7/6/2008. Regista: Paul Weiland. Sceneggiatura: Adam Sztykiel, Deborah Kaplan, Harry Elfont. Interpreti: Michelle Monaghan, Patrick Dempsey, Kathleen Quinlan, Kevin McKidd, Sydney Pollack, Chris Messina, Busy Phillipps, Richmond Arquette. 101 m. USA, Gran Bretagna. 2008. Giovani-adulti. (D, S)
Tom e Hannah sono amici da anni. Tanto che, quando Hannah decide di sposarsi con un duca scozzese, chiede a Tom di farle da testimone di nozze. Il problema è che lui pensa che sia lei la donna della sua vita. Per questo, cercherà di impedirne le nozze.
Su matrimoni sbagliati, che si salvano o meno -in extremis-, e i dilemmi tra amico-disastro e fidanzato esemplare c’è un capolavoro: Scandalo a Filadelfia (Gorge Cukor, 1940). Il resto, sono tutte imitazioni. E questa, evidentemente, non risulta tra le migliori. Paul Weiland, che ha diretto quasi dieci anni fa For the love of Roseanna (molto più originale), fa leva su banali luoghi comuni -talvolta esibiti in modo dozzinale- per disegnare in questo modo i relativi personaggi: i maschi tutti donnaioli; le donne che sospirano per regali a sorpresa, ben infiocchettati. E tutti che vogliono che le cose finiscano, proprio come devono finire in un commedia.
Il film è dunque prevedibile fin dall’inizio. Ciononostante, si salva per “la storia universale” da cui sorge il gusto del pubblico -anche questo pressoché universale- per le commedie (é la nostalgia di questa, che ne riaccende la sete). Inoltre, emerge una coppia protagonista, che non stona. Senza peraltro arrivare a paragonare il protagonista di Grey’s Anatomy, Patrick Dempsey, e l’ingegnosa Michelle Monaghan, ad un certo Cary Grant o ad una certa Katherine Hepburn. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Chiamata senza risposta
7/6/08. Regista: Eric Valette. Sceneggiatura: Andrew Klavan. Interpreti: Edward Burns, Shannyn Sossamon, Ray Wise, Azura Skye, Ana Claudia Talancón, Johnny Lewis. 87 m. Giappone, USA, Germania. 2008. Adulti (VS).
Poco dopo la strana morte di una giovane in un stagno, una sua amica riceve un messaggio vocale sul proprio cellulare. Nel messaggio riconosce la sua stessa voce, che indica il giorno, l’ora e qualche dettaglio della sua prossima morte violenta. Due giorni più tardi, all’ora annunciata nel messaggio, muore anche lei, pronunciando quelle stesse parole e grida. Ed ecco che il suo cellulare si attiva ed invia un messaggio ad un amico, il cui numero si trova sull’agenda del telefonino della vittima…
Chiamata senza risposta è un remake del film del giapponese Takashi Miike, adattato -per l’occasione- al pubblico occidentale, ad opera del regista francese Eric Valette. Bisogna chiarire che il cinema del orrore giapponese difficilmente si presta a trasposizioni in stile occidentale. In questo caso, la regia risulta abbastanza piatta e l’attrice principale, inespressiva. Burns, da parte sua, è professionale. Il copione guadagna in continuità rispetto all’originale, assai slegato, ma troppo spesso è decisamente prossimo al ridicolo. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Poco dopo la strana morte di una giovane in un stagno, una sua amica riceve un messaggio vocale sul proprio cellulare. Nel messaggio riconosce la sua stessa voce, che indica il giorno, l’ora e qualche dettaglio della sua prossima morte violenta. Due giorni più tardi, all’ora annunciata nel messaggio, muore anche lei, pronunciando quelle stesse parole e grida. Ed ecco che il suo cellulare si attiva ed invia un messaggio ad un amico, il cui numero si trova sull’agenda del telefonino della vittima…
Chiamata senza risposta è un remake del film del giapponese Takashi Miike, adattato -per l’occasione- al pubblico occidentale, ad opera del regista francese Eric Valette. Bisogna chiarire che il cinema del orrore giapponese difficilmente si presta a trasposizioni in stile occidentale. In questo caso, la regia risulta abbastanza piatta e l’attrice principale, inespressiva. Burns, da parte sua, è professionale. Il copione guadagna in continuità rispetto all’originale, assai slegato, ma troppo spesso è decisamente prossimo al ridicolo. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.
