Flyboys

14/7/2007. Regista: Tony Bill. Sceneggiatura: Phil Sears, Blake T. Evans, Vincent S. Ward. Interpreti: James Franco, Jean Reno, Jennifer Decker, Martin Henderson, David Ellison. 140 min. Francia, USA. 2006. Giovani. (SD)

Questo film statunitense racconta le peripezie della Squadriglia Lafayette, nella I Guerra Mondiale. Sotto comando francese, era formata da piloti volontari nordamericani, attiva fin dall’aprile 1916. Ovvero, un anno prima della entrata in guerra degli Stati Uniti, dopo l’affondamento del Lusitania ad opera di sommergibili tedeschi. Dei 260 membri della squadriglia sono morti in 60.

Il film è diretto da un produttore californiano di 67 anni, pertanto un veterano, già celebre per La stangata, il piacevolissimo film di George Hill, vincitore di 7 meritati Oscar, nel 1973. Ha un buon disegno di produzione (60 milioni di dollari di budget), anche se nel cast non ci sono molte facce note, salvo James Franco (Spiderman), attore che dovrebbe cercare di moderare la sua tendenza a recitare con toni sempre sostenuti.

Nel trattamento della storia affiora qualche eccesso che probabilmente darà fastidio a molti spettatori. Mi riferisco al clima da “ragazzi in campeggio”. A dir il vero, bisogna segnalare che quel clima, un po’ goliardico, rispecchia quello dell’epoca: i piloti statunitensi e canadesi ebbero fama di viveurs, eccentrici, indisciplinati, poco marziali. Particolare invece assai poco veridico, il fatto che tutti siano sempre perfettamente pettinati, anche quando escono da un aereo appena schiantatosi al suolo.

Insomma, una divertente battaglia aerea, con qualche sequenza spettacolare ed emozionante e l’immancabile love story. La lunghezza del film avrebbe autorizzato a sperare in un più approfondito profilo interiore dei personaggi, tale da infondere al film un maggiore spessore drammatico. Negli USA ha avuto scarso successo: solo 13 milioni di dollari. Giusto così. Alberto Fijo. ACEPRENSA.

Pubblico: Giovani. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)

Ti va di pagare?

14/07/07. Regista: Pierre Salvadori. Sceneggiatura: Pierre Salvatori, Benoît Graffin. Interpreti: Audrey Tautou, Gad Elmaleh, Marie-Christine Adam, Vernon Dobtcheff. 104 min. Francia. 2006. Adulti (XD)

Jean, timido cameriere di un albergo di lusso, si fa passare per milionario per attirare l’attenzione di Irène, prostituta di lusso, specializzata in clienti danarosi, cui spillare le rispettive fortune. Lei lo respinge quando ne scopre la vera identità, ma Jean, innamorato d’Irène, si lancia sulle sue tracce, seguendola in Costa Azzurra.

Commedia cinica, rientra nel cliché del cacciatore, al contempo divenuto preda, con buone interpretazioni e alcune sequenze abilmente costruite. Il problema principale, per questo tipo di film, somiglia a quello di alcuni episodi del serial TV tipo House: tutto valido, purché ne esca una trama divertente e brillantemente sarcastica. La cena dei cretini (1998), una delle migliori commedie delle due ultimi decenni, e in minore misura, il recente Una top model nel mio letto (2006) sono due buoni esempi di un atteggiamento ben diverso (quello di Francis Veber), quando si decide di affrontare storie spinose da trattare. Alberto Fijo. ACEPRENSA.

Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)

Ocean's thirteen

23/6/2007. Regista: Steven Soderbergh. Sceneggiatura: Brian Koppelman, David Levien. Interpreti: George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon, Andy Garcia, Don Cheadle, Bernie Mac, Ellen Barkin, Al Pacino. 115 min. USA. 2007. Giovani-adulti. (SD)

Il terzo episodio della saga Ocean’s presentata da Steven Soderbergh è l’autentico remake dell’originale Colpo grosso (Ocean’s Eleven, 1960) di Lewis Milestone. In quel film c’erano due elementi chiavi. Il primo è il cosiddetto Rat Pack, formato da Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr. e Peter Lawford, che si divertono un mondo insieme, improvvisando da par loro, quasi senza bisogno di recitare. Il secondo, quale pretesto per la storia, è il furto ad un casinò di Las Vegas, realizzato alla perfezione grazie al peculiare talento di ciascun componente del Rat Pack.

Soderbergh aveva già attuato un degno remake, alcuni anni fa, banco di prova per proporci ora il suo Rat Pack. Ma aveva allora fallito nel trarne un secondo episodio, privo di vera trama. In questo terzo episodio indovina tutto, risalendo alle origini: ad un gruppo di uomini, uniti da solida amicizia, che esibiscono i propri talenti per realizzare un furto ad un casinò di Las Vegas. La trama su cui poggia il copione di Koppelman e Levien è più che fragile: eterea; pura forma, un brillante e colorito involucro che si mantiene grazie alle grandi forze che governano il mondo, il bene e il male, l’amore e l’odio, la bellezza e la bruttezza: questi ladri sono brava gente, che si faranno giustizia di un orribile villano; un eccellente Al Pacino si misura con una squadra di stelle che lavora senza personalismi, dove ognuno è pronto a mettersi da parte, più che rivaleggiare con gli altri davanti alla cinepresa.

Non c’e suspense. Infatti, nessuno ha dubbi su quel che accadrà, ma lo spettatore si lascia conquistare dalla grazia e dall’incantesimo di quello che sta vedendo -davvero eccellente la produzione e il montaggio- anche se resta consapevole del fatto che tutto è irreale, così irreale -come i truci eventi del copione-, da esser pronto ad accettare qualsiasi cosa. In fondo, a nessuno importa che, alla fin fine, le vicende non quadrino del tutto, purché siano ben presentate e proposte da una squadra di attori di primo piano, tutti accattivanti.

Una commedia leggera, senza pretese -difetto nel quale è caduto più di una volta questo regista-, con una nota nostalgica. Un film fatto per ricordare che Hollywood è una fabbrica di sogni e che la chiave del successo è stata scritta molto tempo fa: non c’è bisogno d’inventar niente, ma solo di imparare dai maestri. Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.

Pubblico: Giovani-Adulti. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)

Il destino nel nome

23/6/2007. Regista: Mira Nair. Sceneggiatura: Sooni Taraporevala. Interpreti: Kal Penn, Tabu, Irrfan Khan, Jacinda Barrett, Zuleika Robinson. 122 min. India, USA. 2007. Giovani-adulti (XD)

Calcutta, 1977. Dopo essere sopravissuto ad un grave incidente di treno, Ashoke Gangli sposa Ashima, bella cantante di musica tradizionale indiana. Poco dopo, ad Ashoke è stato offerto un lavoro ben remunerato a New York, dove i due si trasferiscono, installandosi in un modesto appartamento di periferia. Nella loro nuova città nascono e crescono i due figli, un ragazzo e una ragazza. Al ragazzo mettono come primo nome Gógol, in onore del famoso scrittore russo, un’opera del quale è misteriosamente collegata alla vita di Ashoke. Mentre i genitori lavorano e si sacrificano perché i figli abbiano più opportunità di loro, Gógol desidera emanciparsi dal vincolo con la cultura indiana tradizionale, che i genitori hanno conservato, a prezzo di grandi sforzi. Un giorno decide di cambiar nome.

