26/2/2011. Regista: Ethan Coen, Joel Coen. Sceneggiatura: Joel e Ethan Coen. Interpreti: Jeff Bridges, Matt Damon, Hallie Steinfled, Josh Brolin, Barry Pepper. 110 min. USA. 2010. Giovani. (V)
È bello ritrovarsi di fronte ad un buon western. So che non scrivo nulla di originale, ma -come sottolineato da molti esperti di storia del cinema- il western di qualità riassume spesso l'essenza del cinema, come racconto audiovisivo. "Nulla è più cinematografico di un cavallo al galoppo", disse Ford, forse il più grande regista della storia. Basta rivedersi Ombre rosse, per rendersi conto della verità di simile affermazione.
I Coen, dopo essere incappati in alcuni film meno riusciti, girano stavolta una bella storia, che evoca una visione del west tra nostalgia e delusione, ma priva di cinismo. La realizzazione è splendida, grazie ad una colonna sonora davvero riuscita, di Carter Burwell, e ad un cast di prima classe. È vero che, già nel 1969, Hathaway traspose in linguaggio cinematografico il romanzo di Charles Portis, e lo fece molto bene, con una colonna sonora, altrettanto indimenticabile, di Elmer Bernstein e un magistrale John Wayne, che vinse un Oscar un po’ tardivo, perché già meritato almeno in sei o sette film precedenti. Ma, fino a prova contraria, non è vietato fornire altre versioni eccellenti di una stessa storia, come dimostra lo splendido remake realizzato da James Mangold del celebre Quel treno per Yuma.
I Coen hanno letto questa storia con desiderio di fedeltà allo spirito dell’originale letterario, che precorre l’opera di Cormac McCarthy. Adottano il punto di vista di Mattie Ross, vigorosa e tenace ragazza di 13 anni, che si rifiuta di lasciare impunito l'assassinio del padre, “perché l'unica cosa che viene fornita gratuitamente in questa vita è la grazia di Dio”. Il ritratto del mondo duro e brutale, semplice e onesto, che Mattie ci presenta, è reso in modo intelligente: virtù e vizi ritratti corrispondono alla realtà. I Coen si trovano più vicini all'amaro Gli spietati di C. Eastwood che al tragico e lirico Ford de L'uomo che uccise Liberty Valance o di Sentieri selvaggi. La quattordicenne Hallie Steinfeld è magnifica e, pur da esordiente, recita stupendamente a fianco degli splendidi Bridges e Damon. Un film straordinario e, in diversi momenti, eccezionale. Si rivela il più alto incasso dei fratelli Coen. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V (ACEPRENSA)
Hereafter
26/2/2011. Regista: Clint Eastwood. Sceneggiatura: Peter Morgan. Interpreti: Matt Damon, Cécile De France, Bryce Dallas Howard, Frankie McLaren, Marthe Keller. 129 min. USA. 2010. Giovani.
Assecondando il trend verso la speranza dei film più recenti, come Changeling, Gran Torino e Invictus, l'ottuagenario Clint Eastwood affronta, in questo nuovo lavoro, altri due grandi temi esistenziali: la morte e l'aldilà. E lo fa partendo da una sceneggiatura di Peter Morgan (The Queen, Frost/Nixon-Il duello, The Damned United), ispirata alle esperienze reali di persone che, trovatesi ad un passo dalla morte, sostengono di aver intravisto qualcosa dall'altro lato del tunnel della vita.
È il caso di Marie, prestigiosa giornalista e scrittrice francese che, dopo aver subito un'esperienza traumatica durante lo tsunami del 2004, nell'Oceano Indiano, ha dedicato il suo nuovo libro alla vita oltre la morte. In quest'opera, appare George, che ha il dono -o la maledizione- di essere in grado di contattare i cari estinti di quanti si rivolgono a lui, dopo avergli toccato le mani. Per anni, George e il fratello hanno sfruttato economicamente questo carisma. Ma ecco che George si rifiuta di continuare ad esercitarlo, e si mette lavorare -da manovale- al porto di San Francisco. Tramite Internet, viene a sapere di lui Marcus, ragazzo londinese -figlio di madre alcolizzata-, che desidera ardentemente “contattare” il suo gemello Jason, morto in circostanze tragiche. Le vite tormentate dei tre si avvicineranno gradualmente sempre più.