Pubblico: Adulti. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Gomorra
7/6/2008. Regista: Matteo Garrone. Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster. 135 m. Italia. 2008. Dramma. Adulti.
Con la connivenza delle parti vitali della Nazione, uno Sato post-civile si è insediato in Campania e ha trasformato questa regione nella sentina del Belpaese. È il messaggio desolante di un film che mette il dito nella piaga camorrista perché spurghi davanti agli occhi dello spettatore. Il quartiere cementificato di Scampia, le Vele – lo sfacelo dei mega condomini-dormitorio – sono sfondo di cinque storie d'umanità derelitta. Cinque vicende di disperato degrado raccontate in parallelo. Alla loro radice, un unico male morale che detta leggi contro natura a coscienze prive di alternativa.
Poco più che bambino, come tutti i suoi coetanei, Totò (Abruzzese) è iniziato alla vita camorrista con rito barbarico: farsi sparare da pochi metri indossando un giubbotto antiproiettile. Una guerra tra clan, l'affermazione degli "Scissionisti", costringerà Totò a scegliere con chi stare, e a dimostrarlo, facendo attivamente sua la barbarie che lo ha circondato dalla nascita. La faida in corso si abbatte anche sull'esistenza di Don Ciro (Imparato), un pavido contabile. L'uomo campa distribuendo soldi per conto della Camorra alle famiglie dei carcerati. Stipendiato dal clan perdente, Don Ciro proverà a tradire, passando al clan rivale, per continuare a scamparla, mimetizzato nella sua mediocrità impiegatizia.
Le leggi di questo mondo non possono essere violate. Ci provano a violarle, assecondandone la logica fino alle estreme conseguenze, due ragazzi affascinati dal film Scarface e dal mito del boss con nessuno sopra di sé. Marco (Macor) e Ciro (Petrone), due giovani involuti, dagli atteggiamenti animaleschi, si illudono di potersi affrancare superando in spietatezza il loro capoclan. Non faranno in tempo ad accorgersi di quanto irrealistico fosse il loro sogno sbandato.
Dallo Stato nello Stato si può solo andare via, anche se il film nega ai suoi personaggi qualsiasi avvisaglia di un altrove migliore.
Se ne andrà Pasquale (Cantalupo), sarto in una manifattura ricattata e connivente con la Camorra. Prestatosi a dare lezioni di sartoria alla concorrenza cinese, scampato ad una rappresaglia, Pasquale finirà per mollare tutto e fare il camionista. Guiderà verso il Nord, dove si trovano – denuncia il film – le griffes di moda, principali committenti del lavoro nero nei laboratori campani dove Pasquale operava.
Se ne andrà anche Roberto (Paternoster), giovane tecnico illusosi di aver trovato un'occasione. E' stato assunto da Franco (Servillo), imprenditore di successo nello smaltimento dei rifiuti. Ma il titolare è proprio l'emblema del meccanismo per cui una terra dimenticata agisce per la propria autodistruzione. Gli industriali del Nord, infatti, affidano a Franco le loro scorie e fanno finta di non sapere, di essere stati convinti dalle sue assicurazioni di correttezza. Tutto, invece, finisce a riempire crateri scavati con l'appoggio della criminalità. Di fronte ad un uomo che, senza remore, avvelena la sua terra, Roberto si dimetterà: volterà le spalle a Franco, senza sapere, però, dove andare.
