14/2/2009. Regista: Ron Howard. Sceneggiatura: Peter Morgan. Interpreti: Michael Sheen, Frank Langella, Kevin Bacon, Rebecca Hall, Toby Jones. 122 min. USA. 2008. Giovani. (D)
Lo sceneggiatore e autore teatrale Peter Morgan ama affrontare la vita di persone reali, come già in L’ultimo re di Scozia (il dittatore Idi Amin), The Queen (Elisabetta II e Tony Blair) e L’altra donna del re (Enrico VIII e le sorelle Bolena). Tutte storie in cui si trova un mix di autenticità e interesse drammatico. La fine di Nixon, nel 1974, per lo scandalo Watergate e le interviste televisive a David Frost tre anni dopo, gli sono servite d’ispirazione a un'opera teatrale -Frank Angella e Michael Sheen protagonisti- che ha riscosso grande successo sulle scene di Londra e Broadway. L’adattamento in celluloide -con gli stessi attori- è cinema politico di livello, anche se con inevitabili semplificazioni, sulla stessa linea di Good nigth, and good luck.
La trama viene esposta da Ron Howard (Cinderella man) quasi come su un incontro di pugilato. Sul ring televisivo ecco un Richard Nixon frustrato, dopo il ritiro dal potere e l'appannamento dei propri successi presidenziali a seguito del Watergate; ha bisogno di un'operazione di chirurgia estetica, davanti all’opinione pubblica, che spera di ottenere dall'intervista. E non da un intervistatore qualsiasi, bensì da un aspirante al titolo di super showman della TV, David Frost, reduce dai successi in Gran Bretagna e Australia. Anche se si tratta di un personaggio frivolo, come risaputo.
C’è un momento nel film dove si ha la sensazione di vedere al solito, con buoni attori e una stupenda ricostruzione dell’epoca, tutta l’atmosfera che Hollywood sa offrire alle tipiche mega-produzioni. Acuendo più il disagio provocato da Frost, piuttosto di quello dei difensori di Nixon, pur cercando l'equilibrio tra i due. L’ex-presidente non è naturalmente simpatico, dice parolacce, ammette pratiche non proprio adamantine. Ma ha avuto successo politico, ama il proprio paese, vanta convinzioni, è un avversario temibile. Frost appare audace, assumendosi la sfida di quell’intervista, ed è simpatico al pubblico. Tuttavia mette in mostra l’insicurezza del superficiale, avverte la sfiducia altrui, è mondano e non prepara le interviste con la professionalità che dovrebbe.
E all’improvviso…Ecco che arriva un colpo di scena elettrizzante, la parte migliore del film, che anticipa in modo magistrale i passaggi rivelatori delle interviste. Ne nasce un’imprevedibile intesa tra Nixon e Frost. Non sono poi così diversi, come poteva sembrare all'inizio. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. (ACEPRENSA)
Il curioso caso di Benjamin Button
14/2/2009. Regista: David Fincher. Sceneggiatura: Eric Roth. Interpreti: Brad Pitt, Cate Blanchett, Taraji P. Henson, Tilda Swinton, Julia Ormond, Eric West. 167 min. USA. 2008. Giovani-adulti. (SD)
Quasi novant'anni fa, F. Scott Fitzgerald scrisse una fantastoria che ha per protagonista Benjamin Button, l'uomo che un bel giorno, invece di invecchiare, prese a ringiovanire. Fitzgerald trasse l’idea del racconto da questa citazione di Mark Twain: “come sarebbe infinitamente più allegra la vita, se potessimo nascere ottantenni ed avviarci gradualmente verso i 18 anni”. La fantastica storia era già stato usata in diverse scenografie. Quella portata ora su grande schermo è opera di Eric Roth, veterano autore dei copioni di Forrest Gump, Insider o L’ombra del potere (The good sepherd), mentre la regia è di David Fincher. Dietro al film ci sono due grandi studi -Warner e Paramount- che si sono divise le spese (dicono oltre 250 milioni di dollari).
