzionale il ritratto che il film fa della religione, lodando esplicitamente la spiritualità cristiana dei personaggi -soprattutto negli aspetti che fanno riferimento alla carità-, ma qualunquista nelle critiche verso la gerarchia ecclesiastica.
In breve, il film è un notevole prodotto commerciale, destinato a fare un sacco di soldi al botteghino, perché non calca la mano, né nella violenza né nel sesso, ma non passerà per un capolavoro da antologia e certamente deluderà i seguaci più accaniti dell'immagine classica di Robin Hood, l’arciere delle foreste. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, S, D (ACEPRENSA)
Robin Longstride è un arciere umile e coraggioso, che ha combattuto alle crociate, nell'esercito di Riccardo Cuor di Leone. Quando il re muore, lui ed alcuni amici ritornano in Inghilterra facendosi passare per uomini -in realtà morti in guerra- incaricati di riportare la corona reale nelle isole. Così, Robin si innamora di Lady Marion di Nottingham, e insieme a lei lotta contro il malvagio Sir Godfrey. Costui, al servizio del nuovo re Giovanni, sta tramando alle spalle per facilitare il futuro sbarco di truppe francesi in Inghilterra. Ed intanto provvede a riscuotere -con la forza e versando sangue- le imposte abusive stabilite dal monarca.
In questo kolossal, Ridley Scott si allontana parecchio dallo stereotipo classico dell'arciere Robin Hood e dalle sue avventure nella foresta di Sherwood -ricreate in più di trenta film e produzioni televisive diversi-, per concentrarsi su tutta un'immaginaria storia precedente, che spiega come il protagonista sia diventato il leggendario ladro che rubava ai ricchi, per dare ai poveri. Il veterano cineasta britannico ha messo da parte il tono avventuroso di Michael Curtiz, Richard Lester, Kevin Reynolds o John Irvin, e ha ripreso il tono epico storico dei suoi film Il gladiatore e Le crociate, o di altri successi del genere, come Braveheart, di Mel Gibson, o Elizabeth, di Shekhar Kapur. Ha inoltre rafforzato il carattere romantico della leggenda, grazie alla forza della solida sceneggiatura di Brian Helgeland, esaltata dalle ottime recitazioni di Russell Crowe e Cate Blanchett, che si sono confermati come due tra gli attori contemporanei più dotati di carisma e risorse.
Il risultato finale è divertente e spettacolare -sia per l’iper-realistica ambientazione storica, sia per le potenti sequenze di battaglie-, ma rare sono le emozioni e, sorprendentemente, solo nelle sequenze più intime o ritrattistiche, quali il primo incontro tra Robin e Marion, o la semina a Nottingham con le semenze rubate al vescovo di York. Risaltano gli attori e la meravigliosa colonna sonora di Marc Streitenfeld, ma talvolta risulta fragile la chiarezza e la continuità narrativa. La trama diventa talora un po' episodica, mentre persino la messa in scena di Ridley Scott, quasi mai raggiunge la potenza e la vibrazione di Mel Gibson in Braveheart. È anche convenzionale il ritratto che il film fa della religione, lodando esplicitamente la spiritualità cristiana dei personaggi -soprattutto negli aspetti che fanno riferimento alla carità-, ma qualunquista nelle critiche verso la gerarchia ecclesiastica.
In breve, il film è un notevole prodotto commerciale, destinato a fare un sacco di soldi al botteghino, perché non calca la mano, né nella violenza né nel sesso, ma non passerà per un capolavoro da antologia e certamente deluderà i seguaci più accaniti dell'immagine classica di Robin Hood, l’arciere delle foreste. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, S, D (ACEPRENSA)
The road
22/5/2010. Regista: John Hillcoat. Sceneggiatura: Joe Penhall. Interpreti: Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Robert Duvall, Guy Pearce, Charlize Theron. 113 Minutos. USA. 2009. Adulti. (VS). Nei cinema dal 28 maggio.
Cormac McCarthy ha vinto il Premio Pulitzer 2007 per The Road, un breve, secco, duro e magistrale racconto della lotta per la sopravvivenza di un padre e di un figlio, in un mondo distrutto da una catastrofe, di cui non si fornisce alcuna spiegazione.
L'adattamento su grande schermo era di per sé attraente (i romanzi di McCarthy sono stati adattati altre volte: l'ultima, dai fratelli Coen in Non è un paese per vecchi, vincitore dell’Oscar), ma correva anche il rischio di risultare indigesto. Non è facile tradurre in film una storia con due personaggi che parlano in brevi e ripetuti fraseggi. Inoltre, The Road racconta fatti così brutali, che la forza delle immagini potrebbe imporsi sul nucleo della storia, che non fa altro che esaltare il radicale valore della vita umana, la bellezza disarmante dell'amore di un padre per il figlio ed il riflesso della divinità, nella dignità e bontà di un innocente.
