Tristano e Isotta

8/4/2006. Regista: Kevin Reynolds. Sceneggiatura: Dean Georgaris. Interpreti: James Franco, Sophia Myles, Rufus Sewell, David O’Hara, Henry Cavill. 125 min. Germania, GB, USA. 2006. Adulti. (VX)

Tristano è al servizio di Lord Marke. Costui, un nobile per cui vale ancora il detto “buon sangue non mente”, pretende di unificare le tribù sassoni contro l’espansionismo del re irlandese Donnchach. Isotta è la figlia di re Donnchach, la quale entra in crisi quando suo padre pretende di imporle un matrimonio di convenienza. È una storia di amori impossibili, nelle Isole Britanniche all’indomani della dominazione romana. Gli interpreti sono molto, ma molto scarsi; la messa in scena, elementare; i costumi si direbbero frettolosamente acquisiti in qualche outlet di periferia. Comunque, malgrado la mediocre regia del texano Kevin Reynolds (Robin Hood, Rapa Nui, Waterworld, Montecristo) e del volgarizzato copione di Dean Georgaris, la storia originale rimane così portante da consentire al film di lasciarsi vedere. Questa coproduzione anglo-tedesca-statunitense è stata girata in Irlanda e Praga. Ridley Scott e il fratello Tony ne sono i produttori esecutivi. Il fiasco nei cinema USA è stato peraltro sensibile, non raggiungendo i 15 milioni di dollari. Alberto Fijo. ACEPRENSA.

Pubblico: Adulti. Contenuti: V, X. (ACEPRENSA)

Wallace&Gromit.La maledizione del coniglio mannaro

25/3/2006. Registi: Nick Park, Steve Box. Sceneggiatura: Steve Box, Nick Park, Bob Baker, Mark Burton. Cartoni animati. 94 min. GB. 2005. Tutti.

In questo prodotto cinematografico, Oscar 2006 al miglior film di cartoni animati, Wallace -distratto inventore inglese, che ha la passione per il formaggio- e il suo muto e fedele cane Gromit fronteggiano nel proprio paese un’infestazione di conigli, che mette in pericolo il popolare Concorso Annuale dell’Ortaggio Gigante. Per bloccarla, sviluppano un sistema di caccia molto umano e pacifico, che li porrà tuttavia in conflitto con un arrogante e violento aristocratico. Questi, inoltre, corteggia Lady Tottington, organizzatrice dell’evento, della quale è innamorato Wallace. Le cose si complicano con l’avvistamento, nei paraggi, di un temibile coniglio mannaro.

Come in tutte le produzioni dello studio britannico Aardman Animations (Creature comforts, The wrong trousers, Galline in fuga), il copione è agilissimo e pieno di trovate umoristiche, attraverso cui si moltiplicano i riferimenti a diversi artefici del cinema, sopratutto di film dell’orrore. Risultano azzeccate anche le esilaranti critiche sociali, dotate di uno sguardo amabile e lucido sull’essere umano e sul mondo attuale. Comunque, questa volta il copione non raggiunge la vibrazione emotiva, né la profondità drammatica di Galline in fuga. Per di più, c’è un abuso di gag a doppio senso, come è tipico delle produzione animate di DreamWorks.

In ogni caso, questi piccoli difetti non inficiano il risultato finale di un film molto divertente, definito da un’animazione sensazionale, molto espressiva nella gestualità dei personaggi; e con un’ambientazione, una pianificazione e una illuminazione da antologia. Pertanto, resta un film di alto profilo, che conferma la Aardman nel ruolo di principale concorrente della Pixar, nell’ambito dell’animazione. Almeno in quanto a creatività e perfezione tecnica. Jerónimo José Martín. ACEPRENSA.

Pubblico: Tutti Contenuti: -. Qualità tecnica **** (Mundo Cristiano)

Le tre sepulture

25/3/2006. Regista: Tommy Lee Jones. Sceneggiatura: Guillermo Arriaga. Interpreti: Tommy Lee Jones, Barry Pepper, Julio Cedillo, Dwight Yoakam, January Jones. 121 min. USA. 2005. Adulti. (XVD)

L’attore Tommy Lee Jones esordisce alla regia -ritagliandosi un ruolo da protagonista- con un copione di Guillermo Arriaga –Amores perros, 21 grammi-Il peso dell’anima- che presenta questa struttura frammentata, sia in senso spaziale che temporale, cui è tanto incline, che stimola l’interesse dello spettatore. Il film inizia con il ritrovamento del cadavere, crivellato di pallottole, di Melquiades Estrada, un immigrato clandestino messicano, che lavorava con Pete Perkins in un ranch. La descrizione dei modesti sforzi delle autorità locali per risolvere il caso si alternano a quadri della vita di Mike Norton, poliziotto di frontiera, che ha appena assunto il suo incarico. Quando Pete risolve per conto suo il caso, si prende un inconsueto incarico con tanto di macabro dettaglio: obbligare l’assassino a portare, con sé, il cadavere di Melquiades, perché riposi in pace in terra messicana. Un autentico “ritorno in patria dell’eroe” con possibilità di redenzione dell’omicida.

