12/12/2009. Regista: Javier Abad, Jorge Blanco, Marcos Martínez. Sceneggiatura: Joe Stillman. Animazione. 90 min. Spagna, GB, USA. 2009. Tutti.
Il film più costoso nella storia del cinema spagnolo è una piacevole sorpresa. Lo dico fin dall'inizio: mi piace molto Planet 51. Ovviamente, un film così costoso, che ha come sceneggiatore lo scrittore americano Joe Stillman (co-autore delle sceneggiature per i due Shrek) deve essere considerato come un film di serie A, e come tale deve essere giudicato.
Non voglio raccontare molto della trama del film, perché la sua bellezza sta soprattutto nell'originalità dell’approccio, a partire dall'arrivo di un’astronave americana al Pianeta 51, mai calpestato prima da essere umano.
Credo che la sceneggiatura di Stillman abbia il bello di Shrek, col vantaggio di evitare le barzellette oscene, le continuane strizzatine d'occhio allo spettatore adulto non troppo sottile, e le stanche parodie di tante storie e filmati precedenti. Come si può intuire, Shrek non mi entusiasma.
Dal punto di vista della realizzazione, Planet 51 è molto ben realizzato, con un’animazione di buona qualità, anche se ovviamente non raggiunge il livello di Pixar. Il film ha ritmo, simpatia, e dei personaggi divertenti e accattivanti. Si può criticare il fatto che la trama contiene alcuni elementi convenzionali, ma penso che questo sia compensato da una vitalità nei personaggi e nelle loro avventure mai finora raggiunta nel cinema spagnolo d'animazione; tutto ciò, confrontato con i film americani di bilancio simile, lascia Planet 51 nella parte alta della classifica.
In breve: un film notevole, molto divertente, perfettamente vendibile sul mercato internazionale, cui è destinato (il doppiaggio originale è in lingua inglese). Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: ---- (ACEPRENSA)
Il mio amico Eric
12/12/2009. Regista: Ken Loach. Sceneggiatura: Paul Laverty. Interpreti: Steve Evets, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Gerard Kearns, Stefan Gumbs. 116 min. GB, Francia, Italia, Spagna. 2009. Giovani-adulti. (SD)
Simpatico film di Loach con il suo abituale sceneggiatore Paul Laverty. La vicenda si occupa di Eric, un postino un po’ depresso: la sua seconda moglie lo ha lasciato, e i suoi due figliastri sono degli irresponsabili che lo mettono nei guai. Inoltre, la figlia che aveva dal suo primo matrimonio gli chiede di occuparsi del suo neonato, cosa che favorisce il ricongiungimento con la moglie iniziale, Lily, che Eric aveva abbandonato in un attacco di panico. Ora ha soltanto il sostegno dei suoi colleghi postini, dei veri amici ... e del calciatore Eric Cantona, che, come un amico immaginario, gli fornisce dei consigli per raddrizzare la sua vita.
È una novità che Loach inserisca un elemento magico nel suo cinema. Perché Eric Cantona, interpretato da lui stesso, diventa una sorte di angelo custode, con funzione simile a quello del classico La vita è meravigliosa. Il calcio diventa una metafora di come Eric deve affrontare i suoi problemi; in questa chiave è importante l’affermazione del giocatore, quando afferma che il momento di cui va più orgoglioso nella sua carriera sportiva è quando ha realizzato un assist.
Il regista e lo sceneggiatore non rinunciano al realismo e naturalismo tipici dei loro film, soprattutto nelle conversazioni tra i postini. Forse le due storie principali –la seconda opportunità matrimoniale e i problemi dei figliastri con alcuni prepotenti- non si armonizzano fino in fondo, ma la presenza di Cantona è un ponte che maschera il problema.
