24/4/2010. Regista: Jacques Audiard. Sceneggiatura: Thomas Bidegain, Jacques Audiard, Abdel Raouf Dafri, Nicolas Peaufailit. Interpreti: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb. 155 min. Francia, Italia. 2009. Adulti. (VXD)
In Spagna, un film su una rivolta carceraria, Cella 211, ha avuto buone critiche, è stato plurivincitore di premi Goya, e ha riscosso grande successo tra il pubblico. A sua volta, in Francia, Il profeta, girato sulla vita di un carcerato, un ragazzo analfabeta di 19 anni, francese di origine nordafricana, parte favorito per vincere i premi Cesar. Sesto film di Jacques Audiard (Sulle mie labbra, Tutti i battiti del mio cuore), ha comunque già vinto il premio speciale della giuria a Cannes e due premi dalla European Film Academy (per attore protagonista, Tahar Rahim, e colonna sonora).
La domanda ovvia è se si tratta di un grande film. Sì, Audiard (Parigi, 1952), insieme a tre sceneggiatori, ha scritto una storia così solida, che nei 150 minuti di film non ci sono cadute di ritmo. Il livello tecnico è molto buono: basta vedere l'inizio (l’ingresso in prigione del protagonista) per rendersene conto. Inoltre, le recitazioni sono eccellenti, con una coppia di attori di grande impatto.
Dal punto di vista della storia, il film è abile nel porre come asse della trama il rapporto teso tra Malik El Djebena, il giovane nordafricano, e Cesare Luciani, prigioniero sessantenne e uno dei capi della mafia corsa, che opera in Francia ed Italia. Lo spaccato del carcere, e anche della strada, è molto duro. Alcune scene sono nauseanti e sembrano voler mostrare la mancanza di umanità che c’è nell’omicidio e nel sesso a pagamento. Come contrappunto, risalta l'intelligenza del ricorso ai sogni ed al simbolico titolo del film.
Audiard fa sì che lo spettatore provi compassione per ciò che si racconta e per i protagonisti, assassini e criminali senza scrupoli, che in nessun momento sono presentati come vittime del sistema, o come persone dall'aura epica. Sono semplicemente dei degenerati, animali nocivi: dentro e fuori di prigione. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X, D (ACEPRENSA)
Agora
24/4/2010. Regista: Alejandro Amenábar. Sceneggiatura: Mateo Gil. Interpreti: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashaf Barhom, Michael Lonsdale, Rupert Evans. 126 min. Adulti. (V)
Immaginate di dover spiegare con un film la realtà degli Stati Uniti a chi è digiuno di storia e di cultura. Ed ecco che per rappresentare la nazione a stelle e strisce, si filmano alcune scene di famiglie giapponesi, nell’intimità. Poi, appare un aereo con un pilota dalla faccia brutale, e fotografie di ragazze sul cruscotto. Infine, vediamo come l’aereo sgancia la bomba atomica sulla città e su quelle famiglie giapponesi. Una volta finito il film, viene detto allo spettatore ignorante: "Vedi, ecco: questa è l'America".
Hiroshima è un fatto. Nessuno ne dubita. Nessuno è felice di questo. Ma il giudizio sugli Stati Uniti che viene dedotto da questo film, non sarà parziale e riduttivo? La risposta è affermativa, anche se Hiroshima resta tragicamente vera. Ebbene ciò vale anche per l'ultimo film di Amenábar, Agora: un fondamento storico reale, molto trucco e un trattamento caricaturale della storia, per far giungere a conclusioni che si rivelano profondamente falsanti.
Amenábar dà comunque un'ennesima dimostrazione del suo valore di regista. Peccato che questa professionalità venga impiegata dal suo genio a sostegno di tesi quanto meno unilaterali. La cosa più interessante è che Agora non sembra essere un film girato nell'era digitale: tutta la scenografia appare reale. La direzione artistica è superba e Rachel Weisz fa, di Ipazia, un personaggio memorabile. Il film è solenne, meticoloso, con una colonna sonora spettacolosa ed un tono ammiccante, che cerca la complicità dello spettatore. C’è molto cinema in Agora, ed è molto fastidioso vedere come il copione rovina il film, man mano che si snoda. Questo sarebbe un film contro l'intolleranza?
Agora è presentato da Amenábar proprio come film contro l'intolleranza. Ma è necessario analizzare l'impostazione scelta dal regista per valutarne l'intenzione. Il contesto storico è dato dai tragici eventi perpetrati da cristiani e pagani in una sommossa, tra il IV e V secolo, ad Alessandria. Secondo lo storico della Chiesa Hubert Jedin, "l'evento più deplorevole nello scontro tra paganesimo e cristianesimo in Egitto è stato la morte della filosofa pagana Ipazia, orribilmente uccisa nel 415, dopo aver subito gravissime ingiurie, ad opera del fanatismo della folla"(1).