Il racconto di Fitzgerald è poco più di un divertissement, un capriccio, ma al contempo un gioiellino per concisione e per l'ironico sguardo su vita e morte. Non era semplice tradurlo in versione filmica, non solo per le difficoltà tecniche (risolte molto bene, anche se ad alto costo), ma anche perché -tra l’altro- lo spettatore sa quasi già come si snoderà la storia. Ciò malgrado, ci vorranno due ore e mezzo per arrivare alla fine. Il film parte bene, la prima ora è magnifica, tutto funziona come un orologio svizzero… Poi comincia a ripetersi, l’argomento sembra sempre più un teleromanzo, la voce in off comincia a infastidire, la verve della trovata fantasy va svanendo. Resta la voglia di veder ringiovanire Brad Pitt.
Il film aspira a 13 Oscar. Cifra eccessiva per un film ben realizzato, che sfoggia convincenti interpretazioni, un'attraente impostazione, riuscite riflessioni sul passar del tempo e lo snodarsi effimero della vita, ma estremamente ripetitivo e lungo. Ciò rivela un serio difetto di montaggio. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Quasi novant'anni fa, F. Scott Fitzgerald scrisse una fantastoria che ha per protagonista Benjamin Button, l'uomo che un bel giorno, invece di invecchiare, prese a ringiovanire. Fitzgerald trasse l’idea del racconto da questa citazione di Mark Twain: “come sarebbe infinitamente più allegra la vita, se potessimo nascere ottantenni ed avviarci gradualmente verso i 18 anni”. La fantastica storia era già stato usata in diverse scenografie. Quella portata ora su grande schermo è opera di Eric Roth, veterano autore dei copioni di Forrest Gump, Insider o L’ombra del potere (The good sepherd), mentre la regia è di David Fincher. Dietro al film ci sono due grandi studi -Warner e Paramount- che si sono divise le spese (dicono oltre 250 milioni di dollari).
Il racconto di Fitzgerald è poco più di un divertissement, un capriccio, ma al contempo un gioiellino per concisione e per l'ironico sguardo su vita e morte. Non era semplice tradurlo in versione filmica, non solo per le difficoltà tecniche (risolte molto bene, anche se ad alto costo), ma anche perché -tra l’altro- lo spettatore sa quasi già come si snoderà la storia. Ciò malgrado, ci vorranno due ore e mezzo per arrivare alla fine. Il film parte bene, la prima ora è magnifica, tutto funziona come un orologio svizzero… Poi comincia a ripetersi, l’argomento sembra sempre più un teleromanzo, la voce in off comincia a infastidire, la verve della trovata fantasy va svanendo. Resta la voglia di veder ringiovanire Brad Pitt.
Il film aspira a 13 Oscar. Cifra eccessiva per un film ben realizzato, che sfoggia convincenti interpretazioni, un'attraente impostazione, riuscite riflessioni sul passar del tempo e lo snodarsi effimero della vita, ma estremamente ripetitivo e lungo. Ciò rivela un serio difetto di montaggio. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Il dubbio
14/2/2009. Regista: John Patrick Shanley. Sceneggiatura: John Patrick Shanley. Interpreti: Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Viola Davis, Alice Drummon. 104 min. USA. 2008. Adulti.
Lo sceneggiatore e scrittore di New York John Patrick Shanley scrive e dirige Il dubbio, partendo dall'omonima pièce teatrale, vincitrice dei premi Pulitzer e Tony 2004. La trama si snoda a San Nicola, scuola cattolica del Bronx, quartiere dove è nato lo stesso cineasta. Una piccola comunità di suore dirige la scuola con un cappellano, il gioviale padre Flynn, interpretato in modo superbo da Philip Seymour Hoffman. La preside, Suor Aloysius (Meryl Streep) non va d’accordo col sacerdote, per lei troppo “moderno”. La pace si rompe quando suor Aloysius accusa il sacerdote di mantenere un rapporto illecito e immorale con un allievo negro. Sarà nell'innocente testimone Suor James (Amy Adams), che s’identificherà ben presto la coscienza dello spettatore.
