Sotto il sole della Toscana (Under the Tuscan sun)

19/05/2004. Regia: Audrey Wells. Sceneggiatura: Audrey Wells . Interpreti: Diana Lane, Sandra Oh, Lindsay Duncan, Raoul Bova, Vincent Riotta. 113 m. USA-Italia. 2004. Adulti.

Distrutta dal traumatico e oneroso divorzio, una nota scrittrice lascia San Francisco e parte per l’Italia, in un viaggio organizzato da un gruppo di gay. Durante il soggiorno in un paese della Toscana, la donna rimane affascinata da una vecchia villa e l’acquista, fissandovi la sua residenza. Ben presto fa nuove amicizie, ritrova l’amore e l’allegria di vivere.

Al secondo film da regista, la sceneggiatrice Audrey Wells (Guinevere) colleziona una serie di luoghi comuni al genere secondario “donna matura insoddisfatta rinasce in Italia”, già visti in Un incantevole aprile (Mike Newell) e Only YouAmore a prima vista (Norman Jewison). Certamente interessante, la trama, splendidi, i paesaggi italiani, eccezionale, Diane Lane e perfino alcuni attori secondari. Pregio del film è quello, non solo di non sdrammatizzare il divorzio, ma di esaltare la famiglia, l’amicizia, la solidarietà. Caricaturale, invece, il ritratto degli italiani, sopratutto quando elogia la pietà popolare cattolica, rinnegandone al contempo i principi morali. Infatti, il film arriva ad impregnarsi di un pesante edonismo, con puerili tesi sull’omosessualità maschile e femminile. Per no parlare della maternità, sbandierata come diritto assoluto della donna. Sorprende tanta superficialità nella sceneggiatrice di un bel film come The truth about cats and dogs (Un uomo in prestito).

Pubblico: Adulti. Contenuti: S, D, F .Qualità: ** (MUNDO CRISTIANO)

Kill Bill (vol 1)


19/05/2004. Regista: Quentin Tarantino. Sceneggiatura: Quentin Tarantino. Interpreti: Uma Thurman, Lucy Liu, Daryl Hannah, Julie Dreyfus, Yuki Kazamatsuri. 111 min. USA. 2004. Adulti.

Agli inizi degli anni novanta, sono stati due film, Le iene (Reservoir Dogs) e Pulp Fiction, a render famoso Quentin Tarantino. Adesso, a quarant’anni suonati, il nostro torna alla regia sette anni dopo l’ultimo film, Jackie Brown. Kill Bi l 1 è la prima parte di un film improntato alle arti marziali. A cavallo tra Stati Uniti e Giappone, Kill Bill (Vol. 1) è la storia di un regolamento di conti tra mafiosi nel singolare modo -frammentario, originale, stravagante- già sperimentato nei due film già citati.

Una sanguinaria e guerriera Uma Thurman (grande attrice sempre, qualsiasi parte le venga affidata) deve opporsi a tutti gli ostacoli che le si presentano, impugnando una katana, con cui farà scorrere -per due ore circa- un fiume di sangue: quello di quanti l’hanno torturata e umiliata, il giorno delle sue nozze. Cattivi cattivissimi, degenerazione da bassi fondi, elegie alla violenza, ottusi e spietati personaggi, ripropongono gli ingredienti di un film straordinariamente ben girato, con eccezionali sequenze; per di più, unite a un generale tocco di follia underground di musica a pieno volume, appositamente evocata per indurre continui flussi di adrenalina. La brutalità di alcuni dialoghi e scene, il sangue a fiotti, l’humour nero (“potete andare via -dice la protagonista agli avversari sconfitti e feriti-, ma lasciatemi la vostra carne fatta a pezzi, perché mi appartiene” [dall’alto, la cinepresa indugia su una pista da ballo cosparsa di piedi e mani mozzati] fanno di Kill Bill una specie di western dal taglio orientale, con insistenti allusioni a Sergio Leone, Sam Peckinpah, Akiro Kurosawa, Zhang Yimou e ai grandi del cinema noir nordamericano.