Amenábar calca la mano, decontestualizza, semplifica al massimo certi personaggi come San Cirillo o Ammonio Sacca. Questi fatti riprovevoli si situano, quindi, nel contesto del confronto tra due visioni del mondo, due culture: la pagana e la cristiana. Ed è qui che Amenábar vuol cogliere l'occasione per proporre la propria filosofia della storia: alla luce del paganesimo, contrappone il buio del cristianesimo. Se il paganesimo ha rappresentato il progresso, il cristianesimo è il regresso della cultura, della civiltà, della filosofia e della scienza.
Non è una metafora capricciosa: in Agora, i pagani sono vestiti di bianco (Ipazia), e i cristiani di grigio o di nero (Ammonio e Cirillo). A questo schema manicheo, Amenábar fa seguire -nel corso del film- un ulteriore giro di vite: in realtà, il male non è il cristianesimo, ma qualsiasi concezione teologica. Siano dèi pagani o il Dio cristiano ed ebreo: la religione oscura la ragione, disprezza la filosofia, rallenta la scienza ed il progresso. Di fronte allo scetticismo generato dal vedere tanta guerra di religione in un chilometro quadrato, Ipazia dichiara: "io credo nella filosofia". Il cristianesimo ne esce come il carnefice della cultura.
E qui sta la rilevanza di Agora che, sotto le apparenze del film storico, propone una visione molto negativa sul valore attuale delle religioni in generale e del cristianesimo in particolare. Per confutare questa affermazione basterebbe leggersi l'ottimo rigoroso e documentato saggio del sociologo statunitense Rodney Stark, in Italia apparso con il titolo La vittoria della ragione, (ed. Lindau, Torino 2005), dal significativo sottotitolo: “Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza”. L'autore si dichiara non credente.
Tutto ciò, in Agora non s’intuisce, nemmeno lontanamente. I cristiani appaiono barbari, fanatici, misogini, violenti e molto visionari. E i due "buoni" i cristiani che pure vediamo, Sinesio e Davo, sono inquinati lungo il film dall'oscurantismo circostante.
Chi incarna le caratteristiche di un'antropologia cristiana -carità, benevolenza, serenità, tolleranza, incorruttibilità, castità, fratellanza universale, uguaglianza-, è la pagana Ipazia, personaggio che Amenábar trasforma in un affascinante ideale di virtù e in un modello esemplare di intelligenza ed umanità. Ipazia viene proposta come un esempio di santità laica, oggi così di moda.
Certamente ci sono molti episodi della storia della Chiesa dei quali un cristiano non è orgoglioso. Ma questo avverrà sempre, perché la Chiesa è formata da peccatori. Come la sposa del Cantico dei Cantici è “pulchra” e al contempo “nigra”. Anche i papi hanno talvolta chiesto perdono per errori del passato. La coscienza del male e del peccato è sempre stata così chiara, all'interno della Chiesa, da quando Cristo istituì fin dall'inizio il sacramento della penitenza e del perdono. Nessuna organizzazione, associazione o partito conta su di un’istituzione come la confessione, e perciò si dovrebbe almeno concludere che nessuno, quanto i cristiani, ha tanta coscienza del proprio peccato.
Più importante in Agora è il conflitto sotterraneo che induce ad una supposta incompatibilità tra ragione e fede, tra scienza e religione. Sarebbe sufficiente leggere qualcosa, per esempio, Fides et ratio, per capire che la fede non è nemica della scienza o il progresso, né tanto meno della ragione.
Resta comunque il magnifico tributo che Amenábar fornisce in questo film alla scienza antica, e soprattutto all'astronomia. Questo sì, è un omaggio alla ragione che qualsiasi spettatore cristiano godrà come proprio, anche se Amenábar sembra voler ottenere esattamente l'effetto contrario (2).
Per tutti questi motivi è impossibile per un cristiano sentirsi storicamente riconosciuto nella proposta cinematografica di Amenábar, molto apiattita su luoghi comuni, pregiudizi, schemi ideologici e leggende nere. Juan Orellana. ACEPRENSA.
------------------------------
NOTE
(1) Hubert Jedin, Manual de Historia de la Iglesia, vol. II, Herder, Barcellona, 1990, p. 259.
(2) Non bisogna dimenticare che un personaggio della statura intellettuale di Sant'Agostino è contemporaneo di Ipazia. Anche il successivo passo da gigante in avanti dell'astronomia sarà opera di Niccolò Copernico, nel XV secolo, all'interno di una cultura di matrice cristiana. Coloro che credono che il progresso scientifico sia stata interrotto durante il "medioevo dei secoli bui" farebbero bene a conoscere meglio l'opera di Roberto Grossatesta, Alberto Magno, Ruggero Bacone, Giovanni Buridano, Nicola Oresme ...