La prima cosa che sorprende di Hereafter è il nuovo cambiamento di tono e di stile adottato dal camaleontico Clint Eastwood. Il film inizia con una lunga e impressionante ricostruzione del maremoto nel Sud-est asiatico, superbamente girata in primo piano, di enorme impatto drammatico, seppure con effetti digitali che potevano essere più curati. Comunque, l'attore e regista californiano adotta un naturalismo sereno e trascendente -tanto per definirlo in qualche modo-, simile ad altri film contemporanei di genere esistenziale, come Grand Canyon, Tredici variazioni sul tema o Crash; lontano, invece, dalle dense tensioni iperrealiste di Mystic River o Million Dollar Baby. In questo naturalismo, recitano a proprio agio, calati in personaggi rifiniti con somma cura, tutti gli attori.
Eastwood dispiega qui le personali riflessioni sulla vita, la sofferenza, la morte e l'aldilà, sempre in modo molto meticoloso, tranne che nell'ultimo tema, dove fa ricorso ad una chiave di lettura New Age ed eclettica, invece che strettamente cristiana, aprendo ad un certo spiritismo. Forse questo approccio un po' sfuocato riflette i dubbi reali di Peter Morgan e Clint Eastwood. In ogni caso, si apprezza l'onestà e l'eleganza dello sguardo di entrambi -sempre senza enfasi ideologiche-, le loro indovinate critiche al materialismo edonista e alle frodi esoteriche, nonché l'apertura al trascendente attraverso il destino o la provvidenza -vero motore della trama- e del valore della redenzione personale. Resta la convinzione, che c'è qualcosa che va oltre la nostra esistenza terrena. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: ----- (ACEPRENSA)
Assecondando il trend verso la speranza dei film più recenti, come Changeling, Gran Torino e Invictus, l'ottuagenario Clint Eastwood affronta, in questo nuovo lavoro, altri due grandi temi esistenziali: la morte e l'aldilà. E lo fa partendo da una sceneggiatura di Peter Morgan (The Queen, Frost/Nixon-Il duello, The Damned United), ispirata alle esperienze reali di persone che, trovatesi ad un passo dalla morte, sostengono di aver intravisto qualcosa dall'altro lato del tunnel della vita.
È il caso di Marie, prestigiosa giornalista e scrittrice francese che, dopo aver subito un'esperienza traumatica durante lo tsunami del 2004, nell'Oceano Indiano, ha dedicato il suo nuovo libro alla vita oltre la morte. In quest'opera, appare George, che ha il dono -o la maledizione- di essere in grado di contattare i cari estinti di quanti si rivolgono a lui, dopo avergli toccato le mani. Per anni, George e il fratello hanno sfruttato economicamente questo carisma. Ma ecco che George si rifiuta di continuare ad esercitarlo, e si mette lavorare -da manovale- al porto di San Francisco. Tramite Internet, viene a sapere di lui Marcus, ragazzo londinese -figlio di madre alcolizzata-, che desidera ardentemente “contattare” il suo gemello Jason, morto in circostanze tragiche. Le vite tormentate dei tre si avvicineranno gradualmente sempre più.
La prima cosa che sorprende di Hereafter è il nuovo cambiamento di tono e di stile adottato dal camaleontico Clint Eastwood. Il film inizia con una lunga e impressionante ricostruzione del maremoto nel Sud-est asiatico, superbamente girata in primo piano, di enorme impatto drammatico, seppure con effetti digitali che potevano essere più curati. Comunque, l'attore e regista californiano adotta un naturalismo sereno e trascendente -tanto per definirlo in qualche modo-, simile ad altri film contemporanei di genere esistenziale, come Grand Canyon, Tredici variazioni sul tema o Crash; lontano, invece, dalle dense tensioni iperrealiste di Mystic River o Million Dollar Baby. In questo naturalismo, recitano a proprio agio, calati in personaggi rifiniti con somma cura, tutti gli attori.