La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa che pedina vicinissima i personaggi e si muove come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia. Brutture fisiche e ambientali riprese con minuzia a specchio di un collasso morale. L'inquadratura si apre poche volte ad accogliere il paesaggio. Quando lo fa, è per dare l'idea di una catastrofe di proporzioni bibliche. Così è per la visione d'insieme delle Vele. Così è, soprattutto, per la discarica gestita da Franco: un gigantesco girone infernale attraversato da camion guidati da bambini involontariamente soggiogati ad un'anormalità aberrante, eppure data per scontata.
L'idea degli autori è che questo macro cosmo sia funzionale al metabolismo del Sistema Paese. La Campania è la pattumiera d'Italia. Il Nord, la cui presenza-assenza è oggetto di accenni severi (l'industriale veneto, le griffes), scarica qui i liquami del suo benessere consumistico. Di questo benessere giungono anche barlumi: il centro estetico della sparatoria d'inizio film, le magliette alla moda che seducono Totò, il piercing, le sopracciglia rasate come il tronista Costantino. Gli indigeni assimilano questi elementi nel loro stile di vita sub umano, facendolo sembrare ancora più atroce.
Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens. Il film è riuscito nel suo intento di denuncia – intento, peraltro, comune a gran parte del nostro cinema di autore –. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Paolo Braga. Per gentile concessione di FAMILYCINEMATV.
Valori/Disvalori: Il film è riuscito nel suo intento di denuncia. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens.
Si suggerisce la visione a partire da: Maggiorenni.
Elementi problematici per la visione: Una insistita scena di sesso; scene di violenza
Giudizio tecnico: ***. La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia.
Con la connivenza delle parti vitali della Nazione, uno Sato post-civile si è insediato in Campania e ha trasformato questa regione nella sentina del Belpaese. È il messaggio desolante di un film che mette il dito nella piaga camorrista perché spurghi davanti agli occhi dello spettatore. Il quartiere cementificato di Scampia, le Vele – lo sfacelo dei mega condomini-dormitorio – sono sfondo di cinque storie d'umanità derelitta. Cinque vicende di disperato degrado raccontate in parallelo. Alla loro radice, un unico male morale che detta leggi contro natura a coscienze prive di alternativa.
Poco più che bambino, come tutti i suoi coetanei, Totò (Abruzzese) è iniziato alla vita camorrista con rito barbarico: farsi sparare da pochi metri indossando un giubbotto antiproiettile. Una guerra tra clan, l'affermazione degli "Scissionisti", costringerà Totò a scegliere con chi stare, e a dimostrarlo, facendo attivamente sua la barbarie che lo ha circondato dalla nascita. La faida in corso si abbatte anche sull'esistenza di Don Ciro (Imparato), un pavido contabile. L'uomo campa distribuendo soldi per conto della Camorra alle famiglie dei carcerati. Stipendiato dal clan perdente, Don Ciro proverà a tradire, passando al clan rivale, per continuare a scamparla, mimetizzato nella sua mediocrità impiegatizia.
Le leggi di questo mondo non possono essere violate. Ci provano a violarle, assecondandone la logica fino alle estreme conseguenze, due ragazzi affascinati dal film Scarface e dal mito del boss con nessuno sopra di sé. Marco (Macor) e Ciro (Petrone), due giovani involuti, dagli atteggiamenti animaleschi, si illudono di potersi affrancare superando in spietatezza il loro capoclan. Non faranno in tempo ad accorgersi di quanto irrealistico fosse il loro sogno sbandato.
Dallo Stato nello Stato si può solo andare via, anche se il film nega ai suoi personaggi qualsiasi avvisaglia di un altrove migliore.
Se ne andrà Pasquale (Cantalupo), sarto in una manifattura ricattata e connivente con la Camorra. Prestatosi a dare lezioni di sartoria alla concorrenza cinese, scampato ad una rappresaglia, Pasquale finirà per mollare tutto e fare il camionista. Guiderà verso il Nord, dove si trovano – denuncia il film – le griffes di moda, principali committenti del lavoro nero nei laboratori campani dove Pasquale operava.