Sorprende il piglio narrativo dell’esordiente Jones, che ottiene di realizzare con efficacia ciò che desidera comunicare, ottenendo un buon lavoro, dal suo cast, e integrandovi -in modo eccellente- il messaggio del racconto. Il suo tallone di Achille è il ridotto orizzonte esistenziale dei personaggi, che non riesce a prendere quota. Si può accettare che Mike Norton sia un perfetto selvaggio, che tratta con mano pesante i clandestini illegali e da soprammobile perfino la moglie. Ma Pete non riesce a risultare il personaggio voluto, “più grande della sua stessa storia”, che farà tutto il necessario per portare a compimento l’ultima volontà dell’amico morto: i suoi limiti restano evidenti, specie nelle orgie, che riveste di posticcio cameratismo maschile. José María Aresté. ACEPRENSA.

Pubblico: Adulti. Contenuti: X, V, D (ACEPRENSA)

Transamerica

25/3/2006. Regista: Duncan Tucker. Sceneggiatura: Duncan Tucker. Interpreti: Felicity Huffman, Kevin Zegers, Fionnula Flanagan, Elizabeth Peña, Graham Greene. 103 min. USA. 2005. Adulti. (XD)

Bree, prima Stanley, per motivi psicopatologici è pronto a sottoporsi all’intervento con cui spera di trasformarsi in donna: un transessuale. Prima di ottenere il permesso, per cambio di sesso, scopre di avere un figlio, Toby, ragazzo pieno di problemi, che si dibatte tra droga e prostituzione.

Duncan Tucker firma un’opera cinematografica interessante e ben girata, affrontando un tema complesso, con un’impostazione cosí aperta, da consentire una grande varietà di letture. Il giovane regista si mostra abile, nel non polarizzare il copione sull’ambiguità sessuale di Bree -stupendamente rappresentato da Felicity Huffman, vincitrice di un Golden Globe per la recitazione- ma sul rapporto tra padre e figlio. È pure riuscito, anche se un po’ falsato, il modo di mettere a fuoco i problemi psicosessuali, nel film. Nel caso di Bree, infatti, l’argomento del sesso viene ridotto ad aspetti fisici e psicologici, quasi fosse -più o meno- un problema esteriore, che si può risolvere con alcuni progressi tecnici della medicina. Tucker non entra in questioni più ardue, anche se c’è qualche scena -come l’incontro degli amici/amiche di Bree- dove s’intuisce che la galassia dei transessuali non è proprio un paradiso.

La parte più sordida tocca al personaggio di Toby, un giovane che, per drammatiche circostanze, tra l’altro la mancanza di un padre, sa relazionarsi agli altri solo attraverso il sesso: è un uomo oggetto. Tanto Bree, come Toby, sono personaggi profondamente infelici: soffrono e fanno soffrire. Tutti e due hanno bisogno di mettere a posto un elemento qualificante della loro vita, un tassello che è unito alla natura, alla realtà delle cose, idoneo a combaciare con altri tasselli importanti che si chiamano: responsabilità, amore, generosità. Si tratta, dunque, di un elemento fondamentale, la cui precisa collocazione non dipende da un semplice intervento chirurgico.

Duncan Tucker dimostra ancora una certa dose di furba ambiguità -imbrogliando di nuovo- nel lasciare inconcluso il film, non svelando le conseguenze dell’intervento. C’è un momento eloquente, nel quale Bree confessa. “Non posso essere la madre di Toby”. Ma se si trasforma in donna, sarà un padre con corpo di madre?

Ci sarà certo qualcuno che, profittando dal tono comico di alcune scene –specialmente quelle che fanno vedere lo sconcerto causato nella famiglia di Bree- si rivelerà pronto a trasformare Transamerica in un semplicistico inno a favore della transessualità. Non credo che il proposito di Tucker sia stato quello di girare un film dal messaggio ideologico impegnato, ma l’ambiguità con cui tratta alcuni conflitti agevola il compito di chi è già pronto a strumentalizzare, in tal senso, questa pellicola. Ana Sánchez de la Nieta. ACEPRENSA.

Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D (ACEPRENSA)

La vita secreta delle parole

25/3/2006. Regista: Isabel Coixet. Sceneggiatura: Isabel Coixet. Interpreti: Sarah Polley, Tim Robbins, Javier Cámara, Julie Christie, Eddie Marsan, Steven Mackintosch, Daniel Mays, Dean Lennox Kelly. 122 min. Spagna. 2005. Adulti. (D).

“Un punto isolato in mezzo al mare. Una piattaforma petrolifera davanti alla costa dell’Irlanda del Nord, dove lavorano solo uomini, su cui c'è stato un incidente. Una donna solitaria, misteriosa, che sta cercando di dimenticare il suo passato, viene portata sulla piattaforma per curare un uomo, rimasto temporaneamente cieco. Fra loro si sviluppa una strana intimità, un legame ricco di segreti, verità, bugie, umorismo e dolore. Un legame che cambierà per sempre le loro vite. Un film dedicato al peso del passato. Sul silenzio improvviso che precede un temporale. Su venticinque milioni di onde. Soprattutto un film sull’incredibile forza dell’amore, anche nelle più terribili circostanze”.

Così, Isabel Coixet sintetizza un film bello e letterario, che ricorre alla trama di Biancaneve e i sette nani, per raccontare una storia triste di personaggio ermetico. L’infermiera Hannah andrà forzando molte barriere, per ricuperare la fiducia in un mondo dove vive gente che l’ha persa, ma che -se torna indietro- è solo per passarci definitivamente sopra, per ultimare l’opera. La regista catalana, laureata in Storia dell’Arte, nonché prestigiosa professionista del mondo pubblicitario, insiste nel suo cinema romantico, selezionato, di curata scenografia, con magnifici interpreti e conflitti dalla trama molto sottile.

Come abituale nei film di Coixet, i dialoghi sono brillanti perché vengono preceduti da certi silenzi che riempiono di maggior valore e spessore le parole. Coixet mette in fuga la banalità loquace, che caratterizza buona parte del cinema europeo, con la sua scelta a favore di un discorso intensamente coinvolgente (la colonna sonora ne fornisce un rilevante ausilio), intelligente e pieno di sensibilità -anche se certamente crudo, in qualche scena-.

Il personaggio protagonista (una straordinaria Sarah Polley, protagonista anche di La mia vita senza me (precedente film di Coixet), è così attraente, ricco, interessante, che lo spettatore non si stanca di osservarla. Con i suoi difetti (la spaventosa voce in off, un ricorso eccessivo alla dissolvenza, in un montaggio meno brillante che nei precedenti film, qualche tic da preziosismo pubblicitario, l’irrilevanza dei personaggi secondari, alle volte perfino caricaturali -come nel rapporto omosessuale tra due operai-), questo film conferma che nessuno -in Spagna- è capace di raccontare una storia con la delicatezza della regista di Le cose che non ti ho mai detto. Si conferma anche che Coixet è abbastanza orientata. Infatti, è la stessa società produttrice di Almodóvar a sostenere questo film da 5 milioni di euro. L’attore Tim Robbins -magistrale la sua recitazione- ha manifestato ammirazione per la Coixet, in un modo intelligente, che condividiamo in pieno: “Ammiro Isabel per essere stata così coraggiosa, da dare un finale positivo ad una storia tanto cupa”. Alberto Fijo. ACEPRENSA.


Pubblico: Adulti. Contenuti: D. Qualità tecnica **** (Mundo Cristiano)

Syriana

11/3/2006. Regista: Stephen Gaghan. Sceneggiatura: Stephen Gaghan. Interpreti: Matt Damon, George Clooney, Amanda Peet, Chis Cooper, Jeffrey Right. 140 min. USA. 2005. Giovani-adulti. (VS)

Un agente della CIA, un assessore finanziario, sceicchi arabi, proprietari di compagnie petrolifere nordamericane, un avvocato esperto in fusioni societarie, un operaio pachistano. Pezzi nella scacchiera di una partita colorata di nero, il colore del greggio; ovvvero, l’energia che muove il mondo, fino a quando non si trovi un’alternativa praticabile.