Pubblico: Adulti. Contenuti: V (ACEPRENSA)
Immaginate di dover spiegare con un film la realtà degli Stati Uniti a chi è digiuno di storia e di cultura. Ed ecco che per rappresentare la nazione a stelle e strisce, si filmano alcune scene di famiglie giapponesi, nell’intimità. Poi, appare un aereo con un pilota dalla faccia brutale, e fotografie di ragazze sul cruscotto. Infine, vediamo come l’aereo sgancia la bomba atomica sulla città e su quelle famiglie giapponesi. Una volta finito il film, viene detto allo spettatore ignorante: "Vedi, ecco: questa è l'America".
Hiroshima è un fatto. Nessuno ne dubita. Nessuno è felice di questo. Ma il giudizio sugli Stati Uniti che viene dedotto da questo film, non sarà parziale e riduttivo? La risposta è affermativa, anche se Hiroshima resta tragicamente vera. Ebbene ciò vale anche per l'ultimo film di Amenábar, Agora: un fondamento storico reale, molto trucco e un trattamento caricaturale della storia, per far giungere a conclusioni che si rivelano profondamente falsanti.
Amenábar dà comunque un'ennesima dimostrazione del suo valore di regista. Peccato che questa professionalità venga impiegata dal suo genio a sostegno di tesi quanto meno unilaterali. La cosa più interessante è che Agora non sembra essere un film girato nell'era digitale: tutta la scenografia appare reale. La direzione artistica è superba e Rachel Weisz fa, di Ipazia, un personaggio memorabile. Il film è solenne, meticoloso, con una colonna sonora spettacolosa ed un tono ammiccante, che cerca la complicità dello spettatore. C’è molto cinema in Agora, ed è molto fastidioso vedere come il copione rovina il film, man mano che si snoda. Questo sarebbe un film contro l'intolleranza?
Agora è presentato da Amenábar proprio come film contro l'intolleranza. Ma è necessario analizzare l'impostazione scelta dal regista per valutarne l'intenzione. Il contesto storico è dato dai tragici eventi perpetrati da cristiani e pagani in una sommossa, tra il IV e V secolo, ad Alessandria. Secondo lo storico della Chiesa Hubert Jedin, "l'evento più deplorevole nello scontro tra paganesimo e cristianesimo in Egitto è stato la morte della filosofa pagana Ipazia, orribilmente uccisa nel 415, dopo aver subito gravissime ingiurie, ad opera del fanatismo della folla"(1).
Amenábar calca la mano, decontestualizza, semplifica al massimo certi personaggi come San Cirillo o Ammonio Sacca. Questi fatti riprovevoli si situano, quindi, nel contesto del confronto tra due visioni del mondo, due culture: la pagana e la cristiana. Ed è qui che Amenábar vuol cogliere l'occasione per proporre la propria filosofia della storia: alla luce del paganesimo, contrappone il buio del cristianesimo. Se il paganesimo ha rappresentato il progresso, il cristianesimo è il regresso della cultura, della civiltà, della filosofia e della scienza.
Non è una metafora capricciosa: in Agora, i pagani sono vestiti di bianco (Ipazia), e i cristiani di grigio o di nero (Ammonio e Cirillo). A questo schema manicheo, Amenábar fa seguire -nel corso del film- un ulteriore giro di vite: in realtà, il male non è il cristianesimo, ma qualsiasi concezione teologica. Siano dèi pagani o il Dio cristiano ed ebreo: la religione oscura la ragione, disprezza la filosofia, rallenta la scienza ed il progresso. Di fronte allo scetticismo generato dal vedere tanta guerra di religione in un chilometro quadrato, Ipazia dichiara: "io credo nella filosofia". Il cristianesimo ne esce come il carnefice della cultura.
E qui sta la rilevanza di Agora che, sotto le apparenze del film storico, propone una visione molto negativa sul valore attuale delle religioni in generale e del cristianesimo in particolare. Per confutare questa affermazione basterebbe leggersi l'ottimo rigoroso e documentato saggio del sociologo statunitense Rodney Stark, in Italia apparso con il titolo La vittoria della ragione, (ed. Lindau, Torino 2005), dal significativo sottotitolo: “Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza”. L'autore si dichiara non credente.
Tutto ciò, in Agora non s’intuisce, nemmeno lontanamente. I cristiani appaiono barbari, fanatici, misogini, violenti e molto visionari. E i due "buoni" i cristiani che pure vediamo, Sinesio e Davo, sono inquinati lungo il film dall'oscurantismo circostante.
Chi incarna le caratteristiche di un'antropologia cristiana -carità, benevolenza, serenità, tolleranza, incorruttibilità, castità, fratellanza universale, uguaglianza-, è la pagana Ipazia, personaggio che Amenábar trasforma in un affascinante ideale di virtù e in un modello esemplare di intelligenza ed umanità. Ipazia viene proposta come un esempio di santità laica, oggi così di moda.