Il finale, anche se a livello di commedia leggera, ha la sua bellezza, fa sorridere amabilmente e risulta ottimista. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Simpatico film di Loach con il suo abituale sceneggiatore Paul Laverty. La vicenda si occupa di Eric, un postino un po’ depresso: la sua seconda moglie lo ha lasciato, e i suoi due figliastri sono degli irresponsabili che lo mettono nei guai. Inoltre, la figlia che aveva dal suo primo matrimonio gli chiede di occuparsi del suo neonato, cosa che favorisce il ricongiungimento con la moglie iniziale, Lily, che Eric aveva abbandonato in un attacco di panico. Ora ha soltanto il sostegno dei suoi colleghi postini, dei veri amici ... e del calciatore Eric Cantona, che, come un amico immaginario, gli fornisce dei consigli per raddrizzare la sua vita.
È una novità che Loach inserisca un elemento magico nel suo cinema. Perché Eric Cantona, interpretato da lui stesso, diventa una sorte di angelo custode, con funzione simile a quello del classico La vita è meravigliosa. Il calcio diventa una metafora di come Eric deve affrontare i suoi problemi; in questa chiave è importante l’affermazione del giocatore, quando afferma che il momento di cui va più orgoglioso nella sua carriera sportiva è quando ha realizzato un assist.
Il regista e lo sceneggiatore non rinunciano al realismo e naturalismo tipici dei loro film, soprattutto nelle conversazioni tra i postini. Forse le due storie principali –la seconda opportunità matrimoniale e i problemi dei figliastri con alcuni prepotenti- non si armonizzano fino in fondo, ma la presenza di Cantona è un ponte che maschera il problema.
Il finale, anche se a livello di commedia leggera, ha la sua bellezza, fa sorridere amabilmente e risulta ottimista. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Nemico pubblico -Public enemies
14/11/2009. Regista: Michael Mann. Sceneggiatura: Ronan Bennet, Michael Mann, Ann Biderman, dal romanzo di Bryan Burrough. Interpreti: Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff, Stephen Lang. 143 min. USA. 2009. Adulti. (VXD)
Nel luglio 1934, durante la Grande Depressione, il popolare bandito John Dillinger evade dal carcere, iniziando una audace serie di rapine alle banche, soprattutto a Chicago e dintorni. Due fatti complicheranno la sua rischiosa vicenda: il primo: che si innamora di Billie Frechette, una ragazza che lavora da guardarobiera; il secondo: che al comando della squadra di polizia, mobilitata sulle sue tracce, si trova l’agente federale Melvin Purvis, tiratore scelto, meticoloso e senza troppi scrupoli. È proprio grazie a questo super-poliziotto che il temuto J. Edgar Hoover inizia a trasformare il suo Bureau of Investigation, in quello che più tardi diverrà il celebre FBI.
Delude un po’ questo irregolare, violento e agiografico ritratto di John Dillinger, vicino nell'impostazione a Bonny&Clyde e Gli Intoccabili, ma meno riuscito. Da un lato, la sceneggiatura prende troppo le parti del fuorilegge -presentato come novello Robin Hood, in guerra contro banche corrotte- e critica ad oltranza la polizia, che sembra aver assimilato, senza problema morale di sorta, il principio “il fine giustifica i mezzi”. Ed anche i più brutali.
D’altra parte, la fin troppo coinvolgente messa in scena di Michael Mann (Heat, Alì, Collateral) -in qualità digitale e con un frequente ricorso a riprese da cinepresa a mano- finisce per esaurire lo spettatore e saturarlo del clima degli anni '30 del Novecento. Gli attori sono bravi, ma non riescono a liberare i loro personaggi dalle maschere archetipe, assegnate loro dal copione. Mann presenta tuttavia diverse sparatorie brillanti, con alcune sequenze di alta intensità emotiva. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X, D (ACEPRENSA)
Nel luglio 1934, durante la Grande Depressione, il popolare bandito John Dillinger evade dal carcere, iniziando una audace serie di rapine alle banche, soprattutto a Chicago e dintorni. Due fatti complicheranno la sua rischiosa vicenda: il primo: che si innamora di Billie Frechette, una ragazza che lavora da guardarobiera; il secondo: che al comando della squadra di polizia, mobilitata sulle sue tracce, si trova l’agente federale Melvin Purvis, tiratore scelto, meticoloso e senza troppi scrupoli. È proprio grazie a questo super-poliziotto che il temuto J. Edgar Hoover inizia a trasformare il suo Bureau of Investigation, in quello che più tardi diverrà il celebre FBI.