La compagnia petrolifera texana Connex ha perso il contratto per l’esportazione di greggio in Cina; il gigante asiatico ha firmato un accordo con un emirato arabo. I figli dell’anziano emiro optano per la successione: il più anziano ambisce a modernizzare il paese, il più giovane è un playboy corrotto. Quest’ultimo appare candidato assai più appetibile per gli interessi delle compagnie texane. La Killen, altra società petrolifera, ha firmato un accordo per perforare in Kazakistan, e sta importando da quel paese petrolio da raffinare, anche se, secondo gli investigatori del Congresso nordamericano, i territori dove lavorano non risultano dotati di giacimenti petroliferi. Connex e Killen annunciano la loro fusione, ma hanno bisogno del via libera del Dipartimento di Giustizia, che ha inviato i suoi migliori uomini a indagare sulle due società.

Lo sceneggiatore di Traffic scrive e dirige un film di enorme interesse, basato sul libro See No Evil, scritto da Robert Baer, ex agente della CIA. Gaghan, quarantenne, riesce a contagiare l’ebbrezza della cosiddetta ingegnieria finanziaria, capace di cambiare governi, di riciclare come alleati quelli che ieri erano i nemici, e viceversa, di spremere la gente per disfarsene subito dopo l’uso. Nel capitolo interpretazioni, brillano Matt Damon e George Clooney, che ha vinto l’Oscar al miglior attore non protagonista. Le trame che s’intersecano sono tutte appassionanti, in un film volutamente frammentato, che fornisce tutti i dettagli necessari a identificare i personaggi con le marionette da teatrino del peggior capitalismo. Alberto Fijo. ACEPRENSA

Pubblico: Giovani-Adulti. Contenuti: V, S (ACEPRENSA)

Walk the line

11/3/2006. Regista: James Mangold. Sceneggiatura: James Mangold, Gill Dennis. Interpreti: Joaquin Phoenix, Reese Witherspoon, Robert Patrick, Ginnifer Goodwin. 136 min. USA. 2005. Giovani-adulti (S)

Sesto film del newyorkese James Mangold (Ragazze interrotte, Cop Land, Kate&Leopold, Identità). Questo emotivo biopic sul cantante country Johnny Cash ha incassato quasi 100 milioni di dollari negli Stati Uniti. Un ottimo profitto, se si considera che il preventivo non superava quota 30 milioni.

Il film, decisamente commerciale, ha gli ingredienti per piacere al grande pubblico affezionato alle storie di superazione personale, secondo i canoni convenzionali di Hollywood: la complessa personalità di Cash (debole e timido da una parte; forte, appassionato e impulsivo, dall’altra); una musica accattivante ed emotiva, con forza e ritmo, una tormentata storia d’amore come asse della narrazione.

Cash (1932-2003) è stato un artista di grande personalità, un pioniere dal punto di vista stilistico, nonché un punto di riferimento per i successivi talenti del folk rock, del country, del punk e anche del rap. Nelle due ore e passa del film (forse eccessive, anche se godibili), gli sceneggiatori confezionano un ritratto in stile impressionista di alcuni periodi della vita di Cash: dalla triste infanzia fino al successo e alla celebrità.

La struttura del copione di Walk the line (il titolo originale è quello di una canzone scritta da June Carter) ha molte somiglianze con un altro e premiato biopic: Ray. In ambedue i film, c’e una discesa all’inferno e una rinascita, con tanto di infanzia difficile. Tuttavia, si nota come il copione implichi, a volte, salti temporali troppo bruschi, trascurando l’evoluzione dei personaggi.

La musica, senza dubbio, è la grande protagonista. E si ascolta, con grande piacere, anche grazie alle eccellenti interpretazioni di Phoenix e Witherspoon, che ha vinto l’Oscar alla migliore attrice. Il responsabile musicale del film è lo specialista in musica etnica T. Bone Burnett (0h brother!), che fa un lavoro impeccabile, con diversi momenti pieni d’intensità, tra i quali eccelle la versione di Ring of fire.

L’altro tema ricorrente del film è la storia d’amore tra Cash e la cantante e compositrice June Carter. Grazie a June, Cash torna alla pratica religiosa, riuscendo a superare la sua dipendenza dalla droga, per risorgere di nuovo come musicista di fama e prestigio.

Nel 1954, prima d’iniziare la sua carriera musicale, Cash si era sposato con Vivian Liberto. Senza voler giudicare vicende altrui, non si capisce il desiderio del copione di manipolare emozionalmente lo spettatore: Vivian compare con un carattere poco comprensivo e antipatico, quando tutto sembra confermare che è stata piuttosto la dipendenza dalla droga, di Cash, la vera causa del divorzio, determinatosi nel 1966. Sofía López. ACEPRENSA.

Pubblico: Giovani-adulti. Contenuti: S (ACEPRENSA)