17/5/2008. Regista: Jon Favreau. Sceneggiatura: Mark Fergus, Hawk Ostby, Art Marcum, Matt Holloway. Interpreti: Robert Downey Jr., Terrence Howard, Jeff Bridges, Shaun Toub, Gwyneth Paltrow. 126 m. USA 2008. Giovani (VS)
Jon Favreau (Elf, Zathura) dirige il suo terzo film, dopo un lungo tirocinio da attore comprimario di cinema e tv. Iron Man è l’ennesimo supereroe dei comic Marvel che passa al grande schermo. In questo caso, si tratta di un film divertente e spettacolare, con un personaggio che va oltre i cliché eroici dei fumetti scritti da Stan Lee e Jack Kirby.
Il protagonista, Tony Stark, è un brillante ingegnere, proprietario di un’industria bellica, molto ben agganciata al Pentagono. La sua vita scorre frivola, tra lusso e sfrenatezza, finché durante un viaggio intrapreso per promuovere un prodotto d’avanguardia, un missile intelligente, sorge un imprevisto.
Si avverte, nel copione, la partecipazione di due degli autori del testo del film I figli degli uomini. Infatti, il personaggio di Stark è gradevole e scintillante. Inoltre, il film non abusa (come poteva anche accadere, vantando un budget di 190 milioni di dollari) degli accorgimenti traspositivi -spesso destinati al fallimento-, usati quando si porta su grande schermo l’epica del fumetto.
Pur non essendo un capolavoro, l’argomento della trama è ben condotto, con personaggi divertenti. Come negli altri film di supereroi Marvel (Spiderman, Hulk, I Fantastici 4, Daredevil, X-Men), assistiamo alla vicenda che tempra l’eroe, che in questo caso appare come tipo un po’ mascalzone e prepotente, molto ben interpretato da Robert Downey Jr. Lo accompagnano grandi attori, come Jeff Bridges, Terrene Howard e Gwyneth Paltrow.
Certamente l’impostazione scenica è molto più vivace, rispetto alle svolte della trama ed al finale, dove si avvertono tutti i classici limiti di Favreau regista. Il cattivo è, come al solito, rozzo e schematico. Non manca nemmeno una stupida e inverosimile concessione erotica. Ma il film è ameno e divertente, con alcune gag molto riuscite.
I fan di questo prolifico sottogenere saranno contenti, poiché Hollywood non accenna a ridurne la produzione. Ecco i film di supereroi, di prossima visione: Hulk 2, con Edward Norton protagonista, Thor, e Nick Fury (uno dei personaggi più simpatici di Marvel). Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Notte brava a Las Vegas
17/5/2008. Regista: Tom Vaughan. Sceneggiatura: Dana Fox. Interpreti: Cameron Diaz, Ashton Kutcher, Treat Williams, Dennis Miller, Rob Corddry, Lake Bell. 99 m. USA 2008. Giovani-adulti. (DS)
Joy Mc Nally è una donna in carriera, lasciata dal fidanzato nel bel mezzo di una festa di compleanno. Jack Fuller, piccolo e simpatico furfante e scansafatiche, è stato licenziato dalla fabbrica del padre. I due viaggiano a Las Vegas per rifarsi. Dopo una notte brava, si ritrovano sposati. L’unico ostacolo al divorzio è che, nelle ore folli in cui si sono sposati, hanno vinto 3.000.000 di dollari.
Partendo dalla sceneggiatura di Dana Fox (autrice della mediocre The wedding date – L’amore ha il suo prezzo), il regista britannico Tom Vaughan, al suo secondo film, confeziona un prodotto molto commerciale che ripropone gli ingredienti vincenti della commedia romantica, da quando esiste il cinema: una coppia attraente che s’incontra, si piace, litiga, per poi scoprire che l’uno è fatto per l’altra. Forse perché il copione di Fox inizia dalla lite, il film si inserisce nell’eterna lotta dei sessi, ma lo fa con simpatia, con momenti spesso molto divertenti, talvolta un po’ grossolani e con stolido humour escatologico. Inoltre, la sceneggiatura ha il coraggio di proporre una visione positiva del matrimonio, anche se la coda finale (in linea con le mascalzonate grossolane in Tutti pazzi per Mary) sia assurda.
