14/11/2009. Regista: Peter Hyams. Sceneggiatura: Peter Hyams, Douglas Morrow. Interpreti: Michael Douglas, Amber Tamblyn, Jesse Metclafe, Calvin Payton, John MacCarthy. 110 min. USA. 2009. Adulti. (X)
Nel 1956, quel maestro di Fritz Lang diresse due thriller interpretati da un'eccellente Dana Andrews, dove il regista di M diede un'ulteriore dimostrazione del suo talento, questa volta con budget molto modesto, per la sigla RKO, con l’incipiente televisione facendo una concorrenza tremenda al cinema.
Sono state le ultime opere del fecondo periodo trascorso da Lang negli States (1939-1956), caratterizzato da una comprensione intelligente di due generi così tipici della Hollywood anni '40: il noir e il dramma passionale. La prima di queste opere ha per titolo Quando la città dorme. Della seconda, L’alibi era perfetto, esce adesso una nuova versione, a cura di un regista veterano, ma per ora, mai andato oltre la sufficienza: Peter Hyams (Relic –L’evoluzione del terrore).
La storia (un giornalista che tende una tranello ad un pubblico ministero, per mostrare a tutti che si tratta di un prevaricatore) è bella, ma la sceneggiatura troppo schematica dello stesso Hyams, non diffonde a dovere la tensione. La regia appare assai trascurata, tutto al contrario del film originale. In questo senso, non mancano scene girate in ambienti dalle tinte così fosche, che appare arduo motivare.
Il cast lavora molto bene (specialmente la giovane Amber Tamblyn), ma il regista non sa che pesci pigliare. Spreca così l'interpretazione di un grande Michael Douglas, che affronta con professionalità uno de quei ruoli da malvagi mefistofelici, che sono il suo forte. Poco altro resta da dire su questo remake, che presentiamo solo perché ci offre l'estro di ricordare con forza il film di Lang, interpretato -oltre che da Dana Andrews- dalla grande Joan Fontaine. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X (ACEPRENSA)
Julie&Julia
14/11/2009. Regista: Nora Ephron. Sceneggiatura: Nora Ephron. Interpreti: Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci. 123 min. USA. 2009. Giovani-adulti. (SD)
La storia è tratta da due libri: uno scritto da Julia Child (1912-2004), chef statunitense che -dopo aver studiato cucina francese a Parigi ed aver pubblicato un celebre libro di ricette nel 1961- si è trasformata in una popolare protagonista della tv; l’altro libro è opera di Julie Powell, nata nel 1973 in Texas e trasferitasi a New York dal 2002, che inizia a scrivere un blog -poi trasformato in libro di successo- su esperienze culinarie utilizzando le ricette del libro di Julia Child.
La regista Nora Ephron (C’è post@ per te, Insonnia d’amore) ha potuto far leva su due attrici sensazionali, ma il modo di inserirle nella trama delle vite delle due donne, che hanno quasi cinquant'anni di differenza, non regge molto. D’altra parte, se il personaggio di Streep è decisamente sovraeccitato (grida, troppa gestualità e mosse, alcune volgarità difficili da capire), quello di Amy Adams appare insipido (pur essendo bravissima attrice, il personaggio risulta incolore, quasi piatto). Anche Stanley Tucci è un superbo attore, ma il personaggio che interpreta, un diplomatico, non è ben costruito. Anzi, propende alla farsa.
Malgrado l’ambientazione eccellente e la regia curata, Ephron non capta -neanche a farlo apposta- l’anima della storia. E cioè: la cucina è arte e cultura, ed è capace di mettere in gioco tutta la persona, fino a renderla capace di una forma di amore oblativo: donarsi agli altri.
È facile immaginare che questa storia, nelle mani di un regista più autorevole, avrebbe dato vita ad un grande film. Ciò che resta è simpatico e divertente, ma talvolta reiterativo, sentimentale e banale. In materia di cucina, i capolavori sono sempre quelli: un magistrale Il pranzo di Babette e l’incantevole Ricette d’amore. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
La storia è tratta da due libri: uno scritto da Julia Child (1912-2004), chef statunitense che -dopo aver studiato cucina francese a Parigi ed aver pubblicato un celebre libro di ricette nel 1961- si è trasformata in una popolare protagonista della tv; l’altro libro è opera di Julie Powell, nata nel 1973 in Texas e trasferitasi a New York dal 2002, che inizia a scrivere un blog -poi trasformato in libro di successo- su esperienze culinarie utilizzando le ricette del libro di Julia Child.