Certamente ci sono molti episodi della storia della Chiesa dei quali un cristiano non è orgoglioso. Ma questo avverrà sempre, perché la Chiesa è formata da peccatori. Come la sposa del Cantico dei Cantici è “pulchra” e al contempo “nigra”. Anche i papi hanno talvolta chiesto perdono per errori del passato. La coscienza del male e del peccato è sempre stata così chiara, all'interno della Chiesa, da quando Cristo istituì fin dall'inizio il sacramento della penitenza e del perdono. Nessuna organizzazione, associazione o partito conta su di un’istituzione come la confessione, e perciò si dovrebbe almeno concludere che nessuno, quanto i cristiani, ha tanta coscienza del proprio peccato.
Più importante in Agora è il conflitto sotterraneo che induce ad una supposta incompatibilità tra ragione e fede, tra scienza e religione. Sarebbe sufficiente leggere qualcosa, per esempio, Fides et ratio, per capire che la fede non è nemica della scienza o il progresso, né tanto meno della ragione.
Resta comunque il magnifico tributo che Amenábar fornisce in questo film alla scienza antica, e soprattutto all'astronomia. Questo sì, è un omaggio alla ragione che qualsiasi spettatore cristiano godrà come proprio, anche se Amenábar sembra voler ottenere esattamente l'effetto contrario (2).
Per tutti questi motivi è impossibile per un cristiano sentirsi storicamente riconosciuto nella proposta cinematografica di Amenábar, molto apiattita su luoghi comuni, pregiudizi, schemi ideologici e leggende nere. Juan Orellana. ACEPRENSA.
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NOTE
(1) Hubert Jedin, Manual de Historia de la Iglesia, vol. II, Herder, Barcellona, 1990, p. 259.
(2) Non bisogna dimenticare che un personaggio della statura intellettuale di Sant'Agostino è contemporaneo di Ipazia. Anche il successivo passo da gigante in avanti dell'astronomia sarà opera di Niccolò Copernico, nel XV secolo, all'interno di una cultura di matrice cristiana. Coloro che credono che il progresso scientifico sia stata interrotto durante il "medioevo dei secoli bui" farebbero bene a conoscere meglio l'opera di Roberto Grossatesta, Alberto Magno, Ruggero Bacone, Giovanni Buridano, Nicola Oresme ...
Pubblico: Adulti. Contenuti: V (ACEPRENSA)
Green Zone
31/3/2010. Regista: Paul Greengrass. Sceneggiatura: Brian Helgeland. Interpreti: Matt Damon, Greg Kinnear, Amy Ryan, Brendan Gleeson, Jason Isaacs. 115 min. USA. 2010. Giovani. (VD). Nelle sale il 9 aprile.
L'inglese Paul Greengrass si è costruito una meritata reputazione di regista di documentari e televisivo, prima di approdare con successo al cinema (Bloody Sunday, The Bourne Supremacy, Bourne Ultimatum e United 93). In questi film ha costruito la base del suo modo di fare cinema di fiction, con la trepidante modalità del reportage di guerra, la cinepresa sempre in mano ed un montaggio acrobatico.
Adesso applica con successo la sua formula al genere del film di guerra, tramite un adattamento del libro Imperial Life in Emerald City: Inside Iraq's Green Zone, di Rajiv Chandrasekaran, analista politico e corrispondente del Washington Post a Bagdad per diversi anni. Libro e film approfondiscono le ragioni oscure -torbide, secondo i suoi autori- che hanno spinto Bush a lanciare l'invasione dell'Iraq. E lo fanno attraverso le avventure strazianti del sottotenente Roy Miller, che nel 2003 dirige a Bagdad un comando americano incaricato di trovare le armi di distruzione di massa (WMD) che, teoricamente, Saddam Hussein doveva possedere. Quando Miller insegue la pista di un pesce grosso del deposto regime, entrano in scena un aggressivo squalo di Washington, veterano agente della CIA, ed una giornalista che ha svolto un ruolo fondamentale nel confezionare un'opinione pubblica favorevole all’intervento armato.