Tenendo conto di queste limitazioni, la commedia regge bene, grazie anche alla coppia di protagonisti. A 36 anni, Cameron Diaz continua a rivelare il suo talento comico per film fuori dalle righe; mentre Asthon Kutcher, che ha confessato di aver dovuto moderare le sue tendenze istrioniche, si rivela un partner adeguato. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Joy Mc Nally è una donna in carriera, lasciata dal fidanzato nel bel mezzo di una festa di compleanno. Jack Fuller, piccolo e simpatico furfante e scansafatiche, è stato licenziato dalla fabbrica del padre. I due viaggiano a Las Vegas per rifarsi. Dopo una notte brava, si ritrovano sposati. L’unico ostacolo al divorzio è che, nelle ore folli in cui si sono sposati, hanno vinto 3.000.000 di dollari.
Partendo dalla sceneggiatura di Dana Fox (autrice della mediocre The wedding date – L’amore ha il suo prezzo), il regista britannico Tom Vaughan, al suo secondo film, confeziona un prodotto molto commerciale che ripropone gli ingredienti vincenti della commedia romantica, da quando esiste il cinema: una coppia attraente che s’incontra, si piace, litiga, per poi scoprire che l’uno è fatto per l’altra. Forse perché il copione di Fox inizia dalla lite, il film si inserisce nell’eterna lotta dei sessi, ma lo fa con simpatia, con momenti spesso molto divertenti, talvolta un po’ grossolani e con stolido humour escatologico. Inoltre, la sceneggiatura ha il coraggio di proporre una visione positiva del matrimonio, anche se la coda finale (in linea con le mascalzonate grossolane in Tutti pazzi per Mary) sia assurda.
Tenendo conto di queste limitazioni, la commedia regge bene, grazie anche alla coppia di protagonisti. A 36 anni, Cameron Diaz continua a rivelare il suo talento comico per film fuori dalle righe; mentre Asthon Kutcher, che ha confessato di aver dovuto moderare le sue tendenze istrioniche, si rivela un partner adeguato. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Speed Racer
17/5/2008. Registi: Andy Wachowski, Larry Wachowski. Sceneggiatura: Andy Wachowski, Larry Wachowski. Interpreti: Emile Hirsch, Susan Sarandon, John Goodman, Christina Ricci, Matthew Fox, Hiroyuki Sanada, Ji Hoon Jung, Richard Roundtree, Roger Allam, Benno Fürmann. 135 m. USA 2008. Giovani. (V)
Dopo Bound-Torbido inganni e la trilogia di Matrix, I fratelli Andy e Larry Wachowski trasferiscono su grande schermo la popolare serie giapponese di cartoni animati Mach GO Go Go, nota negli USA come Speed Racer. Creata nel 1967 da Tatuo Yoshida, a partire dai propri manga (comics), l’azione si svolge in un variopinto mondo retró-futurista, con estetica da anni sessanta. Vi sono molto popolari le corse di bolidi, dove sono permessi scontri offensivi e difensivi. I veicoli sono dotati di sofisticati optionals, che permettono di raggiungere velocità spettacolari; ed anche saltare.
In questo ambiente elettrizzante, ha vissuto fin da bambino Speed Racer, temerario pilota adolescente, che conserva molte delle eccellenti qualità del fratello, Rex Racer, morto anni fa in strane circostanze. Speed corre su di un impressionante bolide, Match 5, disegnato dal padre e dal divertente meccanico di sua fiducia. La situazione si complica quando Speed rifiuta l’offerta del miliardario e corrotto Royalton, proprietario di scuderia. Speed riceve aiuto da X Racer, misterioso pilota mascherato.