La regista Nora Ephron (C’è post@ per te, Insonnia d’amore) ha potuto far leva su due attrici sensazionali, ma il modo di inserirle nella trama delle vite delle due donne, che hanno quasi cinquant'anni di differenza, non regge molto. D’altra parte, se il personaggio di Streep è decisamente sovraeccitato (grida, troppa gestualità e mosse, alcune volgarità difficili da capire), quello di Amy Adams appare insipido (pur essendo bravissima attrice, il personaggio risulta incolore, quasi piatto). Anche Stanley Tucci è un superbo attore, ma il personaggio che interpreta, un diplomatico, non è ben costruito. Anzi, propende alla farsa.
Malgrado l’ambientazione eccellente e la regia curata, Ephron non capta -neanche a farlo apposta- l’anima della storia. E cioè: la cucina è arte e cultura, ed è capace di mettere in gioco tutta la persona, fino a renderla capace di una forma di amore oblativo: donarsi agli altri.
È facile immaginare che questa storia, nelle mani di un regista più autorevole, avrebbe dato vita ad un grande film. Ciò che resta è simpatico e divertente, ma talvolta reiterativo, sentimentale e banale. In materia di cucina, i capolavori sono sempre quelli: un magistrale Il pranzo di Babette e l’incantevole Ricette d’amore. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Gli abbracci spezzati
14/11/2009. Regista: Pedro Almodóvar. Sceneggiatura: Pedro Almodóvar. Interpreti: Lluís Homar, Penélope Cruz, Blanca Portillo, José Luis Gómez, Rubén Ochandiano, Tamar Novas. Spagna. 2009. Adulti. (XD)
Il diciassettesimo film di Pedro Almodóvar è anche il più costoso: dodici milioni di euro. Per girarlo, ha impiegato quindici settimane di riprese, tra Madrid e le Canarie. Malgrado questo dispendio di mezzi, non ci pare il suo miglior film, anche se resta pregevole.
La storia percorre due periodi diversi della vita di Mateo Blanco, regista di cinema: il presente attuale e gli anni Novanta. Adesso è un uomo cieco, che scrive sceneggiature sotto lo pseudonimo di Harry Caine; in passato, era un regista capace di girare una bella commedia, interpretata dall’amore della sua vita, l’attrice e prostituta occasionale Lena. Sempre accanto al protagonista c'è Judith, direttrice di produzione, nonché suo indispensabile angelo custode. Come antagonista, Ernesto Martel, un imprenditore che fa il produttore e che ama la stessa donna del regista: l’affascinante e fatale Lena. Intorno a questo conflitto di passioni, Almodóvar ha tessuto un insieme di disamori, gelosie, segreti, rancori, che sfociano in una tragedia non impermeabile alla speranza.
Almodóvar, abbandonando il tradizionale disinteresse per i personaggi maschili, affronta ora una storia che, proprio dai ruoli virili, trae gran parte della sua forza drammatica. Come sempre si verifica nei film del regista iberico, esistono diversi livelli di lettura o nuclei, intorno ai quali girano le trame. Uno di questi, forse il principale, è metalinguistico: il cinema, inteso come catarsi o redenzione. Il personaggio di Mateo, cieco e depresso per il tragico passato, trova nella creazione cinematografica -specialmente nella sala di montaggio- la possibilità di chiudere ferite ancora aperte, superando le precedenti sventure: “Anche se io non ci vedo, i film devono essere ben rifiniti”, dice il protagonista. Inoltre, Almodóvar allude a sé stesso, nella commedia spropositata che lo ha reso famoso e che appare nel finale, quando vediamo qual è il film, girato proprio da Mateo. Per molti spettatori questo costituirà, senza dubbio, il pregio migliore di Abbracci spezzati.
D’altra parte, Almodóvar torna a toccare la questione dell'assenza del padre. Il momento più duro del film è quando ci mostra il padre di Lena, malato di cancro terminale. Ma la ricerca inconclusa del padre, in Tutto su mia madre, culmina qui con successo, ricomponendo un vincolo tra padre e figlio, anche se manca sempre un riferimento di famiglia valido. Come al solito, i personaggi di Almodóvar sono celibi o divorziati, dai rapporti atipici (in questo caso, per esempio, Judit racconta di aver avuto un amante gay; Mateo va a letto con una donna, solo perché lo ha aiutato ad attraversare la strada; o il figlio di Martel, innamorato di quel Mateo che, tra l'altro, ha il doppio della sua età).