Il film tocca tematiche note, come Quelle due di William Wyler (1962) o la più recente Espiazione di Joe Wright (2007): le conseguenze morali della calunnia, la diffamazione o la semplice mormorazione. Nel film, il conflitto acquista profili più problematici, perché in un contesto religioso. Ambientato deliberatamente negli anni del Vaticano II, il sacerdote rappresenta l’aria di novità, la ricerca di formule pastorali più vicine ai fedeli. Suor Aloysius incarna una visione molto più formalista e rigorista. Nel film vengono sottolineati a iosa la caratteristica rigidità e intransigenza di lei, mente il personaggio del sacerdote viene trattato con molta più generosità. Questa mancanza di equilibrio finisce per squilibrare il film.
Il film può funzionare solo grazie a una deliberata ambiguità idonea a inserire il dubbio anche nello spettatore, spinto a credere alla versione del sacerdote; ma solo perché è il personaggio più simpatico con cui identificarsi. Comunque, il personaggio più interessante è quello rappresentato da Suor James. Lei incarna l’innocenza, la giustizia e la misericordia. Il film, non a caso, finisce col canto dell’Ubi caritas: la carità resta al di sopra delle altre virtù.
Il regista insinua, in modo discreto, gli argomenti oggi a tema: Chiesa e omosessualità, pedofilia clericale, donna e gerarchia ecclesiastica; ma prende anche le distanze dalla demagogia e da certo manicheismo alla moda. Insomma, un film molto interessante. Se appare certamente teatrale e imperfetto, ha anche la grande virtù di non scadere nello scandalistico, facile epilogo per una tale vicenda. Juan Orellana. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti (ACEPRENSA)
Lo sceneggiatore e scrittore di New York John Patrick Shanley scrive e dirige Il dubbio, partendo dall'omonima pièce teatrale, vincitrice dei premi Pulitzer e Tony 2004. La trama si snoda a San Nicola, scuola cattolica del Bronx, quartiere dove è nato lo stesso cineasta. Una piccola comunità di suore dirige la scuola con un cappellano, il gioviale padre Flynn, interpretato in modo superbo da Philip Seymour Hoffman. La preside, Suor Aloysius (Meryl Streep) non va d’accordo col sacerdote, per lei troppo “moderno”. La pace si rompe quando suor Aloysius accusa il sacerdote di mantenere un rapporto illecito e immorale con un allievo negro. Sarà nell'innocente testimone Suor James (Amy Adams), che s’identificherà ben presto la coscienza dello spettatore.
Il film tocca tematiche note, come Quelle due di William Wyler (1962) o la più recente Espiazione di Joe Wright (2007): le conseguenze morali della calunnia, la diffamazione o la semplice mormorazione. Nel film, il conflitto acquista profili più problematici, perché in un contesto religioso. Ambientato deliberatamente negli anni del Vaticano II, il sacerdote rappresenta l’aria di novità, la ricerca di formule pastorali più vicine ai fedeli. Suor Aloysius incarna una visione molto più formalista e rigorista. Nel film vengono sottolineati a iosa la caratteristica rigidità e intransigenza di lei, mente il personaggio del sacerdote viene trattato con molta più generosità. Questa mancanza di equilibrio finisce per squilibrare il film.
Il film può funzionare solo grazie a una deliberata ambiguità idonea a inserire il dubbio anche nello spettatore, spinto a credere alla versione del sacerdote; ma solo perché è il personaggio più simpatico con cui identificarsi. Comunque, il personaggio più interessante è quello rappresentato da Suor James. Lei incarna l’innocenza, la giustizia e la misericordia. Il film, non a caso, finisce col canto dell’Ubi caritas: la carità resta al di sopra delle altre virtù.