Delude un po’ questo irregolare, violento e agiografico ritratto di John Dillinger, vicino nell'impostazione a Bonny&Clyde e Gli Intoccabili, ma meno riuscito. Da un lato, la sceneggiatura prende troppo le parti del fuorilegge -presentato come novello Robin Hood, in guerra contro banche corrotte- e critica ad oltranza la polizia, che sembra aver assimilato, senza problema morale di sorta, il principio “il fine giustifica i mezzi”. Ed anche i più brutali.
D’altra parte, la fin troppo coinvolgente messa in scena di Michael Mann (Heat, Alì, Collateral) -in qualità digitale e con un frequente ricorso a riprese da cinepresa a mano- finisce per esaurire lo spettatore e saturarlo del clima degli anni '30 del Novecento. Gli attori sono bravi, ma non riescono a liberare i loro personaggi dalle maschere archetipe, assegnate loro dal copione. Mann presenta tuttavia diverse sparatorie brillanti, con alcune sequenze di alta intensità emotiva. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X, D (ACEPRENSA)
Un alibi perfetto
14/11/2009. Regista: Peter Hyams. Sceneggiatura: Peter Hyams, Douglas Morrow. Interpreti: Michael Douglas, Amber Tamblyn, Jesse Metclafe, Calvin Payton, John MacCarthy. 110 min. USA. 2009. Adulti. (X)
Nel 1956, quel maestro di Fritz Lang diresse due thriller interpretati da un'eccellente Dana Andrews, dove il regista di M diede un'ulteriore dimostrazione del suo talento, questa volta con budget molto modesto, per la sigla RKO, con l’incipiente televisione facendo una concorrenza tremenda al cinema.
Sono state le ultime opere del fecondo periodo trascorso da Lang negli States (1939-1956), caratterizzato da una comprensione intelligente di due generi così tipici della Hollywood anni '40: il noir e il dramma passionale. La prima di queste opere ha per titolo Quando la città dorme. Della seconda, L’alibi era perfetto, esce adesso una nuova versione, a cura di un regista veterano, ma per ora, mai andato oltre la sufficienza: Peter Hyams (Relic –L’evoluzione del terrore).
La storia (un giornalista che tende una tranello ad un pubblico ministero, per mostrare a tutti che si tratta di un prevaricatore) è bella, ma la sceneggiatura troppo schematica dello stesso Hyams, non diffonde a dovere la tensione. La regia appare assai trascurata, tutto al contrario del film originale. In questo senso, non mancano scene girate in ambienti dalle tinte così fosche, che appare arduo motivare.
Il cast lavora molto bene (specialmente la giovane Amber Tamblyn), ma il regista non sa che pesci pigliare. Spreca così l'interpretazione di un grande Michael Douglas, che affronta con professionalità uno de quei ruoli da malvagi mefistofelici, che sono il suo forte. Poco altro resta da dire su questo remake, che presentiamo solo perché ci offre l'estro di ricordare con forza il film di Lang, interpretato -oltre che da Dana Andrews- dalla grande Joan Fontaine. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X (ACEPRENSA)
Nel 1956, quel maestro di Fritz Lang diresse due thriller interpretati da un'eccellente Dana Andrews, dove il regista di M diede un'ulteriore dimostrazione del suo talento, questa volta con budget molto modesto, per la sigla RKO, con l’incipiente televisione facendo una concorrenza tremenda al cinema.
Sono state le ultime opere del fecondo periodo trascorso da Lang negli States (1939-1956), caratterizzato da una comprensione intelligente di due generi così tipici della Hollywood anni '40: il noir e il dramma passionale. La prima di queste opere ha per titolo Quando la città dorme. Della seconda, L’alibi era perfetto, esce adesso una nuova versione, a cura di un regista veterano, ma per ora, mai andato oltre la sufficienza: Peter Hyams (Relic –L’evoluzione del terrore).
La storia (un giornalista che tende una tranello ad un pubblico ministero, per mostrare a tutti che si tratta di un prevaricatore) è bella, ma la sceneggiatura troppo schematica dello stesso Hyams, non diffonde a dovere la tensione. La regia appare assai trascurata, tutto al contrario del film originale. In questo senso, non mancano scene girate in ambienti dalle tinte così fosche, che appare arduo motivare.