Il tema caro al regista, dell’amore e del desiderio, torna qui a ripresentarsi. Vi si declinano diversi tipi di amore: il possessivo, malaticcio e distruttivo, incarnato da Martel; l’amore della madre celibe -cioè, l’amore che si mantiene in un'intimità esclusiva, non condiviso-, da sempre l’amore preferito da Almodóvar; il più durevole, nel film rappresentato da Judith, e l’amore passionale, che unisce Mateo a Lena e che rappresenta l’oggetto del desiderio. Lena ricorda molti personaggi di film, alla stregua di quello incarnato dalla stessa Penélope Cruz in Lezioni di amore, o di tante donne che si dibattono tra l’amore ossessivo di un uomo potente e l’amore sincero di un perdente (Moulin Roge, Titanic, La niña dei tuoi sogni).
Un tema che non era stato mai troppo presente nel cinema di Almodóvar, accennato per la prima volta in Volver (Tornare) e che adesso prende forza, è quello della coscienza della colpa. Come per il Woody Allen arrivato alla maturità, compare nel cinema del regista iberico il peso del male, dominante nella coscienza del presente. Judith è schiacciata da un segreto colpevole, e in minor misura, anche il figlio di Martel. Ma gli offesi sanno perdonare e, in tal senso il tono del film, malgrado le sue tinte tragiche, non è negativo, né carico di rancore verso la vita. L’ultima parola c’è l’ha, in certo qual modo, la gioia di essere vivi e il superamento degli errori del passato.
La recitazione è buona. Sorprende un Lluis Homar, che sembra da sempre un “attore di Almodóvar”. Penelope recita molto bene ed è oggetto delle più raffinate attenzioni, da parte della fotografia, dei costumi e del maquillage. Sono davvero bravi anche Blanca Portillo e José Luis Gómez, così come i giovani Ruben Ochandiano e Tamar Novas.
Ciò malgrado, si resta davanti ad un film minore di Almodóvar, meno ricco nello sviluppo degli argomenti, più irregolare nel ritmo e nella forza della messa in scena, nonché molto più erratico nelle proposte, meno forti e nitide che nei precedenti. Da Gli abbracci spezzati emerge puntualmente la lucidità dell'autore, ma questo non basta a far fluire il film attraverso i canali di quel talento, che pure il regista iberico ha dimostrato talvolta di possedere. Juan Orellana. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti X, D (ACEPRENSA)
Il diciassettesimo film di Pedro Almodóvar è anche il più costoso: dodici milioni di euro. Per girarlo, ha impiegato quindici settimane di riprese, tra Madrid e le Canarie. Malgrado questo dispendio di mezzi, non ci pare il suo miglior film, anche se resta pregevole.
La storia percorre due periodi diversi della vita di Mateo Blanco, regista di cinema: il presente attuale e gli anni Novanta. Adesso è un uomo cieco, che scrive sceneggiature sotto lo pseudonimo di Harry Caine; in passato, era un regista capace di girare una bella commedia, interpretata dall’amore della sua vita, l’attrice e prostituta occasionale Lena. Sempre accanto al protagonista c'è Judith, direttrice di produzione, nonché suo indispensabile angelo custode. Come antagonista, Ernesto Martel, un imprenditore che fa il produttore e che ama la stessa donna del regista: l’affascinante e fatale Lena. Intorno a questo conflitto di passioni, Almodóvar ha tessuto un insieme di disamori, gelosie, segreti, rancori, che sfociano in una tragedia non impermeabile alla speranza.
Almodóvar, abbandonando il tradizionale disinteresse per i personaggi maschili, affronta ora una storia che, proprio dai ruoli virili, trae gran parte della sua forza drammatica. Come sempre si verifica nei film del regista iberico, esistono diversi livelli di lettura o nuclei, intorno ai quali girano le trame. Uno di questi, forse il principale, è metalinguistico: il cinema, inteso come catarsi o redenzione. Il personaggio di Mateo, cieco e depresso per il tragico passato, trova nella creazione cinematografica -specialmente nella sala di montaggio- la possibilità di chiudere ferite ancora aperte, superando le precedenti sventure: “Anche se io non ci vedo, i film devono essere ben rifiniti”, dice il protagonista. Inoltre, Almodóvar allude a sé stesso, nella commedia spropositata che lo ha reso famoso e che appare nel finale, quando vediamo qual è il film, girato proprio da Mateo. Per molti spettatori questo costituirà, senza dubbio, il pregio migliore di Abbracci spezzati.