Se ne andrà anche Roberto (Paternoster), giovane tecnico illusosi di aver trovato un'occasione. E' stato assunto da Franco (Servillo), imprenditore di successo nello smaltimento dei rifiuti. Ma il titolare è proprio l'emblema del meccanismo per cui una terra dimenticata agisce per la propria autodistruzione. Gli industriali del Nord, infatti, affidano a Franco le loro scorie e fanno finta di non sapere, di essere stati convinti dalle sue assicurazioni di correttezza. Tutto, invece, finisce a riempire crateri scavati con l'appoggio della criminalità. Di fronte ad un uomo che, senza remore, avvelena la sua terra, Roberto si dimetterà: volterà le spalle a Franco, senza sapere, però, dove andare.
La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa che pedina vicinissima i personaggi e si muove come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia. Brutture fisiche e ambientali riprese con minuzia a specchio di un collasso morale. L'inquadratura si apre poche volte ad accogliere il paesaggio. Quando lo fa, è per dare l'idea di una catastrofe di proporzioni bibliche. Così è per la visione d'insieme delle Vele. Così è, soprattutto, per la discarica gestita da Franco: un gigantesco girone infernale attraversato da camion guidati da bambini involontariamente soggiogati ad un'anormalità aberrante, eppure data per scontata.
L'idea degli autori è che questo macro cosmo sia funzionale al metabolismo del Sistema Paese. La Campania è la pattumiera d'Italia. Il Nord, la cui presenza-assenza è oggetto di accenni severi (l'industriale veneto, le griffes), scarica qui i liquami del suo benessere consumistico. Di questo benessere giungono anche barlumi: il centro estetico della sparatoria d'inizio film, le magliette alla moda che seducono Totò, il piercing, le sopracciglia rasate come il tronista Costantino. Gli indigeni assimilano questi elementi nel loro stile di vita sub umano, facendolo sembrare ancora più atroce.
Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens. Il film è riuscito nel suo intento di denuncia – intento, peraltro, comune a gran parte del nostro cinema di autore –. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Paolo Braga. Per gentile concessione di FAMILYCINEMATV.
Valori/Disvalori: Il film è riuscito nel suo intento di denuncia. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens.
Si suggerisce la visione a partire da: Maggiorenni.
Elementi problematici per la visione: Una insistita scena di sesso; scene di violenza
Giudizio tecnico: ***. La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia.
Iron Man
17/5/2008. Regista: Jon Favreau. Sceneggiatura: Mark Fergus, Hawk Ostby, Art Marcum, Matt Holloway. Interpreti: Robert Downey Jr., Terrence Howard, Jeff Bridges, Shaun Toub, Gwyneth Paltrow. 126 m. USA 2008. Giovani (VS)
Jon Favreau (Elf, Zathura) dirige il suo terzo film, dopo un lungo tirocinio da attore comprimario di cinema e tv. Iron Man è l’ennesimo supereroe dei comic Marvel che passa al grande schermo. In questo caso, si tratta di un film divertente e spettacolare, con un personaggio che va oltre i cliché eroici dei fumetti scritti da Stan Lee e Jack Kirby.
Il protagonista, Tony Stark, è un brillante ingegnere, proprietario di un’industria bellica, molto ben agganciata al Pentagono. La sua vita scorre frivola, tra lusso e sfrenatezza, finché durante un viaggio intrapreso per promuovere un prodotto d’avanguardia, un missile intelligente, sorge un imprevisto.
Si avverte, nel copione, la partecipazione di due degli autori del testo del film I figli degli uomini. Infatti, il personaggio di Stark è gradevole e scintillante. Inoltre, il film non abusa (come poteva anche accadere, vantando un budget di 190 milioni di dollari) degli accorgimenti traspositivi -spesso destinati al fallimento-, usati quando si porta su grande schermo l’epica del fumetto.
Pur non essendo un capolavoro, l’argomento della trama è ben condotto, con personaggi divertenti. Come negli altri film di supereroi Marvel (Spiderman, Hulk, I Fantastici 4, Daredevil, X-Men), assistiamo alla vicenda che tempra l’eroe, che in questo caso appare come tipo un po’ mascalzone e prepotente, molto ben interpretato da Robert Downey Jr. Lo accompagnano grandi attori, come Jeff Bridges, Terrene Howard e Gwyneth Paltrow.