Il cast lavora molto bene (specialmente la giovane Amber Tamblyn), ma il regista non sa che pesci pigliare. Spreca così l'interpretazione di un grande Michael Douglas, che affronta con professionalità uno de quei ruoli da malvagi mefistofelici, che sono il suo forte. Poco altro resta da dire su questo remake, che presentiamo solo perché ci offre l'estro di ricordare con forza il film di Lang, interpretato -oltre che da Dana Andrews- dalla grande Joan Fontaine. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X (ACEPRENSA)
Julie&Julia
14/11/2009. Regista: Nora Ephron. Sceneggiatura: Nora Ephron. Interpreti: Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci. 123 min. USA. 2009. Giovani-adulti. (SD)
La storia è tratta da due libri: uno scritto da Julia Child (1912-2004), chef statunitense che -dopo aver studiato cucina francese a Parigi ed aver pubblicato un celebre libro di ricette nel 1961- si è trasformata in una popolare protagonista della tv; l’altro libro è opera di Julie Powell, nata nel 1973 in Texas e trasferitasi a New York dal 2002, che inizia a scrivere un blog -poi trasformato in libro di successo- su esperienze culinarie utilizzando le ricette del libro di Julia Child.
La regista Nora Ephron (C’è post@ per te, Insonnia d’amore) ha potuto far leva su due attrici sensazionali, ma il modo di inserirle nella trama delle vite delle due donne, che hanno quasi cinquant'anni di differenza, non regge molto. D’altra parte, se il personaggio di Streep è decisamente sovraeccitato (grida, troppa gestualità e mosse, alcune volgarità difficili da capire), quello di Amy Adams appare insipido (pur essendo bravissima attrice, il personaggio risulta incolore, quasi piatto). Anche Stanley Tucci è un superbo attore, ma il personaggio che interpreta, un diplomatico, non è ben costruito. Anzi, propende alla farsa.
Malgrado l’ambientazione eccellente e la regia curata, Ephron non capta -neanche a farlo apposta- l’anima della storia. E cioè: la cucina è arte e cultura, ed è capace di mettere in gioco tutta la persona, fino a renderla capace di una forma di amore oblativo: donarsi agli altri.
È facile immaginare che questa storia, nelle mani di un regista più autorevole, avrebbe dato vita ad un grande film. Ciò che resta è simpatico e divertente, ma talvolta reiterativo, sentimentale e banale. In materia di cucina, i capolavori sono sempre quelli: un magistrale Il pranzo di Babette e l’incantevole Ricette d’amore. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
La storia è tratta da due libri: uno scritto da Julia Child (1912-2004), chef statunitense che -dopo aver studiato cucina francese a Parigi ed aver pubblicato un celebre libro di ricette nel 1961- si è trasformata in una popolare protagonista della tv; l’altro libro è opera di Julie Powell, nata nel 1973 in Texas e trasferitasi a New York dal 2002, che inizia a scrivere un blog -poi trasformato in libro di successo- su esperienze culinarie utilizzando le ricette del libro di Julia Child.
La regista Nora Ephron (C’è post@ per te, Insonnia d’amore) ha potuto far leva su due attrici sensazionali, ma il modo di inserirle nella trama delle vite delle due donne, che hanno quasi cinquant'anni di differenza, non regge molto. D’altra parte, se il personaggio di Streep è decisamente sovraeccitato (grida, troppa gestualità e mosse, alcune volgarità difficili da capire), quello di Amy Adams appare insipido (pur essendo bravissima attrice, il personaggio risulta incolore, quasi piatto). Anche Stanley Tucci è un superbo attore, ma il personaggio che interpreta, un diplomatico, non è ben costruito. Anzi, propende alla farsa.
Malgrado l’ambientazione eccellente e la regia curata, Ephron non capta -neanche a farlo apposta- l’anima della storia. E cioè: la cucina è arte e cultura, ed è capace di mettere in gioco tutta la persona, fino a renderla capace di una forma di amore oblativo: donarsi agli altri.