Anche se il film si concentra principalmente sulle azioni militari, va sgranando con abilità le sue analisi politico-sociali, molto critiche con Bush ed il governo, accusandoli di mentire su le WMD e d’ignorare la complessità sociale e religiosa dell'Iraq. Come sempre in Greengrass, le recitazioni sono eccellenti. Basta poi aggiungere una messa in scena da togliere il fiato, ed ecco che lo spettatore si trova immerso nel caos di polvere, sudore e sangue che circonda i personaggi. L'esperienza è stimolante, anche se un po’ epidermica, perché tanta immediatezza narrativa può stancare. Forse è giunto il momento per Greengrass di utilizzare alcune risorse meno iperrealiste e più cinematografiche, come hanno fatto -con ottimi risultati- Zwick in Blood Diamond-Diamanti di sangue, o Riddley Scott in Nessuna Verità. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, D (ACEPRENSA)
L'inglese Paul Greengrass si è costruito una meritata reputazione di regista di documentari e televisivo, prima di approdare con successo al cinema (Bloody Sunday, The Bourne Supremacy, Bourne Ultimatum e United 93). In questi film ha costruito la base del suo modo di fare cinema di fiction, con la trepidante modalità del reportage di guerra, la cinepresa sempre in mano ed un montaggio acrobatico.
Adesso applica con successo la sua formula al genere del film di guerra, tramite un adattamento del libro Imperial Life in Emerald City: Inside Iraq's Green Zone, di Rajiv Chandrasekaran, analista politico e corrispondente del Washington Post a Bagdad per diversi anni. Libro e film approfondiscono le ragioni oscure -torbide, secondo i suoi autori- che hanno spinto Bush a lanciare l'invasione dell'Iraq. E lo fanno attraverso le avventure strazianti del sottotenente Roy Miller, che nel 2003 dirige a Bagdad un comando americano incaricato di trovare le armi di distruzione di massa (WMD) che, teoricamente, Saddam Hussein doveva possedere. Quando Miller insegue la pista di un pesce grosso del deposto regime, entrano in scena un aggressivo squalo di Washington, veterano agente della CIA, ed una giornalista che ha svolto un ruolo fondamentale nel confezionare un'opinione pubblica favorevole all’intervento armato.
Anche se il film si concentra principalmente sulle azioni militari, va sgranando con abilità le sue analisi politico-sociali, molto critiche con Bush ed il governo, accusandoli di mentire su le WMD e d’ignorare la complessità sociale e religiosa dell'Iraq. Come sempre in Greengrass, le recitazioni sono eccellenti. Basta poi aggiungere una messa in scena da togliere il fiato, ed ecco che lo spettatore si trova immerso nel caos di polvere, sudore e sangue che circonda i personaggi. L'esperienza è stimolante, anche se un po’ epidermica, perché tanta immediatezza narrativa può stancare. Forse è giunto il momento per Greengrass di utilizzare alcune risorse meno iperrealiste e più cinematografiche, come hanno fatto -con ottimi risultati- Zwick in Blood Diamond-Diamanti di sangue, o Riddley Scott in Nessuna Verità. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, D (ACEPRENSA)
È complicato
31/3/2010. Regista: Nancy Meyers. Sceneggiatura: Nancy Meyers. Interpreti: Meryl Streep, John Krasinski, Alec Baldwin, Steve Martin, Hunter Parrish. 120 min. USA. 2009. Adulti. (SD)
Jane e Jake sono divorziati da dieci anni. Jane gestisce con profitto una rinomata pasticceria e vive con i tre figli, già grandi. Jake si è nel frattempo risposato con una giovane donna, determinata a farlo diventare di nuovo papà. Una cena con un bicchierino di troppo, ricordando i 19 anni di matrimonio, finisce in un riavvicinamento della coppia ed apre le porte a una possibile riconciliazione.
Il nuovo film di Nancy Meyers (Tutto può succedere, L’amore non va in vacanza) ha -senza dubbio- alcuni punti di forza: gag divertenti, battute argute e un cast che funziona. Non è sorprendente quando si tratta di Meryl Streep. Alec Baldwin, che ironizza sul suo fisico, fa una bella figura, mentre John Krasinski mostra un insolito talento per la commedia. Inoltre, il copione della stessa Meyers sottolinea che ci sono alcuni problemi dietro un divorzio pacifico e apparentemente superato: dalla sofferenza dei figli, fino allo sgomento di alcuni uomini, che ormai sessantenni e in un'età in cui si è soliti viziare i nipotini, si vedono ancora una volta pronti a tirare su altri figli.
Il problema di questa riflessione sul divorzio è la sua presentazione in un film ripetitivo, dal tono greve e disinibito, che male si addice a ciò che il film rappresenta: una commedia di un certo livello, destinata ad un pubblico intorno alla cinquantina. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Jane e Jake sono divorziati da dieci anni. Jane gestisce con profitto una rinomata pasticceria e vive con i tre figli, già grandi. Jake si è nel frattempo risposato con una giovane donna, determinata a farlo diventare di nuovo papà. Una cena con un bicchierino di troppo, ricordando i 19 anni di matrimonio, finisce in un riavvicinamento della coppia ed apre le porte a una possibile riconciliazione.