Eastwood dispiega qui le personali riflessioni sulla vita, la sofferenza, la morte e l'aldilà, sempre in modo molto meticoloso, tranne che nell'ultimo tema, dove fa ricorso ad una chiave di lettura New Age ed eclettica, invece che strettamente cristiana, aprendo ad un certo spiritismo. Forse questo approccio un po' sfuocato riflette i dubbi reali di Peter Morgan e Clint Eastwood. In ogni caso, si apprezza l'onestà e l'eleganza dello sguardo di entrambi -sempre senza enfasi ideologiche-, le loro indovinate critiche al materialismo edonista e alle frodi esoteriche, nonché l'apertura al trascendente attraverso il destino o la provvidenza -vero motore della trama- e del valore della redenzione personale. Resta la convinzione, che c'è qualcosa che va oltre la nostra esistenza terrena. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: ----- (ACEPRENSA)
Il cigno nero - Black Swan
26/2/2011. Regista: Darren Aronofsky. Sceneggiatura: Mark Heyman, Andres Heinz, John McLaughlin. Interpreti: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder. 110 min. USA. 2010. Adulti. (XV)
Nina è una giovane ballerina, combattiva, perfezionista, ma fragile, molto fragile. La sua tecnica è perfetta. Le manca però carisma e passione; appare ancora troppo rigida. Il contrario della sensuale ed esplosiva Lily. Nina è il cigno bianco, Lily il nero. Il direttore della compagnia cercherà di cambiar colore alle piume di Nina, spingendola, tra le altre cose, ad esplorare la propria sessualità.
Come di consueto, nella filmografia di Aronosfky, il film combina un'estetica soggiogante ad un tono opprimente e morboso, quasi malsano e malaticcio: quello che respira la protagonista. Il brillante e suggestivo involucro della danza serve al regista americano per rendere più evidente lo smembramento di un giocattolo rotto, diretto alla totale auto-distruzione.
Il film, comunque, non sa mantenere le promesse e, in questo senso, il finale rivela che -dopo il momento clou della svolta, del cambio di registro, del proprio indugiare nell’onirico in toni tanto inquietanti-, ci si trova davanti alla stessa solfa di tanti dozzinali film-tv, che passano sul piccolo schermo senza lasciar traccia.
Nonostante i premi e la copertura mediatica del film, si ha l'impressione che non sia certo un grande film. Senza l'interpretazione di Natalie Portman (estenuata, oltre ogni limite, da ore di balletto e da una dieta molto severa), la ricercata polemica dovuta ad una scena di sesso violento tra donne, nonché la fama di enfant terrible di Aronofsky, è un film per cui non varrebbe la pena nemmeno di esprimere un commento. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, V (ACEPRENSA)
Nina è una giovane ballerina, combattiva, perfezionista, ma fragile, molto fragile. La sua tecnica è perfetta. Le manca però carisma e passione; appare ancora troppo rigida. Il contrario della sensuale ed esplosiva Lily. Nina è il cigno bianco, Lily il nero. Il direttore della compagnia cercherà di cambiar colore alle piume di Nina, spingendola, tra le altre cose, ad esplorare la propria sessualità.
Come di consueto, nella filmografia di Aronosfky, il film combina un'estetica soggiogante ad un tono opprimente e morboso, quasi malsano e malaticcio: quello che respira la protagonista. Il brillante e suggestivo involucro della danza serve al regista americano per rendere più evidente lo smembramento di un giocattolo rotto, diretto alla totale auto-distruzione.
Il film, comunque, non sa mantenere le promesse e, in questo senso, il finale rivela che -dopo il momento clou della svolta, del cambio di registro, del proprio indugiare nell’onirico in toni tanto inquietanti-, ci si trova davanti alla stessa solfa di tanti dozzinali film-tv, che passano sul piccolo schermo senza lasciar traccia.
Nonostante i premi e la copertura mediatica del film, si ha l'impressione che non sia certo un grande film. Senza l'interpretazione di Natalie Portman (estenuata, oltre ogni limite, da ore di balletto e da una dieta molto severa), la ricercata polemica dovuta ad una scena di sesso violento tra donne, nonché la fama di enfant terrible di Aronofsky, è un film per cui non varrebbe la pena nemmeno di esprimere un commento. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, V (ACEPRENSA)
Rapunzel. L'intreccio della torre
22/1/2011. Regista: Nathan Greno, Byron Howard. Sceneggiatura: Dan Fogelman. Animazione. 92 min. USA. 2010. Tutti.
Nel campo dell'animazione digitale, con alcune eccezioni -come l'umorismo sfoggiato nel film L’era glaciale-, il modello stabilito dalla Pixar restava quello contrassegnato dai suoi sognanti personaggi contemporanei, dalle curatissime sceneggiature progettate per bambini e adulti, con elementi parodistici e numerose allusioni ad altri film, ecc. E in questa linea si collocava ancora Bolt, l’eccellente film di Disney, realizzato quando John Lasseter aveva preso il controllo dell'ambito creativo della compagnia di Topolino. Il co-direttore di quel film, Byron Howard, e uno degli animatori, Nathan Greno, sono ora i responsabili dell'ultima realizzazione: Rapunzel. L’intreccio della torre, un film che prende invece una strada completamente diversa, perché ripropone gli schemi dei classici di casa Disney, sfruttando le possibilità aperte dall'animazione digitale.