I Wachowski si mantengono fedeli al serial originale, attraverso un impianto filmico molto aggressivo ed uno spettacolare spiegamento di effetti visivi, con cui ricreare un mondo quasi interamente virtuale e psichedelico. Costa accettare tale rischiosa estetica, che a molti sembrerà kitsch. Tuttavia, chi accetta questo singolare cocktail di animazione e azione reale resterà davvero soddisfatto, perché la trama è divertente e con numerose sequenze molto spettacolari. Diverse sottotrame drammatiche e comiche, ben inserite tra loro danno peso ai personaggi. Questi risultano essere tutti molto ben interpretati da attori di primo piano, che hanno preso sul serio l’incursione dei Wachowski nel cinema destinato alle famiglie. Jerónimo José Martín ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V (ACEPRENSA)
Dopo Bound-Torbido inganni e la trilogia di Matrix, I fratelli Andy e Larry Wachowski trasferiscono su grande schermo la popolare serie giapponese di cartoni animati Mach GO Go Go, nota negli USA come Speed Racer. Creata nel 1967 da Tatuo Yoshida, a partire dai propri manga (comics), l’azione si svolge in un variopinto mondo retró-futurista, con estetica da anni sessanta. Vi sono molto popolari le corse di bolidi, dove sono permessi scontri offensivi e difensivi. I veicoli sono dotati di sofisticati optionals, che permettono di raggiungere velocità spettacolari; ed anche saltare.
In questo ambiente elettrizzante, ha vissuto fin da bambino Speed Racer, temerario pilota adolescente, che conserva molte delle eccellenti qualità del fratello, Rex Racer, morto anni fa in strane circostanze. Speed corre su di un impressionante bolide, Match 5, disegnato dal padre e dal divertente meccanico di sua fiducia. La situazione si complica quando Speed rifiuta l’offerta del miliardario e corrotto Royalton, proprietario di scuderia. Speed riceve aiuto da X Racer, misterioso pilota mascherato.
I Wachowski si mantengono fedeli al serial originale, attraverso un impianto filmico molto aggressivo ed uno spettacolare spiegamento di effetti visivi, con cui ricreare un mondo quasi interamente virtuale e psichedelico. Costa accettare tale rischiosa estetica, che a molti sembrerà kitsch. Tuttavia, chi accetta questo singolare cocktail di animazione e azione reale resterà davvero soddisfatto, perché la trama è divertente e con numerose sequenze molto spettacolari. Diverse sottotrame drammatiche e comiche, ben inserite tra loro danno peso ai personaggi. Questi risultano essere tutti molto ben interpretati da attori di primo piano, che hanno preso sul serio l’incursione dei Wachowski nel cinema destinato alle famiglie. Jerónimo José Martín ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V (ACEPRENSA)
Certamente, forse
17/5/08. Regista: Adam Brooks. Sceneggiatura: Adam Brooks. Interpreti: con Ryan Reynolds, Isla Fisher, Rachel Weisz, Derek Luke, Elizabeth Banks, Abigail Breslin. 112 m. USA, Gran Bretagna, Francia, 2008. Giovani-adulti. (SD)
Will Hayes è un professionista trentenne, sull’orlo del divorzio. Sua figlia Maya, di 10 anni, non capisce la situazione e chiede a papà di raccontarle come s’innamorò di mamma. Hayes le propone un gioco: le racconterà la storia della sua vita e dei suoi amori con tre donne. Maya dovrà scoprire quale delle tre è sua madre.
L’impostazione di Adam Brooks (sceneggiatore di Wimbledon e French Kiss) è coinvolgente. Lo stesso dicasi per l’inizio del film, con una spontanea Abigail Breslin, incorreggibilmente curiosa. Emerge anche una decisa critica allo scioccante e grossolano modo d’insegnare educazione sessuale nelle scuole.
Ma siamo solo all’inizio. Sembra che Brooks (autore dell’adattamento di Che pasticcio, Bridget Jones) subito dopo ci ripensi e, preferendo non rischiar troppo, adotti poi una narrativa classica -un flashback interrotto ogni tanto dalle domande di Maya a suo padre- con una visione più “adattata” alla realtà, cioè, più disincantata e qualunquista, compiacente e acritica (tranne due battute politiche). E, soprattutto, meno romantica. Ciò che infatti Certamente, forse racconta non è la conquista dell’amore, bensí il suo irrimediabile dileguarsi. In tal senso, il film finisce per diventare decisamente antiromantico, malgrado il finale, che suona così falso e artefatto da alterare la stessa recitazione di Abigail Breslin (si nota subito se un bambino non crede in quello che dice).