D’altra parte, Almodóvar torna a toccare la questione dell'assenza del padre. Il momento più duro del film è quando ci mostra il padre di Lena, malato di cancro terminale. Ma la ricerca inconclusa del padre, in Tutto su mia madre, culmina qui con successo, ricomponendo un vincolo tra padre e figlio, anche se manca sempre un riferimento di famiglia valido. Come al solito, i personaggi di Almodóvar sono celibi o divorziati, dai rapporti atipici (in questo caso, per esempio, Judit racconta di aver avuto un amante gay; Mateo va a letto con una donna, solo perché lo ha aiutato ad attraversare la strada; o il figlio di Martel, innamorato di quel Mateo che, tra l'altro, ha il doppio della sua età).
Il tema caro al regista, dell’amore e del desiderio, torna qui a ripresentarsi. Vi si declinano diversi tipi di amore: il possessivo, malaticcio e distruttivo, incarnato da Martel; l’amore della madre celibe -cioè, l’amore che si mantiene in un'intimità esclusiva, non condiviso-, da sempre l’amore preferito da Almodóvar; il più durevole, nel film rappresentato da Judith, e l’amore passionale, che unisce Mateo a Lena e che rappresenta l’oggetto del desiderio. Lena ricorda molti personaggi di film, alla stregua di quello incarnato dalla stessa Penélope Cruz in Lezioni di amore, o di tante donne che si dibattono tra l’amore ossessivo di un uomo potente e l’amore sincero di un perdente (Moulin Roge, Titanic, La niña dei tuoi sogni).
Un tema che non era stato mai troppo presente nel cinema di Almodóvar, accennato per la prima volta in Volver (Tornare) e che adesso prende forza, è quello della coscienza della colpa. Come per il Woody Allen arrivato alla maturità, compare nel cinema del regista iberico il peso del male, dominante nella coscienza del presente. Judith è schiacciata da un segreto colpevole, e in minor misura, anche il figlio di Martel. Ma gli offesi sanno perdonare e, in tal senso il tono del film, malgrado le sue tinte tragiche, non è negativo, né carico di rancore verso la vita. L’ultima parola c’è l’ha, in certo qual modo, la gioia di essere vivi e il superamento degli errori del passato.
La recitazione è buona. Sorprende un Lluis Homar, che sembra da sempre un “attore di Almodóvar”. Penelope recita molto bene ed è oggetto delle più raffinate attenzioni, da parte della fotografia, dei costumi e del maquillage. Sono davvero bravi anche Blanca Portillo e José Luis Gómez, così come i giovani Ruben Ochandiano e Tamar Novas.
Ciò malgrado, si resta davanti ad un film minore di Almodóvar, meno ricco nello sviluppo degli argomenti, più irregolare nel ritmo e nella forza della messa in scena, nonché molto più erratico nelle proposte, meno forti e nitide che nei precedenti. Da Gli abbracci spezzati emerge puntualmente la lucidità dell'autore, ma questo non basta a far fluire il film attraverso i canali di quel talento, che pure il regista iberico ha dimostrato talvolta di possedere. Juan Orellana. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti X, D (ACEPRENSA)
Up
24/10/2009. Regista: Bob Peterson, Pete Docter. Sceneggiatura: Pete Docter, Bob Peterson, Thomas McCarthy. Animazione. 96 min. USA. 2009. Tutti.
Da quando è rimasto vedovo, l’anziano Carl Fredericksen sopporta con maggior difficoltà gli acciacchi dell'età. Molto innamorato dalla defunta moglie Ellie, gli duole di non aver adempiuto il comune sogno d’infanzia: un viaggio pieno d'avventure. Adesso, questo sogno sembra ormai tramontato. Per di più, la bella casetta che era il loro focolare, è adesso un isolotto circondato da gru, che innalzano imponenti grattacieli. Quando, per ordine del giudice, Carl sta per essere internato in un ospizio per anziani, ecco che organizza un piano incredibile: con una nuvola di palloncini sradica la propria casa dalle fondamenta di cemento e intraprende un volo verso il Sudamerica. Non sa però, che a bordo c'è un clandestino: Russell, un ragazzino boy-scout.