Il regista insinua, in modo discreto, gli argomenti oggi a tema: Chiesa e omosessualità, pedofilia clericale, donna e gerarchia ecclesiastica; ma prende anche le distanze dalla demagogia e da certo manicheismo alla moda. Insomma, un film molto interessante. Se appare certamente teatrale e imperfetto, ha anche la grande virtù di non scadere nello scandalistico, facile epilogo per una tale vicenda. Juan Orellana. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti (ACEPRENSA)
Defiance - i giorni del coraggio
31/1/2009. Regista: Edward Zwick.. Sceneggiatura: Clayton Frohman, Edward Zwick. Interpreti: Daniel Craig, Liev Schreiber, Jamie Bell, Alexa Davalos, Mia Wasikowska. 127 min. USA. 2008. Giovani-adulti. (VSD)
Il regista di Blood Diamond e Glory-Uomini di gloria racconta la storia reale di tre fratelli ebrei, in fuga dalla Polonia occupata da Hitler, che s’inoltrano nei boschi della Bielorussia, dove si nascondono, con molti altri ebrei, scampati ai crimini dei nazisti e alle denunce dei collaborazionisti. Qui si narrano le loro peripezie, marcate dalla tensione e da un complesso rapporto con i partigiani russi.
Il film di intenso gusto classico, gode di eccellenti recitazioni. Eccelle quella di Daniel (Bond) Craig, capace di sostenere molto bene il notevole peso drammatico del soggetto, tratto dal libro della storica ebrea Nechama Tec.
Si tratta di una storia di dilemmi, che descrivono molto bene i diversi atteggiamenti davanti alle situazioni limite, da cui emerge il meglio ed il peggio delle persone che le attraversano. Nel film si riduce intenzionalmente il peso della componente puramente bellica -poche le scene di guerra- a beneficio dei rapporti tra i personaggi, con dialoghi davvero ben scritti. La fotografia, la colonna sonora e il montaggio sono curati da tre fuoriclasse: Eduardo Serra (La ragazza con l’orecchino di perla), James Newton Howard (Il cavaliere oscuro) e Steven Rosenblum (Braveheart). Si tratta di un film con una tematica assai nota, che può mettere lo spettatore sulle difensive, ma che sa anche sorprendere, narrando qualcosa di insolito. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: V, S, D (ACEPRENSA)
Il regista di Blood Diamond e Glory-Uomini di gloria racconta la storia reale di tre fratelli ebrei, in fuga dalla Polonia occupata da Hitler, che s’inoltrano nei boschi della Bielorussia, dove si nascondono, con molti altri ebrei, scampati ai crimini dei nazisti e alle denunce dei collaborazionisti. Qui si narrano le loro peripezie, marcate dalla tensione e da un complesso rapporto con i partigiani russi.
Il film di intenso gusto classico, gode di eccellenti recitazioni. Eccelle quella di Daniel (Bond) Craig, capace di sostenere molto bene il notevole peso drammatico del soggetto, tratto dal libro della storica ebrea Nechama Tec.
Si tratta di una storia di dilemmi, che descrivono molto bene i diversi atteggiamenti davanti alle situazioni limite, da cui emerge il meglio ed il peggio delle persone che le attraversano. Nel film si riduce intenzionalmente il peso della componente puramente bellica -poche le scene di guerra- a beneficio dei rapporti tra i personaggi, con dialoghi davvero ben scritti. La fotografia, la colonna sonora e il montaggio sono curati da tre fuoriclasse: Eduardo Serra (La ragazza con l’orecchino di perla), James Newton Howard (Il cavaliere oscuro) e Steven Rosenblum (Braveheart). Si tratta di un film con una tematica assai nota, che può mettere lo spettatore sulle difensive, ma che sa anche sorprendere, narrando qualcosa di insolito. Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: V, S, D (ACEPRENSA)
Operazione Valchiria
31/1/2009. Regista: Bryan Singer. Sceneggiatura: Christopher McQuarrie, Nathan Alexander. Interpreti: Tom Cruise, Kenneth Branagh, Bill Nighy, Tom Wilkinson, Carice Van Houten. 115 min. USA, Germania. 2008. Giovani. (V)
Questo film racconta l’attentato più ambizioso dei 15 tentativi falliti di assassinare Hitler, tra i quali quelli riproposti da film, come Rommel, la volpe del deserto (1951) o La notte dei generali (1967). L'Operazione Valchiria prende le sue mosse nel 1943, in Nord Africa. Da qui si va profilando il destino del colonnello Claus von Stauffenberg, militare aristocratico, patriota e cattolico, che già allora considerava Adolf Hitler come un cancro della Germania, un pazzo assassino. Di ritorno in Germania, Von Stauffenberg inizia ad organizzare una complotto, per assassinare il Führer ed attuare la segreta Operazione Valchiria, prevista dallo stesso Hitler, nell'eventualità della sua morte.