Brooks ha utilizzato un buon team tecnico, che da solidità a questa agrodolce commedia, sintesi di una storia che si svolge nel corso di sedici anni. La fotografia, di Florian Ballhaus (Il diavolo veste Prada), è molto curata. La musica di Clint Mansell (L’albero della vita) si rivela eccellente elemento, nel suo marcare il trascorrere del tempo. Il film rivela anche un cast femminile convincente -non adeguato, invece, il protagonista maschile- che mette in luce oltre Breslin, Rachel Weisz e Isla Fisher. Ma alla fin fine, è un ennesimo esempio di film “tutto fumo e niente arrosto”: esaurisce la propria originalità in un paio di sketch. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Will Hayes è un professionista trentenne, sull’orlo del divorzio. Sua figlia Maya, di 10 anni, non capisce la situazione e chiede a papà di raccontarle come s’innamorò di mamma. Hayes le propone un gioco: le racconterà la storia della sua vita e dei suoi amori con tre donne. Maya dovrà scoprire quale delle tre è sua madre.
L’impostazione di Adam Brooks (sceneggiatore di Wimbledon e French Kiss) è coinvolgente. Lo stesso dicasi per l’inizio del film, con una spontanea Abigail Breslin, incorreggibilmente curiosa. Emerge anche una decisa critica allo scioccante e grossolano modo d’insegnare educazione sessuale nelle scuole.
Ma siamo solo all’inizio. Sembra che Brooks (autore dell’adattamento di Che pasticcio, Bridget Jones) subito dopo ci ripensi e, preferendo non rischiar troppo, adotti poi una narrativa classica -un flashback interrotto ogni tanto dalle domande di Maya a suo padre- con una visione più “adattata” alla realtà, cioè, più disincantata e qualunquista, compiacente e acritica (tranne due battute politiche). E, soprattutto, meno romantica. Ciò che infatti Certamente, forse racconta non è la conquista dell’amore, bensí il suo irrimediabile dileguarsi. In tal senso, il film finisce per diventare decisamente antiromantico, malgrado il finale, che suona così falso e artefatto da alterare la stessa recitazione di Abigail Breslin (si nota subito se un bambino non crede in quello che dice).
Brooks ha utilizzato un buon team tecnico, che da solidità a questa agrodolce commedia, sintesi di una storia che si svolge nel corso di sedici anni. La fotografia, di Florian Ballhaus (Il diavolo veste Prada), è molto curata. La musica di Clint Mansell (L’albero della vita) si rivela eccellente elemento, nel suo marcare il trascorrere del tempo. Il film rivela anche un cast femminile convincente -non adeguato, invece, il protagonista maschile- che mette in luce oltre Breslin, Rachel Weisz e Isla Fisher. Ma alla fin fine, è un ennesimo esempio di film “tutto fumo e niente arrosto”: esaurisce la propria originalità in un paio di sketch. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
The hunting party
30/4/2008. Regista: Richard Shepard. Sceneggiatura: Richard Shepard. Interpreti: Richard Gere, Terrence Howard, Jesse Eisenberg, James Brolin, Ljubomir Kerekeš, Kristina Krepela, Diane Kruger. 103 m. USA, Croazia, Bosnia-Herzegovina. 2007. Giovani-adulti (VSD)
Un giornalista e un operatore tv, di una rete statunitense, hanno lavorato insieme in molti conflitti bellici. Le loro vite prendono una strada diversa, in seguito ad un incidente -durante la guerra di Bosnia-, che ha fatto cadere in disgrazia il giornalista. Diversi anni dopo, eccoli di nuovo insieme -a Sarajevo- per commentare il quinto anniversario della fine della guerra. Entrambi, accompagnati da un giornalista alle prime armi -figlio di un vicepresidente della rete tv, nonché appena laureatosi a Harvard-, si lanciano ora sulle tracce di un criminale di guerra.