Flynn Ryder, un briccone, è ricercato dalla legge per aver rubato una corona. Finisce per rifugiarsi nella torre in cui vive Rapunzel, giovane principessa dalla lunga chioma, rapita ancora in fasce dalla vecchia Gothel, perché i suoi capelli hanno poteri magici e le restituiscono la giovinezza. Rapunzel ignora la propria origine e pensa che Gothel sia sua madre. Una madre, però, che non le permette di lasciare la torre. Questo acuisce il desiderio della ragazza di vedere il mondo esterno, così chiede al nuovo arrivato, Ryder, di accompagnarla nella grande città, per assistere da vicino al lancio di palloncini aerostatici che ogni anno appaiono in cielo, stranamente in occasione del suo compleanno.
Come i grandi successi di Walt Disney Biancaneve e i Sette Nani, Cenerentola, La Bella Addormentata o La Sirenetta, questo è un racconto romantico di principesse, sulla falsariga di un classico racconto, in questo caso dei fratelli Grimm, con canzoni sullo stile dei musical di Londra o New York, personaggi secondari molto divertenti, ed altro ancora.
La decisione di seguire questa strada è risultata abbastanza incoraggiante, tanto è vero che gli ispirati creatori, tra cui il leggendario compositore Alan Menken, sono riusciti a realizzare il successo più rilevante, dai tempi di La Bella e la Bestia e di Re Leone. L'animazione è di prim'ordine, tanto fantasiosa, come tecnicamente brillante. Richiamano l'attenzione alcuni dettagli, come i capelli di Rapunzel, che riescono a rendere i servizi più impensati. La storia è ricca di ritmo e di colpi di scena.
Il pezzo forte è dato da una sceneggiatura molto curata, che a volte ricorda alcune classiche rappresentazioni di simpatiche canaglie finite per entrare nella vita di una principessa (Vacanze romane) o di un'ereditiera (Accadde una notte). È soprattutto l'iniziazione alla vita della protagonista, entusiasta di esplorare il mondo esterno e di scoprire l'amore. Vengono fuori anche molte questioni lasciate in seconda linea, come la necessità di perseguire i nostri sogni, il sacrificio per l'amato, e altre ancora. Ivi inclusa, la critica all'ossessione per la bellezza di un'eterna gioventù, personificata in Gothel, creatura malvagia, pronta a tutto pur di rimanere per sempre giovane, così che sembra ispirarsi a Cher e alle sue famose operazioni di chirurgia estetica.
La vita della protagonista, un'idealista piuttosto ingenua ma non certo stupida, si evolve durante il film, risultando davvero ben realizzata, mentre Flynn Ryder, ladruncolo trasformato in eroe -con il suo tocco un po' “canagliesco”-, permette di assumere che il suo nome faccia riferimento all’attore Errol Flynn. È anche descritto con grande realismo il personaggio di Gothel che, dal punto di vista di Rapunzel, è una madre amorevole, ma iper-protettiva. Sono anche notevoli i ruoli secondari, tra cui quello di un cavallo che rivela un grande senso della giustizia, un camaleonte che cambia colore, e un folto gruppo di tipi duri, da taverna.
L'intensità drammatica va crescendo fino ad un intenso finale, che evoca le grande storie romantiche, soprattutto (anche se solo per certi versi) Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Per una volta, il fatto che il film sia in 3D ottiene un grande risultato, nel momento più romantico, quando sentiamo il Duetto della colonna sonora, alla luce di un lampione che aiuta a rafforzare l'emozione di un istante davvero magico. Decine21
Pubblico: Tutti. Contenuti: Azione 2, Amore 3, Lacrime 2, Risate 1, Sesso 0, Violenza 0 [da 0 a 4] (Decine21)
Nel campo dell'animazione digitale, con alcune eccezioni -come l'umorismo sfoggiato nel film L’era glaciale-, il modello stabilito dalla Pixar restava quello contrassegnato dai suoi sognanti personaggi contemporanei, dalle curatissime sceneggiature progettate per bambini e adulti, con elementi parodistici e numerose allusioni ad altri film, ecc. E in questa linea si collocava ancora Bolt, l’eccellente film di Disney, realizzato quando John Lasseter aveva preso il controllo dell'ambito creativo della compagnia di Topolino. Il co-direttore di quel film, Byron Howard, e uno degli animatori, Nathan Greno, sono ora i responsabili dell'ultima realizzazione: Rapunzel. L’intreccio della torre, un film che prende invece una strada completamente diversa, perché ripropone gli schemi dei classici di casa Disney, sfruttando le possibilità aperte dall'animazione digitale.