Certamente l’impostazione scenica è molto più vivace, rispetto alle svolte della trama ed al finale, dove si avvertono tutti i classici limiti di Favreau regista. Il cattivo è, come al solito, rozzo e schematico. Non manca nemmeno una stupida e inverosimile concessione erotica. Ma il film è ameno e divertente, con alcune gag molto riuscite.
I fan di questo prolifico sottogenere saranno contenti, poiché Hollywood non accenna a ridurne la produzione. Ecco i film di supereroi, di prossima visione: Hulk 2, con Edward Norton protagonista, Thor, e Nick Fury (uno dei personaggi più simpatici di Marvel). Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Jon Favreau (Elf, Zathura) dirige il suo terzo film, dopo un lungo tirocinio da attore comprimario di cinema e tv. Iron Man è l’ennesimo supereroe dei comic Marvel che passa al grande schermo. In questo caso, si tratta di un film divertente e spettacolare, con un personaggio che va oltre i cliché eroici dei fumetti scritti da Stan Lee e Jack Kirby.
Il protagonista, Tony Stark, è un brillante ingegnere, proprietario di un’industria bellica, molto ben agganciata al Pentagono. La sua vita scorre frivola, tra lusso e sfrenatezza, finché durante un viaggio intrapreso per promuovere un prodotto d’avanguardia, un missile intelligente, sorge un imprevisto.
Si avverte, nel copione, la partecipazione di due degli autori del testo del film I figli degli uomini. Infatti, il personaggio di Stark è gradevole e scintillante. Inoltre, il film non abusa (come poteva anche accadere, vantando un budget di 190 milioni di dollari) degli accorgimenti traspositivi -spesso destinati al fallimento-, usati quando si porta su grande schermo l’epica del fumetto.
Pur non essendo un capolavoro, l’argomento della trama è ben condotto, con personaggi divertenti. Come negli altri film di supereroi Marvel (Spiderman, Hulk, I Fantastici 4, Daredevil, X-Men), assistiamo alla vicenda che tempra l’eroe, che in questo caso appare come tipo un po’ mascalzone e prepotente, molto ben interpretato da Robert Downey Jr. Lo accompagnano grandi attori, come Jeff Bridges, Terrene Howard e Gwyneth Paltrow.
Certamente l’impostazione scenica è molto più vivace, rispetto alle svolte della trama ed al finale, dove si avvertono tutti i classici limiti di Favreau regista. Il cattivo è, come al solito, rozzo e schematico. Non manca nemmeno una stupida e inverosimile concessione erotica. Ma il film è ameno e divertente, con alcune gag molto riuscite.
I fan di questo prolifico sottogenere saranno contenti, poiché Hollywood non accenna a ridurne la produzione. Ecco i film di supereroi, di prossima visione: Hulk 2, con Edward Norton protagonista, Thor, e Nick Fury (uno dei personaggi più simpatici di Marvel). Alberto Fijo. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)
Notte brava a Las Vegas
17/5/2008. Regista: Tom Vaughan. Sceneggiatura: Dana Fox. Interpreti: Cameron Diaz, Ashton Kutcher, Treat Williams, Dennis Miller, Rob Corddry, Lake Bell. 99 m. USA 2008. Giovani-adulti. (DS)
Joy Mc Nally è una donna in carriera, lasciata dal fidanzato nel bel mezzo di una festa di compleanno. Jack Fuller, piccolo e simpatico furfante e scansafatiche, è stato licenziato dalla fabbrica del padre. I due viaggiano a Las Vegas per rifarsi. Dopo una notte brava, si ritrovano sposati. L’unico ostacolo al divorzio è che, nelle ore folli in cui si sono sposati, hanno vinto 3.000.000 di dollari.