È facile immaginare che questa storia, nelle mani di un regista più autorevole, avrebbe dato vita ad un grande film. Ciò che resta è simpatico e divertente, ma talvolta reiterativo, sentimentale e banale. In materia di cucina, i capolavori sono sempre quelli: un magistrale Il pranzo di Babette e l’incantevole Ricette d’amore. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Gli abbracci spezzati
14/11/2009. Regista: Pedro Almodóvar. Sceneggiatura: Pedro Almodóvar. Interpreti: Lluís Homar, Penélope Cruz, Blanca Portillo, José Luis Gómez, Rubén Ochandiano, Tamar Novas. Spagna. 2009. Adulti. (XD)
Il diciassettesimo film di Pedro Almodóvar è anche il più costoso: dodici milioni di euro. Per girarlo, ha impiegato quindici settimane di riprese, tra Madrid e le Canarie. Malgrado questo dispendio di mezzi, non ci pare il suo miglior film, anche se resta pregevole.
La storia percorre due periodi diversi della vita di Mateo Blanco, regista di cinema: il presente attuale e gli anni Novanta. Adesso è un uomo cieco, che scrive sceneggiature sotto lo pseudonimo di Harry Caine; in passato, era un regista capace di girare una bella commedia, interpretata dall’amore della sua vita, l’attrice e prostituta occasionale Lena. Sempre accanto al protagonista c'è Judith, direttrice di produzione, nonché suo indispensabile angelo custode. Come antagonista, Ernesto Martel, un imprenditore che fa il produttore e che ama la stessa donna del regista: l’affascinante e fatale Lena. Intorno a questo conflitto di passioni, Almodóvar ha tessuto un insieme di disamori, gelosie, segreti, rancori, che sfociano in una tragedia non impermeabile alla speranza.
Almodóvar, abbandonando il tradizionale disinteresse per i personaggi maschili, affronta ora una storia che, proprio dai ruoli virili, trae gran parte della sua forza drammatica. Come sempre si verifica nei film del regista iberico, esistono diversi livelli di lettura o nuclei, intorno ai quali girano le trame. Uno di questi, forse il principale, è metalinguistico: il cinema, inteso come catarsi o redenzione. Il personaggio di Mateo, cieco e depresso per il tragico passato, trova nella creazione cinematografica -specialmente nella sala di montaggio- la possibilità di chiudere ferite ancora aperte, superando le precedenti sventure: “Anche se io non ci vedo, i film devono essere ben rifiniti”, dice il protagonista. Inoltre, Almodóvar allude a sé stesso, nella commedia spropositata che lo ha reso famoso e che appare nel finale, quando vediamo qual è il film, girato proprio da Mateo. Per molti spettatori questo costituirà, senza dubbio, il pregio migliore di Abbracci spezzati.
D’altra parte, Almodóvar torna a toccare la questione dell'assenza del padre. Il momento più duro del film è quando ci mostra il padre di Lena, malato di cancro terminale. Ma la ricerca inconclusa del padre, in Tutto su mia madre, culmina qui con successo, ricomponendo un vincolo tra padre e figlio, anche se manca sempre un riferimento di famiglia valido. Come al solito, i personaggi di Almodóvar sono celibi o divorziati, dai rapporti atipici (in questo caso, per esempio, Judit racconta di aver avuto un amante gay; Mateo va a letto con una donna, solo perché lo ha aiutato ad attraversare la strada; o il figlio di Martel, innamorato di quel Mateo che, tra l'altro, ha il doppio della sua età).
Il tema caro al regista, dell’amore e del desiderio, torna qui a ripresentarsi. Vi si declinano diversi tipi di amore: il possessivo, malaticcio e distruttivo, incarnato da Martel; l’amore della madre celibe -cioè, l’amore che si mantiene in un'intimità esclusiva, non condiviso-, da sempre l’amore preferito da Almodóvar; il più durevole, nel film rappresentato da Judith, e l’amore passionale, che unisce Mateo a Lena e che rappresenta l’oggetto del desiderio. Lena ricorda molti personaggi di film, alla stregua di quello incarnato dalla stessa Penélope Cruz in Lezioni di amore, o di tante donne che si dibattono tra l’amore ossessivo di un uomo potente e l’amore sincero di un perdente (Moulin Roge, Titanic, La niña dei tuoi sogni).