Sorprende il tono introspettivo, sereno e ponderato del copione di Sooni Taraporevala, che adatta il romanzo di Jhumpa Lahiri. Mira Nair (Mississippi Masala, Monsoon Wedding, La fiera delle vanità) propone una misurata direzione di attori, specialmente efficace nell’attrice indiana Tabu, che impersona Ashima con intensa profondità morale e forte impatto emotivo. In alcuni momenti, la messa in scena di Nair resta forse troppo contagiata dal tono letterario del copione, risultando eccessivamente flemmatica. Ma si tratta di lievi difetti, che mai intaccano il profondo ritratto familiare presentato dal film. Un ritratto che esalta il meglio delle tradizioni indiane, specialmente per quanto riguarda il mutuo rispetto tra genitori e figli, l’educazione nella responsabilità e la religiosità. Al contempo, si mette il dito nelle varie piaghe del materialismo occidentale, presentato come pericolosamente individualista ed edonista, frivolo rispetto al sesso e all’amore, consumista fino all’abbuffata, miscredente, cinico, disincantato.

Ne viene fuori un’ispirata riflessione sull’integrazione pacifica, che arricchisce le culture, e sui traumi subiti da molti uomini e donne attuali. Film diretto e interpretato con vigore, conta anche su una splendida colonna sonora di Nitin Sawhney, con diverse canzoni indiane molto belle. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.

Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)

Io e Beethoven

23/6/2007. Regista: Agnieszka Holland. Sceneggiatura: Stephen J. Rivele e Christopher Wilkinson. Interpreti: Ed Harris, Diane Krüger, Nicholas Jones, Joe Anderson, Matthew Goode. 104 min. USA, Germania, Ungaria. 2006. Giovani. (SD)

Alle volte, il mancato riconoscimento di un premio è assai rilevante. È il caso dell’ingiusta esclusione di Io e Beethoven del palmarès ufficiale del Festival di San Sebastian 2006. In questo film, la veterana regista polacca Agnieszka Holland ha dimenticato gli spessori e le ambiguità dimostrati in film come Europa, Europa, e Olivier, Olivier, riprendendo la calda umanità di Il giardino segreto, per ottenere il miglior film della carriera.

Holland ricrea il rapporto professionale, per niente carnale, che mantengono a Vienna il violento, rude, geniale e profondamente cristiano Ludwig van Beethoven -già al declino della propria vita- e l’immaginaria aspirante compositrice Anna Holtz, una bella giovane di 23 anni che trascrive la versione finale della Nona Sinfonia del Maestro, aiutandolo a dirigerne la prima.

Ne risulta uno splendido lavoro della Holland: di fattura molto classica e, al contempo, molto moderno; soprattutto, in riferimento alla pianificazione e al montaggio, esibiti in una vistosa struttura musicale. Superba, anche la fotografia di Ashley Rowe, valida in ogni momento. Magnifiche le interpretazioni del sempre brillante Ed Harris, e anche della giovane attrice Diane Krüger, protagonista di Troy, che recita benissimo anche nella davvero complessa fase di redazione della prima della Nona. Perfetta, naturalmente, la musica di Beethoven, che irrompe in tutto il film.

Il copione di Stephen J. Rivele e Christopher Wilkinson è agile, di gran profondità drammatica, coinvolgente, divertente e commovente nelle sue preziose riflessioni sulla creazione artistica. Una creazione presentata come riflesso della creazione divina; intravista dall’artista –il musicista in questo caso- d’accordo alla sua condizione di eletto che, malgrado i suoi limiti -come la sordità-, è capace di leggere sulle labbra di Dio, trasmettendo in musica ciò che vi trova al resto dell’umanità. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA

Pubblico: Giovani. Contenuti: S, D (ACEPRENSA)

Il destino di un guerriero (Alatriste)

23/06/07. Regista: Agustín Díaz Yanes. Sceneggiatura: Agustín Díaz Yanes. Interpreti: Viggo Mortensen, Elena Anaya, Eduard Fernández, Ariana Gil, Unax Ugalde. 147 min. Spagna. 2006. Adulti (VXS)

Questa ambiziosa megaproduzione spagnola adatta i cinque romanzi di Arturo Pérez-Reverte sulle avventure del capitano Alatriste, veterano dei Tercios delle Fiandre, che passa ogni tipo di avventura nella Spagna del XVII sec. Di fatto, viene coinvolto come soldato di fortuna nelle manovre tra il Conte-Duca di Olivares e l’Inquisizione. Mentre alleva il suo figlioccio, s’innamora di una famosa attrice e sopravvive ai diversi agguati di un killer siciliano che, come lui, risulta altrettanto temerario e amareggiato.