Shepard è regista mediocre. Si ritrova a girare un film di livello, in cui manifesta la sua inadeguatezza: si confronta infatti con problematiche assai impegnative, tuttora pregne di dolorosi ricordi, ma con tono davvero superficiale, pieno di archetipi e cliché, così che ci sono sequenze in cui il film perde di ritmo e a malapena si riprende. Gli attori, tutti molto prestigiosi, sembrano aver capito quanto sia scadente il copione, se riferito alla struttura drammatica dei personaggi: fanno quel che possono. Abbastanza, perché il film resti -in qualche modo- a galla. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: V, S, D (ACEPRENSA)
Un giornalista e un operatore tv, di una rete statunitense, hanno lavorato insieme in molti conflitti bellici. Le loro vite prendono una strada diversa, in seguito ad un incidente -durante la guerra di Bosnia-, che ha fatto cadere in disgrazia il giornalista. Diversi anni dopo, eccoli di nuovo insieme -a Sarajevo- per commentare il quinto anniversario della fine della guerra. Entrambi, accompagnati da un giornalista alle prime armi -figlio di un vicepresidente della rete tv, nonché appena laureatosi a Harvard-, si lanciano ora sulle tracce di un criminale di guerra.
Shepard è regista mediocre. Si ritrova a girare un film di livello, in cui manifesta la sua inadeguatezza: si confronta infatti con problematiche assai impegnative, tuttora pregne di dolorosi ricordi, ma con tono davvero superficiale, pieno di archetipi e cliché, così che ci sono sequenze in cui il film perde di ritmo e a malapena si riprende. Gli attori, tutti molto prestigiosi, sembrano aver capito quanto sia scadente il copione, se riferito alla struttura drammatica dei personaggi: fanno quel che possono. Abbastanza, perché il film resti -in qualche modo- a galla. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: V, S, D (ACEPRENSA)
Ortone e il mondo dei Chi
30/4/2008. Regista: Jimmy Hayward, Steve Martino. Genere Animazione. 88 minuti. USA 2008. Tutti.
Ortone è un elefante buonissimo, giocherellone, dotato di fantasia, che si diverte giocando con i suoi piccoli amici in una fitta foresta. Un giorno sente un’esile chiamata di aiuto, che sembra provenire da un minuscolo granello di polvere sospeso per aria. Nel granello, c’è la Città di Chi non So, abitata dai divertenti e microscopici Chi. Il primo cittadino è il Sinda-Chi, un brav’uomo, sposato, papà di un figlio problematico e di 96 figlie, cui nessuno dà retta quando afferma che la città è minacciata da un grave pericolo.
Durante la realizzione degli effetti digitali di film come Fight Club, La tigre e il dragone o Titan A. E., i Blue Sky Studios si sono associati a Fox Animation. Insieme hanno vinto, con Bunny, l’Oscar al miglior cortometraggio di animazione 1998. Hanno continuato poi a collaborare nei bellissimi film L’Era glaciale 1 e 2, e Robots. Ed ecco ora l’indovinato Ortone, brillante adattamento del libro infantile Ortone e il mondo dei Chi.
Molto simpatica, questa commedia di animazione in 3D, destinata ai più piccoli ma pienamente godibile da spettatori di ogni età. In primo luogo, sorprende gradevolmente la sceneggiatura, forse un po’ leggera, ma agile, piena di personaggi molto simpatici e dialoghi esilaranti, con una valida riflessione sul valore della solidarietà e sulla dignità di ogni essere umano. Grazie a questa idea, sintetizzata nel significativo lemma “una persona è una persona, per quanto piccola sia”, il film imprime una dimensione trascendente e religiosa, molto più attraente del rigido razionalismo materialista della signora Canguro, per la quale “tutto ciò che non si può vedere, udire o sentire, non esiste”.
D’altra parte, l’animazione è di altissima qualità, specie per quanto riguarda i gesti dei personaggi, segnando un discreto progresso, rispetto alla serie L’Era glaciale. Una menzione particolare al coregista Jimmy Hayward, eccellente animatore, proveniente dalla Pixar, dove è stato sempre presente -in ogni lungometraggio- fino Alla ricerca di Nemo. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: --- (ACEPRENSA)
Ortone è un elefante buonissimo, giocherellone, dotato di fantasia, che si diverte giocando con i suoi piccoli amici in una fitta foresta. Un giorno sente un’esile chiamata di aiuto, che sembra provenire da un minuscolo granello di polvere sospeso per aria. Nel granello, c’è la Città di Chi non So, abitata dai divertenti e microscopici Chi. Il primo cittadino è il Sinda-Chi, un brav’uomo, sposato, papà di un figlio problematico e di 96 figlie, cui nessuno dà retta quando afferma che la città è minacciata da un grave pericolo.