Il nuovo film di Nancy Meyers (Tutto può succedere, L’amore non va in vacanza) ha -senza dubbio- alcuni punti di forza: gag divertenti, battute argute e un cast che funziona. Non è sorprendente quando si tratta di Meryl Streep. Alec Baldwin, che ironizza sul suo fisico, fa una bella figura, mentre John Krasinski mostra un insolito talento per la commedia. Inoltre, il copione della stessa Meyers sottolinea che ci sono alcuni problemi dietro un divorzio pacifico e apparentemente superato: dalla sofferenza dei figli, fino allo sgomento di alcuni uomini, che ormai sessantenni e in un'età in cui si è soliti viziare i nipotini, si vedono ancora una volta pronti a tirare su altri figli.
Il problema di questa riflessione sul divorzio è la sua presentazione in un film ripetitivo, dal tono greve e disinibito, che male si addice a ciò che il film rappresenta: una commedia di un certo livello, destinata ad un pubblico intorno alla cinquantina. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
L'uomo nell'ombra
31/3/2010. Regista: Roman Polanski. Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polanski. Interpreti: Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall, Olivia Williams, Timothy Hutton. 128 min. GB. 2010. Adulti. (VXD). Nelle sale il 9 aprile.
Un giovane scrittore viene assunto dall'ex primo ministro britannico Adam Lang, per riscrivere la sua autobiografia. A tal uopo, lo scrittore-ombra (letteralmente lo scrittore fantasma) si trasferisce in una sperduta località costiera americana, dove Lang possiede una moderna casa di campagna, vicino alla quale era già annegato il precedente scrittore-ombra. Proprio in quel frangente, la Corte Internazionale dell'Aja dichiara ammissibile una denuncia contro Lang, per presunti crimini di guerra durante la guerra in Iraq.
Una certa vendetta contro la giustizia e la politica americana e britannica è questo intenso thriller del franco-polacco Roman Polanski (Chinatown, Frantic, Il Pianista), basato sul best-seller The ghostwriter, di Robert Harris, che ha collaborato a stendere la sceneggiatura. Harris ha lavorato per la BBC. Poi è stato giornalista e editorialista politico in The Observer, The Sunday Times e al Daily Telegraph. Un altro dei suoi romanzi, Enigma, è stato trasposto per cinema nel 2001 da Michael Apted.
Polanski si rifà allo stile Hitchcock -anche nel ricorso ad una musica incalzante ed inquietante-, creando un clima denso di intrighi, malaticcio e opprimente, in cui lo spettatore si sente in uno stato di costante minaccia, anche per gli stessi paesaggi utilizzati, presentati dalla volutamente degradata fotografia di Pawel Edelman e dalle forti caratterizzazioni di Ewan McGregor e Pierce Brosnan.
Si può criticare qualche spunto erotico troppo sordido ed una mancanza quasi totale di riferimenti morali positivi, che condanna il film ad un fatalismo eccessivo. Ma questi difetti non scalfiscono l'alta qualità media dell'insieme, per il quale Polanski ha vinto l'Orso d'Argento della regia, al Festival di Berlino 2010. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X, D (ACEPRENSA)
Un giovane scrittore viene assunto dall'ex primo ministro britannico Adam Lang, per riscrivere la sua autobiografia. A tal uopo, lo scrittore-ombra (letteralmente lo scrittore fantasma) si trasferisce in una sperduta località costiera americana, dove Lang possiede una moderna casa di campagna, vicino alla quale era già annegato il precedente scrittore-ombra. Proprio in quel frangente, la Corte Internazionale dell'Aja dichiara ammissibile una denuncia contro Lang, per presunti crimini di guerra durante la guerra in Iraq.
Una certa vendetta contro la giustizia e la politica americana e britannica è questo intenso thriller del franco-polacco Roman Polanski (Chinatown, Frantic, Il Pianista), basato sul best-seller The ghostwriter, di Robert Harris, che ha collaborato a stendere la sceneggiatura. Harris ha lavorato per la BBC. Poi è stato giornalista e editorialista politico in The Observer, The Sunday Times e al Daily Telegraph. Un altro dei suoi romanzi, Enigma, è stato trasposto per cinema nel 2001 da Michael Apted.
Polanski si rifà allo stile Hitchcock -anche nel ricorso ad una musica incalzante ed inquietante-, creando un clima denso di intrighi, malaticcio e opprimente, in cui lo spettatore si sente in uno stato di costante minaccia, anche per gli stessi paesaggi utilizzati, presentati dalla volutamente degradata fotografia di Pawel Edelman e dalle forti caratterizzazioni di Ewan McGregor e Pierce Brosnan.
Si può criticare qualche spunto erotico troppo sordido ed una mancanza quasi totale di riferimenti morali positivi, che condanna il film ad un fatalismo eccessivo. Ma questi difetti non scalfiscono l'alta qualità media dell'insieme, per il quale Polanski ha vinto l'Orso d'Argento della regia, al Festival di Berlino 2010. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X, D (ACEPRENSA)
Dragon trainer
31/3/2010. Regista: Dean DeBlois, Chris Sanders. Sceneggiatura: Dean DeBlois, Adam F. Goldberg, Chris Sanders, Peter Tolan. Colonna sonora: John Powell. Animazione. 100 min. USA. 2010. Tutti.