Un tema che non era stato mai troppo presente nel cinema di Almodóvar, accennato per la prima volta in Volver (Tornare) e che adesso prende forza, è quello della coscienza della colpa. Come per il Woody Allen arrivato alla maturità, compare nel cinema del regista iberico il peso del male, dominante nella coscienza del presente. Judith è schiacciata da un segreto colpevole, e in minor misura, anche il figlio di Martel. Ma gli offesi sanno perdonare e, in tal senso il tono del film, malgrado le sue tinte tragiche, non è negativo, né carico di rancore verso la vita. L’ultima parola c’è l’ha, in certo qual modo, la gioia di essere vivi e il superamento degli errori del passato.
La recitazione è buona. Sorprende un Lluis Homar, che sembra da sempre un “attore di Almodóvar”. Penelope recita molto bene ed è oggetto delle più raffinate attenzioni, da parte della fotografia, dei costumi e del maquillage. Sono davvero bravi anche Blanca Portillo e José Luis Gómez, così come i giovani Ruben Ochandiano e Tamar Novas.
Ciò malgrado, si resta davanti ad un film minore di Almodóvar, meno ricco nello sviluppo degli argomenti, più irregolare nel ritmo e nella forza della messa in scena, nonché molto più erratico nelle proposte, meno forti e nitide che nei precedenti. Da Gli abbracci spezzati emerge puntualmente la lucidità dell'autore, ma questo non basta a far fluire il film attraverso i canali di quel talento, che pure il regista iberico ha dimostrato talvolta di possedere. Juan Orellana. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti X, D (ACEPRENSA)
Il diciassettesimo film di Pedro Almodóvar è anche il più costoso: dodici milioni di euro. Per girarlo, ha impiegato quindici settimane di riprese, tra Madrid e le Canarie. Malgrado questo dispendio di mezzi, non ci pare il suo miglior film, anche se resta pregevole.
La storia percorre due periodi diversi della vita di Mateo Blanco, regista di cinema: il presente attuale e gli anni Novanta. Adesso è un uomo cieco, che scrive sceneggiature sotto lo pseudonimo di Harry Caine; in passato, era un regista capace di girare una bella commedia, interpretata dall’amore della sua vita, l’attrice e prostituta occasionale Lena. Sempre accanto al protagonista c'è Judith, direttrice di produzione, nonché suo indispensabile angelo custode. Come antagonista, Ernesto Martel, un imprenditore che fa il produttore e che ama la stessa donna del regista: l’affascinante e fatale Lena. Intorno a questo conflitto di passioni, Almodóvar ha tessuto un insieme di disamori, gelosie, segreti, rancori, che sfociano in una tragedia non impermeabile alla speranza.
Almodóvar, abbandonando il tradizionale disinteresse per i personaggi maschili, affronta ora una storia che, proprio dai ruoli virili, trae gran parte della sua forza drammatica. Come sempre si verifica nei film del regista iberico, esistono diversi livelli di lettura o nuclei, intorno ai quali girano le trame. Uno di questi, forse il principale, è metalinguistico: il cinema, inteso come catarsi o redenzione. Il personaggio di Mateo, cieco e depresso per il tragico passato, trova nella creazione cinematografica -specialmente nella sala di montaggio- la possibilità di chiudere ferite ancora aperte, superando le precedenti sventure: “Anche se io non ci vedo, i film devono essere ben rifiniti”, dice il protagonista. Inoltre, Almodóvar allude a sé stesso, nella commedia spropositata che lo ha reso famoso e che appare nel finale, quando vediamo qual è il film, girato proprio da Mateo. Per molti spettatori questo costituirà, senza dubbio, il pregio migliore di Abbracci spezzati.