Flynn Ryder, un briccone, è ricercato dalla legge per aver rubato una corona. Finisce per rifugiarsi nella torre in cui vive Rapunzel, giovane principessa dalla lunga chioma, rapita ancora in fasce dalla vecchia Gothel, perché i suoi capelli hanno poteri magici e le restituiscono la giovinezza. Rapunzel ignora la propria origine e pensa che Gothel sia sua madre. Una madre, però, che non le permette di lasciare la torre. Questo acuisce il desiderio della ragazza di vedere il mondo esterno, così chiede al nuovo arrivato, Ryder, di accompagnarla nella grande città, per assistere da vicino al lancio di palloncini aerostatici che ogni anno appaiono in cielo, stranamente in occasione del suo compleanno.
Come i grandi successi di Walt Disney Biancaneve e i Sette Nani, Cenerentola, La Bella Addormentata o La Sirenetta, questo è un racconto romantico di principesse, sulla falsariga di un classico racconto, in questo caso dei fratelli Grimm, con canzoni sullo stile dei musical di Londra o New York, personaggi secondari molto divertenti, ed altro ancora.
La decisione di seguire questa strada è risultata abbastanza incoraggiante, tanto è vero che gli ispirati creatori, tra cui il leggendario compositore Alan Menken, sono riusciti a realizzare il successo più rilevante, dai tempi di La Bella e la Bestia e di Re Leone. L'animazione è di prim'ordine, tanto fantasiosa, come tecnicamente brillante. Richiamano l'attenzione alcuni dettagli, come i capelli di Rapunzel, che riescono a rendere i servizi più impensati. La storia è ricca di ritmo e di colpi di scena.
Il pezzo forte è dato da una sceneggiatura molto curata, che a volte ricorda alcune classiche rappresentazioni di simpatiche canaglie finite per entrare nella vita di una principessa (Vacanze romane) o di un'ereditiera (Accadde una notte). È soprattutto l'iniziazione alla vita della protagonista, entusiasta di esplorare il mondo esterno e di scoprire l'amore. Vengono fuori anche molte questioni lasciate in seconda linea, come la necessità di perseguire i nostri sogni, il sacrificio per l'amato, e altre ancora. Ivi inclusa, la critica all'ossessione per la bellezza di un'eterna gioventù, personificata in Gothel, creatura malvagia, pronta a tutto pur di rimanere per sempre giovane, così che sembra ispirarsi a Cher e alle sue famose operazioni di chirurgia estetica.
La vita della protagonista, un'idealista piuttosto ingenua ma non certo stupida, si evolve durante il film, risultando davvero ben realizzata, mentre Flynn Ryder, ladruncolo trasformato in eroe -con il suo tocco un po' “canagliesco”-, permette di assumere che il suo nome faccia riferimento all’attore Errol Flynn. È anche descritto con grande realismo il personaggio di Gothel che, dal punto di vista di Rapunzel, è una madre amorevole, ma iper-protettiva. Sono anche notevoli i ruoli secondari, tra cui quello di un cavallo che rivela un grande senso della giustizia, un camaleonte che cambia colore, e un folto gruppo di tipi duri, da taverna.
L'intensità drammatica va crescendo fino ad un intenso finale, che evoca le grande storie romantiche, soprattutto (anche se solo per certi versi) Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Per una volta, il fatto che il film sia in 3D ottiene un grande risultato, nel momento più romantico, quando sentiamo il Duetto della colonna sonora, alla luce di un lampione che aiuta a rafforzare l'emozione di un istante davvero magico. Decine21
Pubblico: Tutti. Contenuti: Azione 2, Amore 3, Lacrime 2, Risate 1, Sesso 0, Violenza 0 [da 0 a 4] (Decine21)
Il discorso del re
22/1/2011. Regista: Tom Hooper. Sceneggiatura: David Seidler. Interpreti: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Timothy Spall. 118 min. Gran Bretagna, Australia. 2010. Giovani. Uscita: 28 gennaio.
Dopo la morte del padre, re Giorgio V, e dopo la scandalosa abdicazione del fratello, Edoardo VII, sale al trono Giorgio VI. Alla vigilia di una nuova guerra mondiale, il re dovrà governare pur essendo afflitto da una balbuzie angosciante, che si trascina dall'infanzia, impedendogli di parlare in pubblico.