Forse per eccesso di fedeltà alla storia reale, il copione di Christopher McQuarrie e Nathan Alexander perde talvolta di intensità narrativa, drammatica e anche morale, così presenti -invece- all’inizio del film. Inoltre, si sente la mancanza di un'analisi più nitida dei motivi profonde -anche religiosi e familiari- dei cospiratori, suggeriti solo in modo frammentario. Comunque, la messa in scena di Bryan Singer non rivela la personalità e la scorrevolezza già dimostrata in altri film, come I soliti sospetti, X-Men o Superman returns.
In ogni caso, l’argomento rivela un forte interesse storico, drammatico ed etico. Inoltre, è narrato con chiarezza e senso dell’intrigo, con scene di grande impatto emotivo. Vi contribuiscono la magnifica ambientazione, la colonna sonora di John Ottman, le eccellenti recite di tutti gli attori, specialmente Tom Cruise, che offre un ennesimo saggio di grande professionalità. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. V (ACEPRENSA)
Questo film racconta l’attentato più ambizioso dei 15 tentativi falliti di assassinare Hitler, tra i quali quelli riproposti da film, come Rommel, la volpe del deserto (1951) o La notte dei generali (1967). L'Operazione Valchiria prende le sue mosse nel 1943, in Nord Africa. Da qui si va profilando il destino del colonnello Claus von Stauffenberg, militare aristocratico, patriota e cattolico, che già allora considerava Adolf Hitler come un cancro della Germania, un pazzo assassino. Di ritorno in Germania, Von Stauffenberg inizia ad organizzare una complotto, per assassinare il Führer ed attuare la segreta Operazione Valchiria, prevista dallo stesso Hitler, nell'eventualità della sua morte.
Forse per eccesso di fedeltà alla storia reale, il copione di Christopher McQuarrie e Nathan Alexander perde talvolta di intensità narrativa, drammatica e anche morale, così presenti -invece- all’inizio del film. Inoltre, si sente la mancanza di un'analisi più nitida dei motivi profonde -anche religiosi e familiari- dei cospiratori, suggeriti solo in modo frammentario. Comunque, la messa in scena di Bryan Singer non rivela la personalità e la scorrevolezza già dimostrata in altri film, come I soliti sospetti, X-Men o Superman returns.
In ogni caso, l’argomento rivela un forte interesse storico, drammatico ed etico. Inoltre, è narrato con chiarezza e senso dell’intrigo, con scene di grande impatto emotivo. Vi contribuiscono la magnifica ambientazione, la colonna sonora di John Ottman, le eccellenti recite di tutti gli attori, specialmente Tom Cruise, che offre un ennesimo saggio di grande professionalità. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. V (ACEPRENSA)
Revolutionary road
31/1/2009. Regista: Sam Mendes. Sceneggiatura: Justin Haythe. Interpreti: Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Kathy Bates, Kathryn Hahn, Michael Shannon. 119 min. USA. GB. 2008. Adulti. (XD)
Nel progetto di Revolutionary Road ci sono due elementi che non possono sorprendere nessuno. Da una parte, il fatto che il cinema -specialmente quello a caccia di Oscar- si sente attratto dall’opera di Richard Yates, noto scrittore statunitense della cosiddetta “epoca dell’ansia” ed alcolizzato, che ha descritto le miserie della società agiata degli States, negli anni cinquanta.
D’altra parte, era logico che l’autore di American Beauty fosse fortemente avvinto dal romanzo più famoso di Yates, Revolutionary Road, oscuro, oppressivo, quasi osceno dramma sulla disintegrazione di una giovane e apparentemente felice coppia. Per interpretare Frank e April Wheeler, Mendes si è valso di sua moglie, Kate Winslet, di nuovo assieme a Leonardo Di Caprio, dopo il successo di Titanic. Malgrado l'enfatica direzione degli attori (tipica di Mendes), i due -recitano benissimo- sono candidati a vincere un Oscar.