D’altra parte, Almodóvar torna a toccare la questione dell'assenza del padre. Il momento più duro del film è quando ci mostra il padre di Lena, malato di cancro terminale. Ma la ricerca inconclusa del padre, in Tutto su mia madre, culmina qui con successo, ricomponendo un vincolo tra padre e figlio, anche se manca sempre un riferimento di famiglia valido. Come al solito, i personaggi di Almodóvar sono celibi o divorziati, dai rapporti atipici (in questo caso, per esempio, Judit racconta di aver avuto un amante gay; Mateo va a letto con una donna, solo perché lo ha aiutato ad attraversare la strada; o il figlio di Martel, innamorato di quel Mateo che, tra l'altro, ha il doppio della sua età).
Il tema caro al regista, dell’amore e del desiderio, torna qui a ripresentarsi. Vi si declinano diversi tipi di amore: il possessivo, malaticcio e distruttivo, incarnato da Martel; l’amore della madre celibe -cioè, l’amore che si mantiene in un'intimità esclusiva, non condiviso-, da sempre l’amore preferito da Almodóvar; il più durevole, nel film rappresentato da Judith, e l’amore passionale, che unisce Mateo a Lena e che rappresenta l’oggetto del desiderio. Lena ricorda molti personaggi di film, alla stregua di quello incarnato dalla stessa Penélope Cruz in Lezioni di amore, o di tante donne che si dibattono tra l’amore ossessivo di un uomo potente e l’amore sincero di un perdente (Moulin Roge, Titanic, La niña dei tuoi sogni).
Un tema che non era stato mai troppo presente nel cinema di Almodóvar, accennato per la prima volta in Volver (Tornare) e che adesso prende forza, è quello della coscienza della colpa. Come per il Woody Allen arrivato alla maturità, compare nel cinema del regista iberico il peso del male, dominante nella coscienza del presente. Judith è schiacciata da un segreto colpevole, e in minor misura, anche il figlio di Martel. Ma gli offesi sanno perdonare e, in tal senso il tono del film, malgrado le sue tinte tragiche, non è negativo, né carico di rancore verso la vita. L’ultima parola c’è l’ha, in certo qual modo, la gioia di essere vivi e il superamento degli errori del passato.
La recitazione è buona. Sorprende un Lluis Homar, che sembra da sempre un “attore di Almodóvar”. Penelope recita molto bene ed è oggetto delle più raffinate attenzioni, da parte della fotografia, dei costumi e del maquillage. Sono davvero bravi anche Blanca Portillo e José Luis Gómez, così come i giovani Ruben Ochandiano e Tamar Novas.
Ciò malgrado, si resta davanti ad un film minore di Almodóvar, meno ricco nello sviluppo degli argomenti, più irregolare nel ritmo e nella forza della messa in scena, nonché molto più erratico nelle proposte, meno forti e nitide che nei precedenti. Da Gli abbracci spezzati emerge puntualmente la lucidità dell'autore, ma questo non basta a far fluire il film attraverso i canali di quel talento, che pure il regista iberico ha dimostrato talvolta di possedere. Juan Orellana. ACEPRENSA.
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Up
24/10/2009. Regista: Bob Peterson, Pete Docter. Sceneggiatura: Pete Docter, Bob Peterson, Thomas McCarthy. Animazione. 96 min. USA. 2009. Tutti.
Da quando è rimasto vedovo, l’anziano Carl Fredericksen sopporta con maggior difficoltà gli acciacchi dell'età. Molto innamorato dalla defunta moglie Ellie, gli duole di non aver adempiuto il comune sogno d’infanzia: un viaggio pieno d'avventure. Adesso, questo sogno sembra ormai tramontato. Per di più, la bella casetta che era il loro focolare, è adesso un isolotto circondato da gru, che innalzano imponenti grattacieli. Quando, per ordine del giudice, Carl sta per essere internato in un ospizio per anziani, ecco che organizza un piano incredibile: con una nuvola di palloncini sradica la propria casa dalle fondamenta di cemento e intraprende un volo verso il Sudamerica. Non sa però, che a bordo c'è un clandestino: Russell, un ragazzino boy-scout.