Nel precedente film, il notevole The Damned Unitedd, il britannico Tom Hooper ha dimostrato di saper esaltare le relazioni di amicizia, così che -da un semplice aneddoto- riesce a costruire un buon film che -già vincitore del Toronto Film Festival- resta ora uno dei favoriti agli Oscar. Tuttavia l'inizio sembra poco promettente, dal momento che prende spunto dal prosaico rapporto tra un balbuziente ed il proprio logopedista. Che il balbuziente sia poi un re e il logopedista un professionista molto determinato a utilizzare metodi poco ortodossi, aggiunge qualche interesse... che sembrerebbe però insufficiente a far decollare il film. Tuttavia, Hooper riesce a costruirvi poi una commovente storia di amicizia, nonché un'interessante riflessione sulla responsabilità morale dei governanti. È difficile incasellare in un determinato genere, questo film potente, che inizia quasi come melodramma, quasi intimista, per poi trasformarsi in un'opera capace di riassumere il meglio del film storico e politico.
La sceneggiatura, impeccabile, dimostra un profondo lavoro di ricostruzione storica e di ricerca: sociologica, filosofica, etica e religiosa. Il cast abbonda di talento, ma Colin Firth ci mette qualcosa in più, del semplice talento. Ci vuole infatti un grande attore, per affrontare con successo il difficile compito di trasformare un balbuziente in eroe. Era molto facile scadere o in un fatalismo ieratico -se il re non avesse dato importanza al suo difetto- o nell’istrionismo esasperato -se davvero ne era angosciato-, come appare dal film.
È difficile mantenere l'equilibrio e costruire non solo un monarca convincente, ma un solido leader politico, per di più in tempi di crisi. In sintesi, la meta ambita da Firth in questo film è estremamente ardua, quasi impossibile da raggiungere... Eppure il regista vi riesce; e non solo, ma anche in modo eccellente. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: ---- (ACEPRENSA)
Dopo la morte del padre, re Giorgio V, e dopo la scandalosa abdicazione del fratello, Edoardo VII, sale al trono Giorgio VI. Alla vigilia di una nuova guerra mondiale, il re dovrà governare pur essendo afflitto da una balbuzie angosciante, che si trascina dall'infanzia, impedendogli di parlare in pubblico.
Nel precedente film, il notevole The Damned Unitedd, il britannico Tom Hooper ha dimostrato di saper esaltare le relazioni di amicizia, così che -da un semplice aneddoto- riesce a costruire un buon film che -già vincitore del Toronto Film Festival- resta ora uno dei favoriti agli Oscar. Tuttavia l'inizio sembra poco promettente, dal momento che prende spunto dal prosaico rapporto tra un balbuziente ed il proprio logopedista. Che il balbuziente sia poi un re e il logopedista un professionista molto determinato a utilizzare metodi poco ortodossi, aggiunge qualche interesse... che sembrerebbe però insufficiente a far decollare il film. Tuttavia, Hooper riesce a costruirvi poi una commovente storia di amicizia, nonché un'interessante riflessione sulla responsabilità morale dei governanti. È difficile incasellare in un determinato genere, questo film potente, che inizia quasi come melodramma, quasi intimista, per poi trasformarsi in un'opera capace di riassumere il meglio del film storico e politico.
La sceneggiatura, impeccabile, dimostra un profondo lavoro di ricostruzione storica e di ricerca: sociologica, filosofica, etica e religiosa. Il cast abbonda di talento, ma Colin Firth ci mette qualcosa in più, del semplice talento. Ci vuole infatti un grande attore, per affrontare con successo il difficile compito di trasformare un balbuziente in eroe. Era molto facile scadere o in un fatalismo ieratico -se il re non avesse dato importanza al suo difetto- o nell’istrionismo esasperato -se davvero ne era angosciato-, come appare dal film.
È difficile mantenere l'equilibrio e costruire non solo un monarca convincente, ma un solido leader politico, per di più in tempi di crisi. In sintesi, la meta ambita da Firth in questo film è estremamente ardua, quasi impossibile da raggiungere... Eppure il regista vi riesce; e non solo, ma anche in modo eccellente. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: ---- (ACEPRENSA)
La versione di Barney
22/1/2011. Regista: Richard J. Lewis. Sceneggiatura: Michael Konyves, dal romanzo di Mordechai Richler. Interpreti: Paul Giamatti, Rosamund Pike, Rachelle Lefevre, Dustin Hoffman, Minnie Driver, Scott Speedman, Bruce Greenwood,Saul Rubinek, Jake Hoffman. 132 min. Canada, Italia. 2010. Adulti.