La chiave di questo gioiello di cartone animato della Pixar è data dalla qualità della storia e dal senso artistico dell’animazione. Ai due veterani della Pixar, Pete Docter e Bob Peterson, si aggiunge un terzo protagonista a sorpresa: l’attore e regista Thomas McCarthy (The Station Agent, L’ospite inatteso). Il risultato è un film autentico e profondo, che dà vita alla prima storia d’amore significativa, per i film della Pixar. C’era amore tra i robot, tra le auto di Cars, o tra lo sguattero e la cuoca di Ratatouille, ma niente di paragonabile all’amore di Carl ed Ellie. Come viene raccontata, quasi senza parole, la loro vita in comune, il dolore di non aver potuto avere figli, la felicità nelle situazioni ordinarie e l’eco nel situare lo spettatore nella vicenda… tutto risulta commovente, a sostegno dell’idea che non c’è niente di paragonabile alle avventure della vita quotidiana, spesso più preziose di quelle di solito definite: “straordinarie”. Inoltre, c’è il rapporto tra Carl e Russell, capace di arricchire entrambi, perché il primo trova quel figlio che mai aveva potuto avere, mentre l’altro vede estinguersi il vuoto affettivo lasciato dal padre divorziato.
Inoltre, c’è molto senso dello humour, un ritmo di azione coinvolgente ed emozioni senza limiti, tutto favorito dalla casa volante e da un dirigibile, chiara allusione al film di Hayao Miyazaki: Il castello errante di Howl. Anche l’originale disegno dei personaggi -dalla testa grande-, ricorda alcuni personaggi creati dal regista giapponese. La sapiente combinazione di vari elementi orienta il film a soddisfare ogni genere di pubblico: bambini, giovani in cerca di emozioni forti, nonni, genitori. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: --- (ACEPRENSA)
Da quando è rimasto vedovo, l’anziano Carl Fredericksen sopporta con maggior difficoltà gli acciacchi dell'età. Molto innamorato dalla defunta moglie Ellie, gli duole di non aver adempiuto il comune sogno d’infanzia: un viaggio pieno d'avventure. Adesso, questo sogno sembra ormai tramontato. Per di più, la bella casetta che era il loro focolare, è adesso un isolotto circondato da gru, che innalzano imponenti grattacieli. Quando, per ordine del giudice, Carl sta per essere internato in un ospizio per anziani, ecco che organizza un piano incredibile: con una nuvola di palloncini sradica la propria casa dalle fondamenta di cemento e intraprende un volo verso il Sudamerica. Non sa però, che a bordo c'è un clandestino: Russell, un ragazzino boy-scout.
La chiave di questo gioiello di cartone animato della Pixar è data dalla qualità della storia e dal senso artistico dell’animazione. Ai due veterani della Pixar, Pete Docter e Bob Peterson, si aggiunge un terzo protagonista a sorpresa: l’attore e regista Thomas McCarthy (The Station Agent, L’ospite inatteso). Il risultato è un film autentico e profondo, che dà vita alla prima storia d’amore significativa, per i film della Pixar. C’era amore tra i robot, tra le auto di Cars, o tra lo sguattero e la cuoca di Ratatouille, ma niente di paragonabile all’amore di Carl ed Ellie. Come viene raccontata, quasi senza parole, la loro vita in comune, il dolore di non aver potuto avere figli, la felicità nelle situazioni ordinarie e l’eco nel situare lo spettatore nella vicenda… tutto risulta commovente, a sostegno dell’idea che non c’è niente di paragonabile alle avventure della vita quotidiana, spesso più preziose di quelle di solito definite: “straordinarie”. Inoltre, c’è il rapporto tra Carl e Russell, capace di arricchire entrambi, perché il primo trova quel figlio che mai aveva potuto avere, mentre l’altro vede estinguersi il vuoto affettivo lasciato dal padre divorziato.