La chiave di questo gioiello di cartone animato della Pixar è data dalla qualità della storia e dal senso artistico dell’animazione. Ai due veterani della Pixar, Pete Docter e Bob Peterson, si aggiunge un terzo protagonista a sorpresa: l’attore e regista Thomas McCarthy (The Station Agent, L’ospite inatteso). Il risultato è un film autentico e profondo, che dà vita alla prima storia d’amore significativa, per i film della Pixar. C’era amore tra i robot, tra le auto di Cars, o tra lo sguattero e la cuoca di Ratatouille, ma niente di paragonabile all’amore di Carl ed Ellie. Come viene raccontata, quasi senza parole, la loro vita in comune, il dolore di non aver potuto avere figli, la felicità nelle situazioni ordinarie e l’eco nel situare lo spettatore nella vicenda… tutto risulta commovente, a sostegno dell’idea che non c’è niente di paragonabile alle avventure della vita quotidiana, spesso più preziose di quelle di solito definite: “straordinarie”. Inoltre, c’è il rapporto tra Carl e Russell, capace di arricchire entrambi, perché il primo trova quel figlio che mai aveva potuto avere, mentre l’altro vede estinguersi il vuoto affettivo lasciato dal padre divorziato.
Inoltre, c’è molto senso dello humour, un ritmo di azione coinvolgente ed emozioni senza limiti, tutto favorito dalla casa volante e da un dirigibile, chiara allusione al film di Hayao Miyazaki: Il castello errante di Howl. Anche l’originale disegno dei personaggi -dalla testa grande-, ricorda alcuni personaggi creati dal regista giapponese. La sapiente combinazione di vari elementi orienta il film a soddisfare ogni genere di pubblico: bambini, giovani in cerca di emozioni forti, nonni, genitori. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: --- (ACEPRENSA)
Da quando è rimasto vedovo, l’anziano Carl Fredericksen sopporta con maggior difficoltà gli acciacchi dell'età. Molto innamorato dalla defunta moglie Ellie, gli duole di non aver adempiuto il comune sogno d’infanzia: un viaggio pieno d'avventure. Adesso, questo sogno sembra ormai tramontato. Per di più, la bella casetta che era il loro focolare, è adesso un isolotto circondato da gru, che innalzano imponenti grattacieli. Quando, per ordine del giudice, Carl sta per essere internato in un ospizio per anziani, ecco che organizza un piano incredibile: con una nuvola di palloncini sradica la propria casa dalle fondamenta di cemento e intraprende un volo verso il Sudamerica. Non sa però, che a bordo c'è un clandestino: Russell, un ragazzino boy-scout.
La chiave di questo gioiello di cartone animato della Pixar è data dalla qualità della storia e dal senso artistico dell’animazione. Ai due veterani della Pixar, Pete Docter e Bob Peterson, si aggiunge un terzo protagonista a sorpresa: l’attore e regista Thomas McCarthy (The Station Agent, L’ospite inatteso). Il risultato è un film autentico e profondo, che dà vita alla prima storia d’amore significativa, per i film della Pixar. C’era amore tra i robot, tra le auto di Cars, o tra lo sguattero e la cuoca di Ratatouille, ma niente di paragonabile all’amore di Carl ed Ellie. Come viene raccontata, quasi senza parole, la loro vita in comune, il dolore di non aver potuto avere figli, la felicità nelle situazioni ordinarie e l’eco nel situare lo spettatore nella vicenda… tutto risulta commovente, a sostegno dell’idea che non c’è niente di paragonabile alle avventure della vita quotidiana, spesso più preziose di quelle di solito definite: “straordinarie”. Inoltre, c’è il rapporto tra Carl e Russell, capace di arricchire entrambi, perché il primo trova quel figlio che mai aveva potuto avere, mentre l’altro vede estinguersi il vuoto affettivo lasciato dal padre divorziato.
Inoltre, c’è molto senso dello humour, un ritmo di azione coinvolgente ed emozioni senza limiti, tutto favorito dalla casa volante e da un dirigibile, chiara allusione al film di Hayao Miyazaki: Il castello errante di Howl. Anche l’originale disegno dei personaggi -dalla testa grande-, ricorda alcuni personaggi creati dal regista giapponese. La sapiente combinazione di vari elementi orienta il film a soddisfare ogni genere di pubblico: bambini, giovani in cerca di emozioni forti, nonni, genitori. José María Aresté. ACEPRENSA.
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