Si tratta di un ameno e spettacolare film d'animazione della Dreamworks, non particolarmente originale nella trama. Hiccup è un giovane vichingo, intelligente e molto magro -come Vicky-, in mezzo a robusti e grossolani guerrieri, cacciatori di dragoni. Il villaggio di Hiccup è in guerra con queste potenti creature, e la prova di maturità dei giovani consiste nell'andare a caccia di uno di quei mostri. Nessuno, neanche il padre, ritiene che il maldestro Hiccup potrà mai diventare un autentico guerriero vichingo.
Il nuovo film d'animazione della Dreamworks arriva dalla regia degli autori di Lilo & Stitch, per la Disney, con cui condivide vari spunti comuni. Dragon Trainer appare una sorta di déja vu, anche perché DreamWorks Animation è solita scrivere le sceneggiature come parodie di opere già note. In questo caso lo è doppiamente, perché il romanzo per bambini di Cressida Cowell, da cui trae spunto, aveva già a sua volta questa caratteristica. Tuttavia, come ogni buon romanzo che si rispetti, sviluppa i suoi personaggi con armonia e serietà. Ciò si riflette in modo singolare nella storia narrata che, oltre a raccontare avventure fantastiche, affronta i problemi di un adolescente pieno di complessi, col desiderio di compiacere il padre e richiamare l'attenzione dei coetanei (e di una coetanea). Parla anche del valore della comunicazione, dell’amicizia e della superiorità dell'intelligenza sulla forza.
Inoltre, tecnicamente molto bello, è stato concepito in 3D. Proprio questo formato valorizza non soltanto l’avventura aerea e gli straordinari draghi, notevolmente rifiniti, ma anche conferisce all'intera pianificazione ed ai semplici paesaggi una singolare bellezza. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: ---- (ACEPRENSA)
Si tratta di un ameno e spettacolare film d'animazione della Dreamworks, non particolarmente originale nella trama. Hiccup è un giovane vichingo, intelligente e molto magro -come Vicky-, in mezzo a robusti e grossolani guerrieri, cacciatori di dragoni. Il villaggio di Hiccup è in guerra con queste potenti creature, e la prova di maturità dei giovani consiste nell'andare a caccia di uno di quei mostri. Nessuno, neanche il padre, ritiene che il maldestro Hiccup potrà mai diventare un autentico guerriero vichingo.
Il nuovo film d'animazione della Dreamworks arriva dalla regia degli autori di Lilo & Stitch, per la Disney, con cui condivide vari spunti comuni. Dragon Trainer appare una sorta di déja vu, anche perché DreamWorks Animation è solita scrivere le sceneggiature come parodie di opere già note. In questo caso lo è doppiamente, perché il romanzo per bambini di Cressida Cowell, da cui trae spunto, aveva già a sua volta questa caratteristica. Tuttavia, come ogni buon romanzo che si rispetti, sviluppa i suoi personaggi con armonia e serietà. Ciò si riflette in modo singolare nella storia narrata che, oltre a raccontare avventure fantastiche, affronta i problemi di un adolescente pieno di complessi, col desiderio di compiacere il padre e richiamare l'attenzione dei coetanei (e di una coetanea). Parla anche del valore della comunicazione, dell’amicizia e della superiorità dell'intelligenza sulla forza.
Inoltre, tecnicamente molto bello, è stato concepito in 3D. Proprio questo formato valorizza non soltanto l’avventura aerea e gli straordinari draghi, notevolmente rifiniti, ma anche conferisce all'intera pianificazione ed ai semplici paesaggi una singolare bellezza. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: ---- (ACEPRENSA)
Departures
31/3/2010. Regista: Yojiro Takita. Sceneggiatura: Kundo Koyama. Interpreti: Masahiro Motoki, Ryoko Hirosue, Tsutomu Yamazaki, Tetta Sugimoto. 130 min. Giappone. 2008. Giovani. (SD) Nelle sale il 9 aprile.
Il 1952 era l'anno in cui il regista giapponese Akira Kurosawa completava il suo capolavoro, Vivere (Ikiru), con la celebre veglia funebre del protagonista, durante la quale si chiudeva la sua emozionante storia di redenzione e di solidarietà. Ora il suo compatriota Yojiro Takita completa quella luminosa visione della vita e della morte in Departures, con cui ha vinto i premi più prestigiosi dell'Accademia del Cinema del Giappone e l’Oscar 2008 per il miglior film straniero.