Partendo dalla sceneggiatura di Dana Fox (autrice della mediocre The wedding date – L’amore ha il suo prezzo), il regista britannico Tom Vaughan, al suo secondo film, confeziona un prodotto molto commerciale che ripropone gli ingredienti vincenti della commedia romantica, da quando esiste il cinema: una coppia attraente che s’incontra, si piace, litiga, per poi scoprire che l’uno è fatto per l’altra. Forse perché il copione di Fox inizia dalla lite, il film si inserisce nell’eterna lotta dei sessi, ma lo fa con simpatia, con momenti spesso molto divertenti, talvolta un po’ grossolani e con stolido humour escatologico. Inoltre, la sceneggiatura ha il coraggio di proporre una visione positiva del matrimonio, anche se la coda finale (in linea con le mascalzonate grossolane in Tutti pazzi per Mary) sia assurda.
Tenendo conto di queste limitazioni, la commedia regge bene, grazie anche alla coppia di protagonisti. A 36 anni, Cameron Diaz continua a rivelare il suo talento comico per film fuori dalle righe; mentre Asthon Kutcher, che ha confessato di aver dovuto moderare le sue tendenze istrioniche, si rivela un partner adeguato. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Joy Mc Nally è una donna in carriera, lasciata dal fidanzato nel bel mezzo di una festa di compleanno. Jack Fuller, piccolo e simpatico furfante e scansafatiche, è stato licenziato dalla fabbrica del padre. I due viaggiano a Las Vegas per rifarsi. Dopo una notte brava, si ritrovano sposati. L’unico ostacolo al divorzio è che, nelle ore folli in cui si sono sposati, hanno vinto 3.000.000 di dollari.
Partendo dalla sceneggiatura di Dana Fox (autrice della mediocre The wedding date – L’amore ha il suo prezzo), il regista britannico Tom Vaughan, al suo secondo film, confeziona un prodotto molto commerciale che ripropone gli ingredienti vincenti della commedia romantica, da quando esiste il cinema: una coppia attraente che s’incontra, si piace, litiga, per poi scoprire che l’uno è fatto per l’altra. Forse perché il copione di Fox inizia dalla lite, il film si inserisce nell’eterna lotta dei sessi, ma lo fa con simpatia, con momenti spesso molto divertenti, talvolta un po’ grossolani e con stolido humour escatologico. Inoltre, la sceneggiatura ha il coraggio di proporre una visione positiva del matrimonio, anche se la coda finale (in linea con le mascalzonate grossolane in Tutti pazzi per Mary) sia assurda.
Tenendo conto di queste limitazioni, la commedia regge bene, grazie anche alla coppia di protagonisti. A 36 anni, Cameron Diaz continua a rivelare il suo talento comico per film fuori dalle righe; mentre Asthon Kutcher, che ha confessato di aver dovuto moderare le sue tendenze istrioniche, si rivela un partner adeguato. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: D, S (ACEPRENSA)
Speed Racer
17/5/2008. Registi: Andy Wachowski, Larry Wachowski. Sceneggiatura: Andy Wachowski, Larry Wachowski. Interpreti: Emile Hirsch, Susan Sarandon, John Goodman, Christina Ricci, Matthew Fox, Hiroyuki Sanada, Ji Hoon Jung, Richard Roundtree, Roger Allam, Benno Fürmann. 135 m. USA 2008. Giovani. (V)
Dopo Bound-Torbido inganni e la trilogia di Matrix, I fratelli Andy e Larry Wachowski trasferiscono su grande schermo la popolare serie giapponese di cartoni animati Mach GO Go Go, nota negli USA come Speed Racer. Creata nel 1967 da Tatuo Yoshida, a partire dai propri manga (comics), l’azione si svolge in un variopinto mondo retró-futurista, con estetica da anni sessanta. Vi sono molto popolari le corse di bolidi, dove sono permessi scontri offensivi e difensivi. I veicoli sono dotati di sofisticati optionals, che permettono di raggiungere velocità spettacolari; ed anche saltare.