Molto fedele al romanzo, il copione spartisce equamente tra i coniugi lo spiccato desiderio di emergere, a differenza di Yates, che da più rilevanza al marito, che al contempo è il narratore della storia. Si può censurare il film -come il romanzo- che costruisce un mondo artificioso, poco credibile e asfissiante. La trama prende, a bersaglio preferito, una società che finisce per confondere la ricerca della felicità, con quella del benessere. Il dilemma proposto dal film è la scelta tra agi e ideali, anche se né il testo di Yates, né il film di Mendes danno una pista convincente, nell'individuare quali siano questi ideali capaci di riscattare la vita di tanti personaggi mediocri.
Revolutionary Road è un terribile e scomodo ritratto di alcuni soggetti, abituati ad abusare dei sentimenti e delle evasioni che vivono nella sfera del proprio soggettivismo. Sono quindi incapaci di trovare un accordo: quando cercano di camminare assieme, finiscono per inciampare e lacerarsi. Come in American Beauty, e in gran parte del cinema drammatico contemporaneo, affiora una diagnosi scoraggiante, priva di rimedio, tanto acuta e penosa quanto i litigi della coppia dei Wheleer.
Il film pareva destinato agli Oscar, ma si è dovuto accontentare della candidatura di Michael Shannon, a miglior attore secondario. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)
Nel progetto di Revolutionary Road ci sono due elementi che non possono sorprendere nessuno. Da una parte, il fatto che il cinema -specialmente quello a caccia di Oscar- si sente attratto dall’opera di Richard Yates, noto scrittore statunitense della cosiddetta “epoca dell’ansia” ed alcolizzato, che ha descritto le miserie della società agiata degli States, negli anni cinquanta.
D’altra parte, era logico che l’autore di American Beauty fosse fortemente avvinto dal romanzo più famoso di Yates, Revolutionary Road, oscuro, oppressivo, quasi osceno dramma sulla disintegrazione di una giovane e apparentemente felice coppia. Per interpretare Frank e April Wheeler, Mendes si è valso di sua moglie, Kate Winslet, di nuovo assieme a Leonardo Di Caprio, dopo il successo di Titanic. Malgrado l'enfatica direzione degli attori (tipica di Mendes), i due -recitano benissimo- sono candidati a vincere un Oscar.
Molto fedele al romanzo, il copione spartisce equamente tra i coniugi lo spiccato desiderio di emergere, a differenza di Yates, che da più rilevanza al marito, che al contempo è il narratore della storia. Si può censurare il film -come il romanzo- che costruisce un mondo artificioso, poco credibile e asfissiante. La trama prende, a bersaglio preferito, una società che finisce per confondere la ricerca della felicità, con quella del benessere. Il dilemma proposto dal film è la scelta tra agi e ideali, anche se né il testo di Yates, né il film di Mendes danno una pista convincente, nell'individuare quali siano questi ideali capaci di riscattare la vita di tanti personaggi mediocri.
Revolutionary Road è un terribile e scomodo ritratto di alcuni soggetti, abituati ad abusare dei sentimenti e delle evasioni che vivono nella sfera del proprio soggettivismo. Sono quindi incapaci di trovare un accordo: quando cercano di camminare assieme, finiscono per inciampare e lacerarsi. Come in American Beauty, e in gran parte del cinema drammatico contemporaneo, affiora una diagnosi scoraggiante, priva di rimedio, tanto acuta e penosa quanto i litigi della coppia dei Wheleer.
Il film pareva destinato agli Oscar, ma si è dovuto accontentare della candidatura di Michael Shannon, a miglior attore secondario. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)
Milk
31/1/2009. Regista: Gus Van Sant. Sceneggiatura: Dustin Lance Black. Interpreti: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco. 128 min. USA. 2008. Adulti. (XD)
Anni settanta. Harvey Milk, grigio impiegato di una finanziaria di New York, conosce l'uomo della sua vita. Così appassionato è il rapporto, che lascia il lavoro per vivere apertamente la sua omosessualità. Trasloca a San Francisco, dove confluiscono molti gay. Milk prenderà coscienza dei problemi della città, più specificamente degli omosessuali. Fino al punto di lottare tenacemente, per essere eletto consigliere comunale.