Tarantino ha poco da raccontare. Ed è un peccato, perché non è il talento che gli manca, specie per quel suo personale stile di riprese visive, fantasioso e potente. Gli attori di Kill Bill prendono fin troppo sul serio una storia da niente, scatenando una malsana attrattiva alla violenza, malgrado tutti i tentativi canonizzarla col ricorso a canoni estetici.. Questa volta, il gusto di Tarantino per il genere pulp compromette la sua fiction. Alberto Fijo. ACEPRENSA.

Pubblico: Adulti, con riserve. Contenuti: V+,S+, D+, F+ .Qualità: ** (MUNDO CRISTIANO)

Il siero della vanità

19/05/2004.Regista:Alex Infascelli. Sceneggiatura:Antonio Manzini Interpreti: Margherita Buy (Lucia), Barbara Bobulova (Azzurra), Francesca Neri (Sonia), Valerio Mastandrea (Franco). 92'.Italia. 2003. Adulti

Lucia e Franco, agenti di polizia, indagano su un caso misterioso. Uno dopo l’altro, tutti i personaggi intervenuti in una particolare puntata del famoso talk show condotto da Sonia Norton, scompaiono. Una buona idea sfruttata male. Alex Infascelli (Almost Blue) e Antonio Manzini non riescono a tradurre in un thriller efficace il soggetto firmato da Niccolò Ammaniti (da un bel romanzo del quale è stato invece ben tratto Io non ho paura). Regista e sceneggiatore indugiano infatti su dettagli e motivi secondari perdendo il filo del racconto. La trama investigativa – che in una storia su un’indagine poliziesca dovrebbe avere una certa rilevanza – è inconsistente. La suspense – che ci si aspetterebbe in un thriller – non incalza. La regia si concede manierismi analoghi a quelli che ingolfavano la narrazione anche in Almost blue. Ambientazioni sudicie, luci livide, atmosfere torbide: è avvertibile il tentativo di ricalcare lo stile di David Fincher (Seven, Fight club) di cui Infascelli è stato assistente alla regia per la realizzazione di alcuni video musicali.

Soprattutto, agli autori sembra sfuggire il tema stesso del film che stanno realizzando. Il siero della vanità (titolo depistante) verte sul dramma di persone che cercano una seconda opportunità. È il dramma di tutte le meteore televisive, che hanno brillato per un momento su un teleschermo, ma che non sono riuscite a trasformarsi in stelle fisse. Ma, nel film, è anche il dramma di poliziotti a cui è capitato di sbagliare e che hanno bisogno di ritrovare la fiducia in se stessi e in ciò che fanno. E, in generale, è il dramma di ogni uomo, che inevitabilmente commette degli errori e aspira ad avere l’opportunità di non ripeterli. Si trattava di un tema intrigante e profondo e il soggetto di Ammaniti avrebbe permesso di svilupparlo in modo interessante e originale. Ma regista e sceneggiatore si sono fatti prendere la mano dalla facile satira sociologica del malcostume televisivo, dal compiacimento negli stilemi del genere serial killer e sono andati fuori tema.

Ad aggravare i problemi è inoltre la mancanza di pietas nello sguardo degli autori sul mondo dei “famosi per quindici minuti”. C’è uno strisciante disprezzo per la Miss Italia che non ha sfondato, per la cantante di una sola canzone, per lo psicologo da talk show, per il comico dai travestimenti grotteschi, per l’illusionista che non è riuscito a diventare Houdini. E il disprezzo, oltre a non essere un proficuo atteggiamento critico, è un sentimento letale per una storia quando il narratore lo nutre nei confronti dei suoi personaggi. Elementi problematici per la visione: numerose battute volgari, numerose scene violente, alcune scene sensuali. Francesco Arlanch (la recensione è tratta dal libro "Film di valore" di prossima pubblicazione presso le edizioni ARES, a cura di A. Fumagalli e L. Cotta Ramosino).

Valori/Disvalori Traspare il disprezzo verso chi ha cercato di far fortuna alla televisione ed ha fallito

Si suggerisce la visione a partire da: Adulti. Numerose battute volgari, scene violente, alcune scene sensuali.