In questo ambiente elettrizzante, ha vissuto fin da bambino Speed Racer, temerario pilota adolescente, che conserva molte delle eccellenti qualità del fratello, Rex Racer, morto anni fa in strane circostanze. Speed corre su di un impressionante bolide, Match 5, disegnato dal padre e dal divertente meccanico di sua fiducia. La situazione si complica quando Speed rifiuta l’offerta del miliardario e corrotto Royalton, proprietario di scuderia. Speed riceve aiuto da X Racer, misterioso pilota mascherato.
I Wachowski si mantengono fedeli al serial originale, attraverso un impianto filmico molto aggressivo ed uno spettacolare spiegamento di effetti visivi, con cui ricreare un mondo quasi interamente virtuale e psichedelico. Costa accettare tale rischiosa estetica, che a molti sembrerà kitsch. Tuttavia, chi accetta questo singolare cocktail di animazione e azione reale resterà davvero soddisfatto, perché la trama è divertente e con numerose sequenze molto spettacolari. Diverse sottotrame drammatiche e comiche, ben inserite tra loro danno peso ai personaggi. Questi risultano essere tutti molto ben interpretati da attori di primo piano, che hanno preso sul serio l’incursione dei Wachowski nel cinema destinato alle famiglie. Jerónimo José Martín ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V (ACEPRENSA)
Dopo Bound-Torbido inganni e la trilogia di Matrix, I fratelli Andy e Larry Wachowski trasferiscono su grande schermo la popolare serie giapponese di cartoni animati Mach GO Go Go, nota negli USA come Speed Racer. Creata nel 1967 da Tatuo Yoshida, a partire dai propri manga (comics), l’azione si svolge in un variopinto mondo retró-futurista, con estetica da anni sessanta. Vi sono molto popolari le corse di bolidi, dove sono permessi scontri offensivi e difensivi. I veicoli sono dotati di sofisticati optionals, che permettono di raggiungere velocità spettacolari; ed anche saltare.
In questo ambiente elettrizzante, ha vissuto fin da bambino Speed Racer, temerario pilota adolescente, che conserva molte delle eccellenti qualità del fratello, Rex Racer, morto anni fa in strane circostanze. Speed corre su di un impressionante bolide, Match 5, disegnato dal padre e dal divertente meccanico di sua fiducia. La situazione si complica quando Speed rifiuta l’offerta del miliardario e corrotto Royalton, proprietario di scuderia. Speed riceve aiuto da X Racer, misterioso pilota mascherato.
I Wachowski si mantengono fedeli al serial originale, attraverso un impianto filmico molto aggressivo ed uno spettacolare spiegamento di effetti visivi, con cui ricreare un mondo quasi interamente virtuale e psichedelico. Costa accettare tale rischiosa estetica, che a molti sembrerà kitsch. Tuttavia, chi accetta questo singolare cocktail di animazione e azione reale resterà davvero soddisfatto, perché la trama è divertente e con numerose sequenze molto spettacolari. Diverse sottotrame drammatiche e comiche, ben inserite tra loro danno peso ai personaggi. Questi risultano essere tutti molto ben interpretati da attori di primo piano, che hanno preso sul serio l’incursione dei Wachowski nel cinema destinato alle famiglie. Jerónimo José Martín ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani. Contenuti: V (ACEPRENSA)
Certamente, forse
17/5/08. Regista: Adam Brooks. Sceneggiatura: Adam Brooks. Interpreti: con Ryan Reynolds, Isla Fisher, Rachel Weisz, Derek Luke, Elizabeth Banks, Abigail Breslin. 112 m. USA, Gran Bretagna, Francia, 2008. Giovani-adulti. (SD)
Will Hayes è un professionista trentenne, sull’orlo del divorzio. Sua figlia Maya, di 10 anni, non capisce la situazione e chiede a papà di raccontarle come s’innamorò di mamma. Hayes le propone un gioco: le racconterà la storia della sua vita e dei suoi amori con tre donne. Maya dovrà scoprire quale delle tre è sua madre.