Il film risulta di eccessiva durata, appesantito dal carattere episodico della trama. Il madrileno Agustín Díaz Yanes (Nessuna notizia di Dio) maschera questi difetti minori grazie ad una rigorosa direzione di attori e ad una brillante messa in scena iperrealista, d’intensa pianificazione, dove ben spende il generoso budget del film tanto nelle scene intimiste, come nelle potenti battaglie e duelli all’arma bianca. In tal senso, bisogna lodare l’eccellente lavoro del direttore artistico Benjamín Fernández, del direttore di fotografia Paco Femenia, nonché del compositore Roque Baños, autore di una sensazionale colonna sonora.

Altra pecca del film è causata dall’eccessiva fedeltà ai romanzi originali, nati come tributo ad Alessandro Dumas e -come tali- destinati ad un pubblico giovanile. In questo modo, i personaggi risultano troppo romanzeschi e schematici. Pérez-Reverte li ritrae con un profondo pessimismo esistenziale, cinico e un po’ canaglia, più idoneo all’attuale agnosticismo che alla Spagna del Secolo D’Oro. Si deforma così il ritratto dell’epoca, trascurando la religiosità cattolica dei personaggi, che in qualche modo li avrebbe influenzati. Così che detta religiosità viene riservata in modo esclusivo all’Inquisizione, tratteggiata in modo caricaturale e manicheo: proprio da leggenda nera.

È un peccato questa prospettiva riduttiva, che svaluta il nobile desiderio di Pérez-Reverte di rivendicare senza complessi la storia di Spagna, con le sue miserie, ma anche con molte grandezze. Inoltre, tale difetto limita molto le possibilità di un film potente, divertente e colto, che -pur con le sue carenze-, offre una boccata d’ossigeno, tra tanti melodrammi esistenziali senza senso e tanta commedia futile. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.

Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X, S (ACEPRENSA)

Il mio miglior amico


23/06/07. Regista: Patrice Leconte. Sceneggiatura: Jérôme Tonnerre, Patrice Leconte. Interpreti: Daniel Auteuil, Dany Boon, Julie Gayet, Julie Durand. 94 min. Francia. 2006. Giovani-adulti.

Prossimo ai 60 ed a 30 anni dal primo film, il parigino Patrice Leconte (La ragazza sul ponte, L’uomo del treno) dirige una commedia leggera, gradevole e pulita: ingredienti insoliti, se andiamo a rivedere la precedente carriera.

François è un mercante d’arte. Egoista e prepotente, accetta una curiosa scommessa: in una settimana dovrà dimostrare di avere almeno un vero amico. Il premio è un’antica anfora greca, cui tiene molto. Ciò che il protagonista considera una prova facile si trasformerà in una fatica titanica, perché l’amicizia né si compra, né si ottiene in un istante. L’apparizione casuale di un tassista estroverso e saputello… fa da spartiacque.

Buoni dialoghi, grandi attori, diverse situazioni molto ben inserite in un tono amabile, ironico e critico, ma non acido. Tutto ciò è presente in un film dall’aria un po’scanzonata. Leconte non ha comunque saputo resistere al luogo comune che talora sembra diventato un dogma: l’inserimento di un omosessuale, a far da voce della coscienza del protagonista, da amabile consigliere, modello di equilibrio e maturità. Alberto Fijo. ACEPRENSA.

Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: ---- (ACEPRENSA)