Il film ci presenta la vita di Barney Panofsky, produttore televisivo ebreo, figlio di un poliziotto sboccato, che vive a Montreal. Divorziato dall'amore della sua vita, Miriam, cosa che gli produce enorme amarezza, nonché padre di due figli, ricorda come sia arrivato alla sua crisi. Così lo vediamo nella sua scapestrata giovinezza, a Roma, dove conducendo una vita bohemienne, finisce per sposare colei che pensa sia la madre di suo figlio, una donna instabile e poi suicida. Tornato a Montreal, e introdotto nel mondo della televisione, incontra una donna ebrea di buona famiglia, con il quale si risposa. Ma alle nozze subisce un istantaneo colpo di fulmine per Miriam, presente tra gli ospiti, e da quel momento non recede dalla volontà di farla diventare sua moglie, con eccessive attenzioni, come quella di inviarle ogni giorni fiori nell'ufficio di New York, dove lei lavora.
Il regista televisivo Richard J. Lewis ha intrapreso il suo primo lungometraggio, adattando un romanzo di Mordecai Richler, che segue l'itinerario esistenziale di un personaggio, il Barney del titolo: tipo non proprio esemplare, ma almeno con una certezza nella vita: l'amore per la terza moglie, Miriam, che aspira a conservare per sempre. Paul Giamatti impersona, con collaudato talento, il produttore televisivo di una serie mediocre e piccante, egoista e geloso, sinceramente innamorato, ma in grado di rovinare -con i propri difetti- le cose più belle. Alla sua potente interpretazione fanno corona una serie di personaggi secondari, tra cui Dustin Hoffman e suo figlio Jake.
Il film, agrodolce, la cui narrazione scorre bene nonostante la lunghezza, ha il pregio di non pretendere di esaltare il protagonista, ma di limitarsi a tratteggiarne senza fronzoli l'ascesa, con alcune sbandate che includono il suicidio e l’infedeltà, nel capitolo più negativo, ma anche gli insulti e le espressioni offensive, o la mancanza di rispetto. Tuttavia nelle DNA di Barney c’è l’amore, oltre alla terza moglie, al proprio genitore e ai figli, agli amici, e anche all'attrice voluttuosa che apparentemente disprezzava. Ciò non impedisce peraltro al protagonista di recar loro del male, con la propria arroganza ed orgoglio. Decine21.
Pubblico: Adulti. Contenuti: Azione 0, Amore 3, Lacrime 2, Risate 1, Sesso 2, Violenza 0 [da 0 a 4] (Decine21)
Il film ci presenta la vita di Barney Panofsky, produttore televisivo ebreo, figlio di un poliziotto sboccato, che vive a Montreal. Divorziato dall'amore della sua vita, Miriam, cosa che gli produce enorme amarezza, nonché padre di due figli, ricorda come sia arrivato alla sua crisi. Così lo vediamo nella sua scapestrata giovinezza, a Roma, dove conducendo una vita bohemienne, finisce per sposare colei che pensa sia la madre di suo figlio, una donna instabile e poi suicida. Tornato a Montreal, e introdotto nel mondo della televisione, incontra una donna ebrea di buona famiglia, con il quale si risposa. Ma alle nozze subisce un istantaneo colpo di fulmine per Miriam, presente tra gli ospiti, e da quel momento non recede dalla volontà di farla diventare sua moglie, con eccessive attenzioni, come quella di inviarle ogni giorni fiori nell'ufficio di New York, dove lei lavora.
Il regista televisivo Richard J. Lewis ha intrapreso il suo primo lungometraggio, adattando un romanzo di Mordecai Richler, che segue l'itinerario esistenziale di un personaggio, il Barney del titolo: tipo non proprio esemplare, ma almeno con una certezza nella vita: l'amore per la terza moglie, Miriam, che aspira a conservare per sempre. Paul Giamatti impersona, con collaudato talento, il produttore televisivo di una serie mediocre e piccante, egoista e geloso, sinceramente innamorato, ma in grado di rovinare -con i propri difetti- le cose più belle. Alla sua potente interpretazione fanno corona una serie di personaggi secondari, tra cui Dustin Hoffman e suo figlio Jake.