La sceneggiatura segue le orme di Daigo Kobayashi, un giovane violoncellista di Tokio, che abbandona la musica quando si scioglie l’orchestra dove lavorava. Dopo averlo deciso insieme alla affettuosa moglie Mika, entrambi tornano alla piccola città natale di Daigo, Hirano, in Yamagata. Daigo legge un annuncio sul giornale, dove si offre un posto in un'impresa di “comiati”. Quando si reca all’incontro, non trova esattamente ciò che si aspettava: si tratta infatti di una piccola impresa funebre diretta da Sasaki, prossimo alla pensione, che è solito avvolgere le salme nel lenzuolo funebre con grande cura.
Come molti film giapponesi, Departures presenta, talvolta, sequenze brevi sorprendentemente comiche, che possono sconcertare lo spettatore occasionale. Si avvicina anche al grottesco, quando affronta la transessualità di uno dei cadaveri imbalsamati. Tuttavia, poco a poco, si impone il tono intimo, amabile e profondo che sempre ha caratterizzato i grandi maestri del cinema giapponese, caratteristico anche nel recente Still Walking, di Hirokazu Koreeda. Così, con pudore e delicatezza accattivanti, Takita svela aspetti insospettati della dignità umana, anche attraverso i corpi dei defunti, mostrando allo stesso tempo al grande minaccia implicita, nell’individualismo materialista ed edonista, all'unità della famiglia e al bene comune. Logicamente, in questo trama, emerge una visione trascendente dell'essere umano, chiaramente aperta a tutte le religioni, anche al cristianesimo, e dove -naturalmente- la vita non finisce con la morte.
Tutto ciò, Takita lo traduce in immagini attraverso una poetica messa in scena, serena e densa, moderna e classica al contempo, dove le emozioni arrivano alla lacrima e alla commozione interiore, grazie soprattutto alla veracità di tutti gli attori ed alla bellissima e magistrale colonna sonora di Jose Hisaishi, pari a quelle che compongono le meraviglie animate di Hayao Miyazaki. In sintesi, un altro degno film giapponese, rivelatore del risorgimento di una industria cinematografica di grande tradizione, che da troppi anni si limitava al settore dei cartoni animati. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Il 1952 era l'anno in cui il regista giapponese Akira Kurosawa completava il suo capolavoro, Vivere (Ikiru), con la celebre veglia funebre del protagonista, durante la quale si chiudeva la sua emozionante storia di redenzione e di solidarietà. Ora il suo compatriota Yojiro Takita completa quella luminosa visione della vita e della morte in Departures, con cui ha vinto i premi più prestigiosi dell'Accademia del Cinema del Giappone e l’Oscar 2008 per il miglior film straniero.
La sceneggiatura segue le orme di Daigo Kobayashi, un giovane violoncellista di Tokio, che abbandona la musica quando si scioglie l’orchestra dove lavorava. Dopo averlo deciso insieme alla affettuosa moglie Mika, entrambi tornano alla piccola città natale di Daigo, Hirano, in Yamagata. Daigo legge un annuncio sul giornale, dove si offre un posto in un'impresa di “comiati”. Quando si reca all’incontro, non trova esattamente ciò che si aspettava: si tratta infatti di una piccola impresa funebre diretta da Sasaki, prossimo alla pensione, che è solito avvolgere le salme nel lenzuolo funebre con grande cura.
Come molti film giapponesi, Departures presenta, talvolta, sequenze brevi sorprendentemente comiche, che possono sconcertare lo spettatore occasionale. Si avvicina anche al grottesco, quando affronta la transessualità di uno dei cadaveri imbalsamati. Tuttavia, poco a poco, si impone il tono intimo, amabile e profondo che sempre ha caratterizzato i grandi maestri del cinema giapponese, caratteristico anche nel recente Still Walking, di Hirokazu Koreeda. Così, con pudore e delicatezza accattivanti, Takita svela aspetti insospettati della dignità umana, anche attraverso i corpi dei defunti, mostrando allo stesso tempo al grande minaccia implicita, nell’individualismo materialista ed edonista, all'unità della famiglia e al bene comune. Logicamente, in questo trama, emerge una visione trascendente dell'essere umano, chiaramente aperta a tutte le religioni, anche al cristianesimo, e dove -naturalmente- la vita non finisce con la morte.
Tutto ciò, Takita lo traduce in immagini attraverso una poetica messa in scena, serena e densa, moderna e classica al contempo, dove le emozioni arrivano alla lacrima e alla commozione interiore, grazie soprattutto alla veracità di tutti gli attori ed alla bellissima e magistrale colonna sonora di Jose Hisaishi, pari a quelle che compongono le meraviglie animate di Hayao Miyazaki. In sintesi, un altro degno film giapponese, rivelatore del risorgimento di una industria cinematografica di grande tradizione, che da troppi anni si limitava al settore dei cartoni animati. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
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