Giudizio técnico: **. Una buona idea (dal soggetto di Niccolò Ammanniti) sfruttata male dal regista e dallo sceneggiatore. Per gentile concessione di www.familycinematv.it.

Monster

9/05/2004 Regista: Patty Jenkins. Sceneggiatura: Patty Jenkins. Interpreti: Charlize Theron, Christina Ricci, Bruce Dern, Scott Wilson, Pruitt Taylor Vince. 103 min. USA. 2004. Adulti, con riserve.


Dopo tredici anni d’attesa, il 9 ottobre del 2002 moriva giustiziata in Florida Aileen Wuornos, considerata la prima serial killer degli Stati Uniti. Violata per la prima volta dal padre a 8 anni, prostituta a 13, il suo precipitare senza scampo in una vita da inferno inizia dopo aver conosciuto, in un bar frequentato da gay, una giovane e possessiva lesbica -Selby nel film-, con la quale fugge nel disperato tentativo di trovare un amore autentico. Il clima rarefatto di questa relazione traumatica, la disperazione dei genitori di Selby e il costante bisogno di soldi provoca, in Aileen, una tremenda agitazione che esplode davanti al brutale atteggiamento di un suo cliente. Sarebbe stato il primo dei sette uomini, che la Aileen dichiarò aver assassinato per legittima difesa.


Questa storia di sangue (ha già ispirato un telefilm e due documentari) segna il debutto, su grande schermo, della sceneggiatrice e regista Patty Jenkins, fresca di laurea all’American Film Institute. Senza dubbio, è un successo l’impressionante interpretazione dell’attrice sudafricana Charlize Theron, coproduttrice del film, Oscar per la migliore attrice e vincitrice anche del Globo d’Oro, nonché di numerosi premi della critica. Lontana da lei anni luce è Christina Ricci, troppo spesso non convincente.


Tale squilibrio tra le parti affossa ancor più la carenza di personalità di uno spettacolo, quello allestito dalla Jenkins, che diventa un’esibizione iperrealista della violenza e del sesso, la cui morbosità e volgarità offende la vista e l’udito. Tali difetti si assommano all’irregolarità del copione ed alla mancanza di prospettiva etica, che si rivela davvero irritante nei topici della vita lesbica, nonché per una certa qual indulgenza verso i crimini di Aileen, presentata quale vittima della società. Questo caos finisce per rendere indigesto tutto il film.

Jeronimo José Martín. ACEPRENSA.

Pubblico: Adulti, con riserve. Contenuti: V+, X+, D+, F+. Qualità: ** (MUNDO CRISTIANO)

The Company

9/05/2004. Regista: Robert Altman. Sceneggiatura: Barbara Turner. Interpreti: Neve Campbell, Malcolm McDowell, James Franco, Barbara R. Robertson. 112 min. 2004. Adulti.


Il film, stile documentario, riassume un anno di vita del Joffrey Ballet di Chicago. Le prove e gli spettacoli si intrecciano con le peculiarità di ballerini e direttori: un contratto, un progetto, un idillio, vecchie stelle che si ritirano per cedere il passo alle nuove, lo spettacolo che -per essere buono- esige molto lavoro e sacrificio; artisti di calibro mondiale che vivono in condizioni disagiate perché mal pagati, e così via. I personaggi meglio caratterizzati sono Ry (Neve Campbell), giovane e promettente speranza; Harriet (Barbara E. Robertson), ballerina veterana, ormai alle ultime esibizioni; Josh (James Franco), cuoco e amante di Ry, e Alberto Antonelli (Malcolm McDowell), direttore artistico della compagnia. Quest’ultimo personaggio è stato creato ad immagine di Gerald Arpino, leggendario direttore e coreografo del balletto Joffrey. L’evento principale narrato da questo bel film è la messinscena del balletto Il serpente blu, un’idea pazzesca -che per di più richiede un mucchio di soldi- di un coreografo canadese. All’inizio nessuno è soddisfatto: il budget, eccessivo; l’argomento e la strumentazione, ridicoli; l’autore, insopportabilmente pedante. Ma Antonelli intravede qualcosa di valido nel progetto. Così tutti si mettono a lavorare e ne esce fuori uno spettacolo di gran successo.