Inoltre, c’è molto senso dello humour, un ritmo di azione coinvolgente ed emozioni senza limiti, tutto favorito dalla casa volante e da un dirigibile, chiara allusione al film di Hayao Miyazaki: Il castello errante di Howl. Anche l’originale disegno dei personaggi -dalla testa grande-, ricorda alcuni personaggi creati dal regista giapponese. La sapiente combinazione di vari elementi orienta il film a soddisfare ogni genere di pubblico: bambini, giovani in cerca di emozioni forti, nonni, genitori. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti. Contenuti: --- (ACEPRENSA)
Bastardi senza gloria
24/10/2009. Regista: Quentin Tarantino. Sceneggiatura: Quentin Tarantino. Interpreti: Brad Pitt, Diane Kruger, Mélanie Laurent, Christoph Waltz, Michael Fassbender, Daniel Brühl. 153 min. USA. 2009. Adulti. (VXD)
Con un cocktail di cinefilia, dialoghi scintillanti, violenza brutale e humour macabro, a Quentin Tarantino è riuscito a girare un film capolavoro, -Pulp Fiction-, ed anche alcune scene memorabili in Le iene – Cani da rapina, Jackie Brown, la saga Kill Bill… Il cineasta di Tennessee ha clamorosamente fallito soltanto in A prova di morte, sanguinoso festival di squartamenti e scemenze assortite. Eccolo ora riprendere il suo standard con Bastardi senza gloria, squilibrata ma divertente commedia bellica dagli echi classici, sulla scorta di film come Quella sporca dozzina (Robert Aldrich, 1967) o I guerrieri (Brian G. Hutton, 1970).
A partire dalla splendida sequenza iniziale -tributo ai western-spaghetti di Leone e Castellari-, il copione e la cinepresa rimangono catturati dal ruolo del “cattivo”: il colonnello Hans Landa, nazista intelligente e machiavellico, chiamato “l’ammazza-ebrei” nella Francia occupata: ci troviamo nel 1940. Mentre Landa ne massacra la famiglia, la giovane Shosanna Dreyfus -sfuggita per il rotto della cuffia- si stabilisce a Parigi, dove dirige una vecchia sala da cinema. La vendetta unirà i destini della giovane e del commando di ebrei statunitensi, specializzata nell'eliminare nazisti, senza pietà.
Di nuovo, Tarantino calca la mano in una rapida sequenza erotica e in alcune brutalità, che obbliga il normale spettatore a distogliere lo sguardo dallo schermo. Ma si tratta di sequenze istantanee, rese più soft da un grottesco senso dello humour. D’altra parte il film, piuttosto leggero e superficiale, perde continuità per il carattere episodico della sceneggiatura e il dilungarsi di alcune scene poco significative, che Tarantino avrebbe dovuto tagliare nel montaggio.
Ma al di là dei difetti fin qui denunciati, s’impone il sensazionale lavoro di tutti gli attori, specialmente di un divertente Brad Pitt e dell'austriaco Christoph Waltz, giustamente premiato al Festival di Cannes 2009. Questa potenza di recitazione degli attori si apprezza specialmente in alcune sequenze memorabili, dove Tarantino si conferma maestro del suspense, della commedia e della messa in scena. Sotto questi aspetti, confeziona un prodotto di alta qualità, con misurata combinazione di pianificazione e montaggio. Una vera rarità, tra i registi della sua generazione. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X, D (ACEPRENSA)
Con un cocktail di cinefilia, dialoghi scintillanti, violenza brutale e humour macabro, a Quentin Tarantino è riuscito a girare un film capolavoro, -Pulp Fiction-, ed anche alcune scene memorabili in Le iene – Cani da rapina, Jackie Brown, la saga Kill Bill… Il cineasta di Tennessee ha clamorosamente fallito soltanto in A prova di morte, sanguinoso festival di squartamenti e scemenze assortite. Eccolo ora riprendere il suo standard con Bastardi senza gloria, squilibrata ma divertente commedia bellica dagli echi classici, sulla scorta di film come Quella sporca dozzina (Robert Aldrich, 1967) o I guerrieri (Brian G. Hutton, 1970).
A partire dalla splendida sequenza iniziale -tributo ai western-spaghetti di Leone e Castellari-, il copione e la cinepresa rimangono catturati dal ruolo del “cattivo”: il colonnello Hans Landa, nazista intelligente e machiavellico, chiamato “l’ammazza-ebrei” nella Francia occupata: ci troviamo nel 1940. Mentre Landa ne massacra la famiglia, la giovane Shosanna Dreyfus -sfuggita per il rotto della cuffia- si stabilisce a Parigi, dove dirige una vecchia sala da cinema. La vendetta unirà i destini della giovane e del commando di ebrei statunitensi, specializzata nell'eliminare nazisti, senza pietà.
Di nuovo, Tarantino calca la mano in una rapida sequenza erotica e in alcune brutalità, che obbliga il normale spettatore a distogliere lo sguardo dallo schermo. Ma si tratta di sequenze istantanee, rese più soft da un grottesco senso dello humour. D’altra parte il film, piuttosto leggero e superficiale, perde continuità per il carattere episodico della sceneggiatura e il dilungarsi di alcune scene poco significative, che Tarantino avrebbe dovuto tagliare nel montaggio.