Il film, agrodolce, la cui narrazione scorre bene nonostante la lunghezza, ha il pregio di non pretendere di esaltare il protagonista, ma di limitarsi a tratteggiarne senza fronzoli l'ascesa, con alcune sbandate che includono il suicidio e l’infedeltà, nel capitolo più negativo, ma anche gli insulti e le espressioni offensive, o la mancanza di rispetto. Tuttavia nelle DNA di Barney c’è l’amore, oltre alla terza moglie, al proprio genitore e ai figli, agli amici, e anche all'attrice voluttuosa che apparentemente disprezzava. Ciò non impedisce peraltro al protagonista di recar loro del male, con la propria arroganza ed orgoglio. Decine21.
Pubblico: Adulti. Contenuti: Azione 0, Amore 3, Lacrime 2, Risate 1, Sesso 2, Violenza 0 [da 0 a 4] (Decine21)
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
22/1/2011. Regista: Woody Allen. Sceneggiatura: Woody Allen. Interpreti: Josh Brolin, Naomi Watts, Anthony Hopkins, Gemma Jones, Freida Pinto, Antonio Banderas. 98 min. USA. 2010. Adulti. (XD)
Alfie -pensionato quasi settantenne- lascia Helena, la moglie, per Charmaine, prostituta di cattivo gusto, dai capelli tinti. Helena supera il suo dolore andando da una indovina e flirtando con un vedovo. Nel frattempo, la figlia Sally sta pensando se lasciare il marito, Roy, per andarsene con il capo del suo ufficio. Da parte sua, Roy, scrittore mediocre, che è riuscito a pubblicare un solo romanzo, si è innamorato follemente dall'esotica vicina, che spia alla finestra.
Sì, è sempre Woody Allen. Un Allen lontano anni luce dall'originalità di Io e Annie, da Hannah e le sue sorelle, dalla scintilla di Misterioso omicidio a Manhattan, per non dire della riflessione morale di Match Point. Un Allen che continua a parlare, al solito, di amore, sesso, morte e religione. I suoi temi ricorrenti.
Il cinismo di Woody Allen, cresciuto negli anni, è diventato ora denso nichilismo e, a questo punto, il regista americano ha ben poco da dire: “Tra cent’anni non ci saremo, ci sarà una generazione diversa, e tutte le nostre aspirazioni non avranno alcun significato. È tutto chiacchiera e furia; infine, tutto ciò non significa nulla”.
Con un approccio così pessimista, Allen ammette ormai di filmare storie “per distrarmi dai miei pensieri morbosi”. E il film non fa eccezione. è una distrazione di Allen, che ogni volta filma in modo più scombinato, con un mestiere sempre più affinato, con quel copione irregolare che alterna la risposta arguta al taglia-e-incolla da altri film. Resta un magnifico e vario cast di attori, che funziona molto bene, diluendo la noia di vedere un tipico film minore di Woody Allen. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)
Alfie -pensionato quasi settantenne- lascia Helena, la moglie, per Charmaine, prostituta di cattivo gusto, dai capelli tinti. Helena supera il suo dolore andando da una indovina e flirtando con un vedovo. Nel frattempo, la figlia Sally sta pensando se lasciare il marito, Roy, per andarsene con il capo del suo ufficio. Da parte sua, Roy, scrittore mediocre, che è riuscito a pubblicare un solo romanzo, si è innamorato follemente dall'esotica vicina, che spia alla finestra.
Sì, è sempre Woody Allen. Un Allen lontano anni luce dall'originalità di Io e Annie, da Hannah e le sue sorelle, dalla scintilla di Misterioso omicidio a Manhattan, per non dire della riflessione morale di Match Point. Un Allen che continua a parlare, al solito, di amore, sesso, morte e religione. I suoi temi ricorrenti.
Il cinismo di Woody Allen, cresciuto negli anni, è diventato ora denso nichilismo e, a questo punto, il regista americano ha ben poco da dire: “Tra cent’anni non ci saremo, ci sarà una generazione diversa, e tutte le nostre aspirazioni non avranno alcun significato. È tutto chiacchiera e furia; infine, tutto ciò non significa nulla”.
Con un approccio così pessimista, Allen ammette ormai di filmare storie “per distrarmi dai miei pensieri morbosi”. E il film non fa eccezione. è una distrazione di Allen, che ogni volta filma in modo più scombinato, con un mestiere sempre più affinato, con quel copione irregolare che alterna la risposta arguta al taglia-e-incolla da altri film. Resta un magnifico e vario cast di attori, che funziona molto bene, diluendo la noia di vedere un tipico film minore di Woody Allen. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
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