Girato come un documentario, The Company tematizza la creazione artistica in generale e il modo di concepirla, ed applicarla al balletto, da parte Robert Altman. In modo spontaneo la cinepresa entra in un lavoro che richiede oltre una cinquantina di attori, con la rispettiva parte, cui dedica il giusto tempo. Ma il ritmo narrativo è così freddo e distaccato, nel raccontare la passione nelle prove, gli idilli o gli incidenti professionali (come la rottura del tendine d’Achille di una ballerina), da sembrare quasi offensivo. La ribalta, in definitiva, spetta allo spettacolo di un’opera, in cui tutti sono coinvolti. Questa falsariga, tuttavia, arriva ad essere così schematica da lasciare insoddisfatti.
Fernando Gil-Delgado. ACEPRENSA.

Pubblico: Adulti. Contenuti: X, D, F. Qualità: ** (MUNDO CRISTIANO)

Cypher

9/05/2004. Regista: Vincenzo Natali. Sceneggiatura: Brian King. Interpreti: Jeremy Northam, Lucy Liu, Nigel Bennett, Timothy Webber. 96 min. 2004. Giovani.


Un ragioniere, sposatosi con una donna dispotica, decide di volger le spalle al tedio esistenziale e imbarcarsi in quella vita di libertà ed emozioni che gli garantisce la Digicorp, multinazionale tecnologica.

Il trentatreenne regista canadese Vincenzo Natali (Cube), ritorna ai suoi labirinti futuristi con un inquietante e stilizzato thriller di fantascienza e spionaggio industriale. L’inglese Jeremy Northam -premiato al festival di Sitges 2003- dà eccellente dimostrazione delle sue capacità interpretative, ben supportato dalla brava Lucy Liu, in un film validamente diretto, divertente ed emozionante. Benché Natali sappia far rendere i 10 milioni di dollari del budget, si avverte come la sua troupe provenga, per lo più, dai set televisivi. I ristretti orizzonti del film finiscono, così, per penalizzare la credibilità delle scene d’azione.


Come già avvenuto per Cube, Natali intride la sua ingegnosa trama di atmosfere opprimenti e inquietudini esistenziali. Sarebbe tuttavia stato auspicabile inserire un po’ più di anima in un copione troppo proteso alla costruzione dei personaggi e allo svolgersi delle vicende.

Alberto Fijo. ACEPRENSA.

Identità violante (Taking lives)



9/05/2004. Regista: D. J. Caruso. Sceneggiatura: Jon Bokenkamp. Interpeti: Angelina Jolie, Ethan Hawke, Gena Rowlands, Olvier Martinez. 103 min. 2004. Adulti.


Angelina Jolie (Los Angeles, 1975), con le sue labbra carnose, dovrebbe costituire la marcia in più di un thriller di sbirri e psycho-serial-killer decisamente scontato: avrebbe meritato sale di terz’ordine, invece di finire su percorsi primari. La ragazza, carina e atletica - come sempre -, ci mette impegno; ma il copione è talmente scarso che, sia Angelina Jolie, sia il texano Hawke finiscono per smarrirsi.

Tutto (la rivalità tra sbirri, le morbose autopsie, gli ambienti rarefatti e sinistri della luminosa Montreal, gli interrogatori e gli inseguimenti, la violenza e gli spaventi) contribuisce ad elargire un film tedioso e prevedibile, che deve ricorrere a sfacciata volgarità (una sequenza erotica inserita a tutti i costi, senza necessità) pur di salvare lo spettatore dalla sensazione di forte perplessità che lo avvolge. Il film, negli Stati Uniti, ha raggiunto invece il terzo posto, per botteghino. Ma solo per la fama raggiunta da CSI (Crime Scene Investigation, telefilm della CBS di grande successo in USA), che i produttori hanno sfruttato, consegnando il progetto ad un abile regista televisivo.

Alberto Fijo. ACEPRENSA.