Ma al di là dei difetti fin qui denunciati, s’impone il sensazionale lavoro di tutti gli attori, specialmente di un divertente Brad Pitt e dell'austriaco Christoph Waltz, giustamente premiato al Festival di Cannes 2009. Questa potenza di recitazione degli attori si apprezza specialmente in alcune sequenze memorabili, dove Tarantino si conferma maestro del suspense, della commedia e della messa in scena. Sotto questi aspetti, confeziona un prodotto di alta qualità, con misurata combinazione di pianificazione e montaggio. Una vera rarità, tra i registi della sua generazione. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X, D (ACEPRENSA)
Basta che funzioni
24/10/2009. Regista: Woody Allen. Sceneggiatura: Woody Allen. Interpreti: Ed Begley Jr., Patricia Clarkson, Larry David, Conleth Hill, Michael McKean, Evan Rachel Wood. 92 min. USA. 2009. Adulti. (D)
Boris, un tipo già un po' avanti negli anni, professore di fisica in pensione, a suo tempo potenziale premio Nobel, divorziato, suicida mancato, è dotato di incredibile loquela nell'esprimere la propria visione disincantata della vita. Per lui, la stragrande maggioranza degli esseri umani sono semplici vermi, molto al disotto del proprio livello. Una notte aiuta Melodie, una ragazzina del Sud degli Stati Uniti, fuggita dalla famiglia tradizionalista ed arrivata a New York. La ragazza si stabilisce in casa di lui, anche se Boris -sulle prime- la guarda dall’alto in basso, la trova poco carina e non troppo intelligente. Ma durante la convivenza, nasce una storia sentimentale tra loro che cresce fino ad arrivare ad un legame sempre più stabile e serio. Un giorno, inaspettatamente, irrompe nel loro ménage la madre di lei.
Il Woody Allen di sempre. Buon narratore di storie, abile in alcuni trovate -il protagonista che parla davanti alla cinepresa in alcuni momenti, sia all’inizio che nel finale-, divertente… ma anche cinico e senza speranza, fluttuante tra l’amore e il disamore, la felicità e l’infelicità, il senso della vita e la religione. Se qualcosa cambia nello sguardo di Allen è l'incipiente vecchiaia del protagonista: Boris, interpretato da Larry David, comico affermatosi a partire da Sitcom Seinfeld, che qui diventa l’alter ego di Woody Allen, con innegabili parallelismi autobiografici.
Uno psicoanalista potrebbe parlare di narcisismo e di tentativi di alibi, da parte di Allen, per giustificare la propria condotta reale, al momento di fare un bilancio nell'autunno della propria vita. E cerca di trarsi d'impaccio con la massima da cui trae il titolo il film e che il protagonista ripete in continuazione: “basta che funzioni”… Altrimenti detto: qualsiasi decisione si prenda in questa vita può definirsi corretta, nella misura in cui consenta di raggiungere una certa tranquillità, pace, equilibrio… anche se niente garantisce che i rapporti o gli impegni nati da tale decisione dureranno in eterno. Perciò Allen si diverte a rigirare le vite dei diversi protagonisti del film, per prendere in giro il razionalismo di Boris, sfociando infine nell'irrazionalità del mero caso.
Comunque sia, è significativo che -pur di rompere gli schemi- il suo “basta che funzioni” sembra adattarsi anche ad un rapporto omosessuale e ad un ménage-a-trois, negandone peraltro l'applicabilità al cristianesimo conservatore dei personaggi originari del Sud degli States, che Allen mette in ridicolo, dipingendoli come gente arretrata, ferma ad uno stadio mentale infantile e frustrante. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: D (ACEPRENSA)
Boris, un tipo già un po' avanti negli anni, professore di fisica in pensione, a suo tempo potenziale premio Nobel, divorziato, suicida mancato, è dotato di incredibile loquela nell'esprimere la propria visione disincantata della vita. Per lui, la stragrande maggioranza degli esseri umani sono semplici vermi, molto al disotto del proprio livello. Una notte aiuta Melodie, una ragazzina del Sud degli Stati Uniti, fuggita dalla famiglia tradizionalista ed arrivata a New York. La ragazza si stabilisce in casa di lui, anche se Boris -sulle prime- la guarda dall’alto in basso, la trova poco carina e non troppo intelligente. Ma durante la convivenza, nasce una storia sentimentale tra loro che cresce fino ad arrivare ad un legame sempre più stabile e serio. Un giorno, inaspettatamente, irrompe nel loro ménage la madre di lei.