L’impostazione di Adam Brooks (sceneggiatore di Wimbledon e French Kiss) è coinvolgente. Lo stesso dicasi per l’inizio del film, con una spontanea Abigail Breslin, incorreggibilmente curiosa. Emerge anche una decisa critica allo scioccante e grossolano modo d’insegnare educazione sessuale nelle scuole.
Ma siamo solo all’inizio. Sembra che Brooks (autore dell’adattamento di Che pasticcio, Bridget Jones) subito dopo ci ripensi e, preferendo non rischiar troppo, adotti poi una narrativa classica -un flashback interrotto ogni tanto dalle domande di Maya a suo padre- con una visione più “adattata” alla realtà, cioè, più disincantata e qualunquista, compiacente e acritica (tranne due battute politiche). E, soprattutto, meno romantica. Ciò che infatti Certamente, forse racconta non è la conquista dell’amore, bensí il suo irrimediabile dileguarsi. In tal senso, il film finisce per diventare decisamente antiromantico, malgrado il finale, che suona così falso e artefatto da alterare la stessa recitazione di Abigail Breslin (si nota subito se un bambino non crede in quello che dice).
Brooks ha utilizzato un buon team tecnico, che da solidità a questa agrodolce commedia, sintesi di una storia che si svolge nel corso di sedici anni. La fotografia, di Florian Ballhaus (Il diavolo veste Prada), è molto curata. La musica di Clint Mansell (L’albero della vita) si rivela eccellente elemento, nel suo marcare il trascorrere del tempo. Il film rivela anche un cast femminile convincente -non adeguato, invece, il protagonista maschile- che mette in luce oltre Breslin, Rachel Weisz e Isla Fisher. Ma alla fin fine, è un ennesimo esempio di film “tutto fumo e niente arrosto”: esaurisce la propria originalità in un paio di sketch. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
Will Hayes è un professionista trentenne, sull’orlo del divorzio. Sua figlia Maya, di 10 anni, non capisce la situazione e chiede a papà di raccontarle come s’innamorò di mamma. Hayes le propone un gioco: le racconterà la storia della sua vita e dei suoi amori con tre donne. Maya dovrà scoprire quale delle tre è sua madre.
L’impostazione di Adam Brooks (sceneggiatore di Wimbledon e French Kiss) è coinvolgente. Lo stesso dicasi per l’inizio del film, con una spontanea Abigail Breslin, incorreggibilmente curiosa. Emerge anche una decisa critica allo scioccante e grossolano modo d’insegnare educazione sessuale nelle scuole.
Ma siamo solo all’inizio. Sembra che Brooks (autore dell’adattamento di Che pasticcio, Bridget Jones) subito dopo ci ripensi e, preferendo non rischiar troppo, adotti poi una narrativa classica -un flashback interrotto ogni tanto dalle domande di Maya a suo padre- con una visione più “adattata” alla realtà, cioè, più disincantata e qualunquista, compiacente e acritica (tranne due battute politiche). E, soprattutto, meno romantica. Ciò che infatti Certamente, forse racconta non è la conquista dell’amore, bensí il suo irrimediabile dileguarsi. In tal senso, il film finisce per diventare decisamente antiromantico, malgrado il finale, che suona così falso e artefatto da alterare la stessa recitazione di Abigail Breslin (si nota subito se un bambino non crede in quello che dice).
Brooks ha utilizzato un buon team tecnico, che da solidità a questa agrodolce commedia, sintesi di una storia che si svolge nel corso di sedici anni. La fotografia, di Florian Ballhaus (Il diavolo veste Prada), è molto curata. La musica di Clint Mansell (L’albero della vita) si rivela eccellente elemento, nel suo marcare il trascorrere del tempo. Il film rivela anche un cast femminile convincente -non adeguato, invece, il protagonista maschile- che mette in luce oltre Breslin, Rachel Weisz e Isla Fisher. Ma alla fin fine, è un ennesimo esempio di film “tutto fumo e niente arrosto”: esaurisce la propria originalità in un paio di sketch. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.
Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)
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