Durante la realizzione degli effetti digitali di film come Fight Club, La tigre e il dragone o Titan A. E., i Blue Sky Studios si sono associati a Fox Animation. Insieme hanno vinto, con Bunny, l’Oscar al miglior cortometraggio di animazione 1998. Hanno continuato poi a collaborare nei bellissimi film L’Era glaciale 1 e 2, e Robots. Ed ecco ora l’indovinato Ortone, brillante adattamento del libro infantile Ortone e il mondo dei Chi.
Molto simpatica, questa commedia di animazione in 3D, destinata ai più piccoli ma pienamente godibile da spettatori di ogni età. In primo luogo, sorprende gradevolmente la sceneggiatura, forse un po’ leggera, ma agile, piena di personaggi molto simpatici e dialoghi esilaranti, con una valida riflessione sul valore della solidarietà e sulla dignità di ogni essere umano. Grazie a questa idea, sintetizzata nel significativo lemma “una persona è una persona, per quanto piccola sia”, il film imprime una dimensione trascendente e religiosa, molto più attraente del rigido razionalismo materialista della signora Canguro, per la quale “tutto ciò che non si può vedere, udire o sentire, non esiste”.
D’altra parte, l’animazione è di altissima qualità, specie per quanto riguarda i gesti dei personaggi, segnando un discreto progresso, rispetto alla serie L’Era glaciale. Una menzione particolare al coregista Jimmy Hayward, eccellente animatore, proveniente dalla Pixar, dove è stato sempre presente -in ogni lungometraggio- fino Alla ricerca di Nemo. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: --- (ACEPRENSA)
L'altra donna del re
30/4/2008. Regista: Justin Chadwick. Sceneggiatura: Peter Morgan. Interpreti: Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana, David Morrissey, Kristin Scott Thomas, Mark Rylance, Jim Sturgess. 115 m. Gran Bretagna. 2008. Adulti (VX)
Justin Chadwick, regista televisivo britannico, esordisce nel cinema con l’adattamento di un romanzo storico di Philippa Gregory, The Other Boleyn Girl. Si tratta di un tentativo di ricostruire la vicenda del tragico matrimonio tra Enrico VIII ed Anna Bolena, dal punto di vista di Maria, l’ignorata sorellina della regina, che ha avuto un figlio dal re prima che questi cedesse alla passione per Anna.
Per imbastire il film, ci si è affidati allo sceneggiatore inglese Peter Morgan (The Queen, L’ultimo re di Scozia), esperto in personaggi storici. Il film non si inquadra nel tradizionale genere storico, in cui si racconta il celebre episodio che determinò l’uscita dell’Inghilterra dalla Chiesa Cattolica. D’altronde, la capricciosa instabilità sentimentale del re è già stata raccontata altrove. L’altra donna del re non osa neppure allinearsi al consono rigore storico, nel raccontare le vicissitudini dei personaggi, come invece nel memorabile Un uomo per tutte le stagioni.
Quello prodotto da Chadwick, lontano dal descrivere le grandi questioni di stato, refrattario ad un’analisi storico-politica, risulta in realtà un film psicologico. Sviluppa i processi psicologici e affettivi che portano due giovane donzelle a rivaleggiare per la stanza da letto di un potente re. Altrimenti detto, L’altra donna del re è un dramma morale sull’ambizione umana. La storia inglese fa soltanto da sfondo, come nei drammi di Shakespeare.
Non si tratta comunque di un film moralizzante, e nemmeno incline a giudizi sommari. Maria Bolena tradisce suo marito per compiacere sessualmente il monarca e, malgrado il suo errore, resta una donna umile, di buoni sentimenti, capace di sacrifici, generosità e perdono; Anna è machiavellica, ma la sua perversità è il risultato della demolizione di tutti i suoi nobili principi, ad opera del padre e dell’abbietto zio. Infine, è una donna pentita. L’unico personaggio tutto d’un pezzo, integro, senza macchia, è proprio Caterina d’Aragona, interpretata da Ana Torrent.
Onesta appare anche Isabella, madre di Anna, ma incapace di agire diversamente da quanto le ordina il marito, uomo meschino e codardo, la cui ambizione le impedisce di far valere il suo senso del bene e della giustizia, in una società inguaribilmente maschilista. Le due figlie finiscono nel circolo vizioso della debolezza umana, vittime di un uomo che confonde la ragion di stato con i propri capricci personali.