Il Woody Allen di sempre. Buon narratore di storie, abile in alcuni trovate -il protagonista che parla davanti alla cinepresa in alcuni momenti, sia all’inizio che nel finale-, divertente… ma anche cinico e senza speranza, fluttuante tra l’amore e il disamore, la felicità e l’infelicità, il senso della vita e la religione. Se qualcosa cambia nello sguardo di Allen è l'incipiente vecchiaia del protagonista: Boris, interpretato da Larry David, comico affermatosi a partire da Sitcom Seinfeld, che qui diventa l’alter ego di Woody Allen, con innegabili parallelismi autobiografici.
Uno psicoanalista potrebbe parlare di narcisismo e di tentativi di alibi, da parte di Allen, per giustificare la propria condotta reale, al momento di fare un bilancio nell'autunno della propria vita. E cerca di trarsi d'impaccio con la massima da cui trae il titolo il film e che il protagonista ripete in continuazione: “basta che funzioni”… Altrimenti detto: qualsiasi decisione si prenda in questa vita può definirsi corretta, nella misura in cui consenta di raggiungere una certa tranquillità, pace, equilibrio… anche se niente garantisce che i rapporti o gli impegni nati da tale decisione dureranno in eterno. Perciò Allen si diverte a rigirare le vite dei diversi protagonisti del film, per prendere in giro il razionalismo di Boris, sfociando infine nell'irrazionalità del mero caso.
Comunque sia, è significativo che -pur di rompere gli schemi- il suo “basta che funzioni” sembra adattarsi anche ad un rapporto omosessuale e ad un ménage-a-trois, negandone peraltro l'applicabilità al cristianesimo conservatore dei personaggi originari del Sud degli States, che Allen mette in ridicolo, dipingendoli come gente arretrata, ferma ad uno stadio mentale infantile e frustrante. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: D (ACEPRENSA)
G-Force: superspie in missione
24/10/2009. Regista: Hoyt Yeatman. Sceneggiatura: Cormac Wibberley, Marianne Wibberley, Ted Elliott, Terry Rossio, Tim Firth. 88 min. USA. 2009. Tutti.
G-Force rappresenta una simpatica parodia dei film d'azione, che racconta la storia della singolare squadra di agenti segreti, composta da tre porcellini d’India e una talpa. L’azione inizia quando il celebrato FBI è in procinto di sopprimere questa unità speciale; e proprio nel momento in cui i suoi componenti sono gli unici a sapere che c’è un piano diabolico per distruggere il mondo.
Non è il miglior film di Disney, né la miglior produzione di Bruckheimer. Si tratta solo di una farsa, amabile e familiare, destinata ai bambini. La trama s’ispira e allude ad altre note pellicole, come Alvin, Bolt o Transformers; vanta vari effetti speciali e moltissima azione, che non deluderanno certo i più piccini, ed include l’abituale messaggio di cameratismo, di slancio nel superare i propri limiti, e di fiducia in se stessi.
A parziale riscatto della scarsa originalità, risulta molto accurata la rifinitura tecnica ed il fatto che il film sia stato girato in 3D, con molti inseguimenti, voli, colpi di scena e capitomboli. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
Pubblico: Tutti (ACEPRENSA)
G-Force rappresenta una simpatica parodia dei film d'azione, che racconta la storia della singolare squadra di agenti segreti, composta da tre porcellini d’India e una talpa. L’azione inizia quando il celebrato FBI è in procinto di sopprimere questa unità speciale; e proprio nel momento in cui i suoi componenti sono gli unici a sapere che c’è un piano diabolico per distruggere il mondo.
Non è il miglior film di Disney, né la miglior produzione di Bruckheimer. Si tratta solo di una farsa, amabile e familiare, destinata ai bambini. La trama s’ispira e allude ad altre note pellicole, come Alvin, Bolt o Transformers; vanta vari effetti speciali e moltissima azione, che non deluderanno certo i più piccini, ed include l’abituale messaggio di cameratismo, di slancio nel superare i propri limiti, e di fiducia in se stessi.
A parziale riscatto della scarsa originalità, risulta molto accurata la rifinitura tecnica ed il fatto che il film sia stato girato in 3D, con molti inseguimenti, voli, colpi di scena e capitomboli. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
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