Film basato su fatti accaduti, raccontati nel 1984 dal documentario vincitore di un Oscar The Times of Harvey Milk. L’idea è drammatizzare quei fatti in un prodotto militante, con il doppio e dichiarato fine di appoggiare i diritti degli omosessuali, spingendo verso un pubblico più vasto. Il film inizia con la notizia dell’assassinio di Milk e di George Moscone, sindaco di San Francisco, per descrivere -in flash-back- gli anni di attivismo politico del primo.
Già regista di titoli brillanti, come Da morire ed Elephant, G. Van Sant si concede un film in stile classico, formalmente nella linea di Will Hunting, genio ribelle, e Scoprendo Forrester, lontano dai minoritari film gay, come Mala Noche e Belli e dannati.
A un dato momento, Milk spiega che, quando si rivolge al pubblico eterosessuale, inizia scherzando proprio per rompere il giaccio. Si può dire che anche l’omosessuale Van Sant fa altrettanto: si schiera a favore di un trattamento estetico e narrativo, che non provochi rifiuto da parte dello spettatore; ma al contrario, lo possa conquistare alla causa.
Il tutto, secondo un'approssimazione didattica, dove ogni cosa si spiega in termini di lotta per i diritti civili. Ricorda Philadelphia, anche se i tempi sono cambiati e certi punti di vista si difendono oggi in modo assai più scoperto di allora.
Van Sant evita lo scontro frontale con quanti considerano immorale questo tipo di relazione -anche se un paio di volte sottolinea che “non c’è niente di male”- e si concentra sulle discriminazioni sul lavoro, per colpa dell’orientamento sessuale, cercando di proporre i diversi personaggi come tipi umani con cui si può simpatizzare, contando sulla recitazione degli attori, a partire da quella di Sean Penn. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)
Anni settanta. Harvey Milk, grigio impiegato di una finanziaria di New York, conosce l'uomo della sua vita. Così appassionato è il rapporto, che lascia il lavoro per vivere apertamente la sua omosessualità. Trasloca a San Francisco, dove confluiscono molti gay. Milk prenderà coscienza dei problemi della città, più specificamente degli omosessuali. Fino al punto di lottare tenacemente, per essere eletto consigliere comunale.
Film basato su fatti accaduti, raccontati nel 1984 dal documentario vincitore di un Oscar The Times of Harvey Milk. L’idea è drammatizzare quei fatti in un prodotto militante, con il doppio e dichiarato fine di appoggiare i diritti degli omosessuali, spingendo verso un pubblico più vasto. Il film inizia con la notizia dell’assassinio di Milk e di George Moscone, sindaco di San Francisco, per descrivere -in flash-back- gli anni di attivismo politico del primo.
Già regista di titoli brillanti, come Da morire ed Elephant, G. Van Sant si concede un film in stile classico, formalmente nella linea di Will Hunting, genio ribelle, e Scoprendo Forrester, lontano dai minoritari film gay, come Mala Noche e Belli e dannati.
A un dato momento, Milk spiega che, quando si rivolge al pubblico eterosessuale, inizia scherzando proprio per rompere il giaccio. Si può dire che anche l’omosessuale Van Sant fa altrettanto: si schiera a favore di un trattamento estetico e narrativo, che non provochi rifiuto da parte dello spettatore; ma al contrario, lo possa conquistare alla causa.
Il tutto, secondo un'approssimazione didattica, dove ogni cosa si spiega in termini di lotta per i diritti civili. Ricorda Philadelphia, anche se i tempi sono cambiati e certi punti di vista si difendono oggi in modo assai più scoperto di allora.
Van Sant evita lo scontro frontale con quanti considerano immorale questo tipo di relazione -anche se un paio di volte sottolinea che “non c’è niente di male”- e si concentra sulle discriminazioni sul lavoro, per colpa dell’orientamento sessuale, cercando di proporre i diversi personaggi come tipi umani con cui si può simpatizzare, contando sulla recitazione degli attori, a partire da quella di Sean Penn. José María Aresté. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)
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