D’altra parte, il tema della questione religiosa, anche se presentato solo tangenzialmente, non appare per nulla in contrasto con le valutazioni emerse nei film storici attuali. In realtà, il cattolicesimo di Caterina d’Aragona sembra l’unica posizione solida, in mezzo al vuoto di fede degli altri personaggi.
La recitazione delle attrici è eccellente. Riescono, con successo, nell’arduo compito di coniugare la meschinità a momenti di umanità. Eric Bana, che si conferma attore di gran talento, non emerge più di tanto per colpa del personaggio che interpreta, assai lontano dalla fisionomia reale del monarca. Il formato del film è tradizionale, ma di successo e molto equilibrato, tra copione e messa in scena. Splendida, la direzione artistica. L’altra donna del re non delude. Juan Orellana. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X (ACEPRENSA)
Justin Chadwick, regista televisivo britannico, esordisce nel cinema con l’adattamento di un romanzo storico di Philippa Gregory, The Other Boleyn Girl. Si tratta di un tentativo di ricostruire la vicenda del tragico matrimonio tra Enrico VIII ed Anna Bolena, dal punto di vista di Maria, l’ignorata sorellina della regina, che ha avuto un figlio dal re prima che questi cedesse alla passione per Anna.
Per imbastire il film, ci si è affidati allo sceneggiatore inglese Peter Morgan (The Queen, L’ultimo re di Scozia), esperto in personaggi storici. Il film non si inquadra nel tradizionale genere storico, in cui si racconta il celebre episodio che determinò l’uscita dell’Inghilterra dalla Chiesa Cattolica. D’altronde, la capricciosa instabilità sentimentale del re è già stata raccontata altrove. L’altra donna del re non osa neppure allinearsi al consono rigore storico, nel raccontare le vicissitudini dei personaggi, come invece nel memorabile Un uomo per tutte le stagioni.
Quello prodotto da Chadwick, lontano dal descrivere le grandi questioni di stato, refrattario ad un’analisi storico-politica, risulta in realtà un film psicologico. Sviluppa i processi psicologici e affettivi che portano due giovane donzelle a rivaleggiare per la stanza da letto di un potente re. Altrimenti detto, L’altra donna del re è un dramma morale sull’ambizione umana. La storia inglese fa soltanto da sfondo, come nei drammi di Shakespeare.
Non si tratta comunque di un film moralizzante, e nemmeno incline a giudizi sommari. Maria Bolena tradisce suo marito per compiacere sessualmente il monarca e, malgrado il suo errore, resta una donna umile, di buoni sentimenti, capace di sacrifici, generosità e perdono; Anna è machiavellica, ma la sua perversità è il risultato della demolizione di tutti i suoi nobili principi, ad opera del padre e dell’abbietto zio. Infine, è una donna pentita. L’unico personaggio tutto d’un pezzo, integro, senza macchia, è proprio Caterina d’Aragona, interpretata da Ana Torrent.
Onesta appare anche Isabella, madre di Anna, ma incapace di agire diversamente da quanto le ordina il marito, uomo meschino e codardo, la cui ambizione le impedisce di far valere il suo senso del bene e della giustizia, in una società inguaribilmente maschilista. Le due figlie finiscono nel circolo vizioso della debolezza umana, vittime di un uomo che confonde la ragion di stato con i propri capricci personali.
D’altra parte, il tema della questione religiosa, anche se presentato solo tangenzialmente, non appare per nulla in contrasto con le valutazioni emerse nei film storici attuali. In realtà, il cattolicesimo di Caterina d’Aragona sembra l’unica posizione solida, in mezzo al vuoto di fede degli altri personaggi.
La recitazione delle attrici è eccellente. Riescono, con successo, nell’arduo compito di coniugare la meschinità a momenti di umanità. Eric Bana, che si conferma attore di gran talento, non emerge più di tanto per colpa del personaggio che interpreta, assai lontano dalla fisionomia reale del monarca. Il formato del film è tradizionale, ma di successo e molto equilibrato, tra copione e messa in scena. Splendida, la direzione artistica. L’altra donna del re non delude. Juan Orellana. ACEPRENSA.
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