Nonostante i rischi di cui sopra, l'australiano John Hillcoat (La proposta) ha saputo trarre un adattamento meraviglioso. Primo, perché lo spirito del romanzo è rimasto intatto, con la sua radicale durezza e la sua apertura alla speranza. In secondo luogo, perché ha orientato tutti gli elementi filmici al fine di rispettare la fedeltà del testo.
La sobria ed efficace messa in scena -coadiuvata da una lunga ricerca di scenari naturali desolati, che hanno permesso di ridurre il ricorso ad effetti digitali-, la bellissima fotografia dello spagnolo Javier Aguirresarobe -così avvincente e al contempo tristemente grigia-, l’evocativa e semplice colonna sonora, alcuni sagge decisioni nel montaggio (che non incide però sulla durezza della storia, senza peraltro mai compiacersene), tutto si pone al servizio della narrazione. Anche le recitazioni emozionanti dei personaggi sullo schermo. Viggo Mortensen supporta così bene il peso -denso- della storia, che ne scaturisce una domanda inevitabile, dopo averne ammirato la superba e complicata caratterizzazione: perché non è stato candidato all'Oscar? Il bambino -Kodi Smit-McPhee-, riesce a replicare un altro personaggio complesso. Tra le parti secondarie si impone Robert Duvall, che in tre minuti dà una lezione sconvolgente di quell'arte della recitazione che si condensa nell'umiltà di dileguarsi -è quasi irriconoscibile- in un personaggio semplicemente magistrale, indimenticabile.
Mi ripeto: è stupefacente che questo film non abbia ricevuto alcun Oscar. Certo è un soggetto scomodo, straziante, quel tipo di film che forse non raccomanderesti a nessuno... e tuttavia, è indispensabile vederlo. Se è vero che chi va al cinema non lo fa per soffrire, con The road certo si soffre, ma si tratta anche di uno di quei pochi film che insegnano a vivere. E, in questo, vi riesce in modo straordinario. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Cormac McCarthy ha vinto il Premio Pulitzer 2007 per The Road, un breve, secco, duro e magistrale racconto della lotta per la sopravvivenza di un padre e di un figlio, in un mondo distrutto da una catastrofe, di cui non si fornisce alcuna spiegazione.
L'adattamento su grande schermo era di per sé attraente (i romanzi di McCarthy sono stati adattati altre volte: l'ultima, dai fratelli Coen in Non è un paese per vecchi, vincitore dell’Oscar), ma correva anche il rischio di risultare indigesto. Non è facile tradurre in film una storia con due personaggi che parlano in brevi e ripetuti fraseggi. Inoltre, The Road racconta fatti così brutali, che la forza delle immagini potrebbe imporsi sul nucleo della storia, che non fa altro che esaltare il radicale valore della vita umana, la bellezza disarmante dell'amore di un padre per il figlio ed il riflesso della divinità, nella dignità e bontà di un innocente.
Nonostante i rischi di cui sopra, l'australiano John Hillcoat (La proposta) ha saputo trarre un adattamento meraviglioso. Primo, perché lo spirito del romanzo è rimasto intatto, con la sua radicale durezza e la sua apertura alla speranza. In secondo luogo, perché ha orientato tutti gli elementi filmici al fine di rispettare la fedeltà del testo.
La sobria ed efficace messa in scena -coadiuvata da una lunga ricerca di scenari naturali desolati, che hanno permesso di ridurre il ricorso ad effetti digitali-, la bellissima fotografia dello spagnolo Javier Aguirresarobe -così avvincente e al contempo tristemente grigia-, l’evocativa e semplice colonna sonora, alcuni sagge decisioni nel montaggio (che non incide però sulla durezza della storia, senza peraltro mai compiacersene), tutto si pone al servizio della narrazione. Anche le recitazioni emozionanti dei personaggi sullo schermo. Viggo Mortensen supporta così bene il peso -denso- della storia, che ne scaturisce una domanda inevitabile, dopo averne ammirato la superba e complicata caratterizzazione: perché non è stato candidato all'Oscar? Il bambino -Kodi Smit-McPhee-, riesce a replicare un altro personaggio complesso. Tra le parti secondarie si impone Robert Duvall, che in tre minuti dà una lezione sconvolgente di quell'arte della recitazione che si condensa nell'umiltà di dileguarsi -è quasi irriconoscibile- in un personaggio semplicemente magistrale, indimenticabile.
Mi ripeto: è stupefacente che questo film non abbia ricevuto alcun Oscar. Certo è un soggetto scomodo, straziante, quel tipo di film che forse non raccomanderesti a nessuno... e tuttavia, è indispensabile vederlo. Se è vero che chi va al cinema non lo fa per soffrire, con The road certo si soffre, ma si tratta anche di uno di quei pochi film che insegnano a vivere. E, in questo, vi riesce in modo straordinario. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
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